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IL PARADISO ALL’IMPROVVISO

Ci sono luoghi che nonostante siano lontani, anzi lontanissimi, dai riflettori della movida sanno comunque trasmettere emozioni uniche. Irradiati, da un fascino che sembra fermare il tempo e lo spazio. Dove il rapporto tra uomo e natura è talmente viscerale, da apparire quasi anacronistico.

 

Siamo nati per essere felici, perché la vita è breve e passa in fretta, e nessun bene vale come la vita“. Qualsiasi storia che voglia raccontare l’Uruguay, o almeno provarci, non può che iniziare citando il suo più celebre Presidente. Josè Alberto Mujica Cordano, detto Pepe, è stato tutto ciò che meno si avvicina ad un Capo di Stato, europeistically parlando ovviamente. Riservato, umile e rispettoso ma con l’indole battagliera. Già, perché l’abito non lo fa quasi mai il monaco. Dentro spiriti all’apparenza miti può accadere, infatti, che si celi un’anima indomabile.

La stessa che spinge ad immolarti contro le dittature e i loro soprusi, nel gesto ultimo di dare voce agli indifesi e ai reietti. Pepe, è stato tutto questo: uomo di potere e rivoluzionario, Segretario di partito e Senatore. Ciò che rimane di questo minutouruayo dai folti baffi bianchi, adesso che il suo mandato si è concluso, è la sobria coerenza con cui ha scelto di vivere. Un’esistenza fatta di poche ed indispensabili cose. Un vecchio maggiolone, una casetta in campagna e giusto due spicci dello stipendio che la Costituzione uruguaiana attribuisce al Presidente della Repubblica. Il resto, donato in beneficienza ad una serie di organizzazioni caritatevoli.

Ecco spiegato perché questa storia non poteva che iniziare così. Ci sono dei luoghi, infatti, che nonostante siano lontani, lontanissimi, dai riflettori della movida sanno trasmettere emozioni uniche. Irradiati da un fascino che sembra fermarne il tempo. Dove il rapporto tra uomo e natura è talmente viscerale, da apparire quasi anacronistico. Cabo Polonio è uno di questi paradisi terrestri. Quando sono arrivato qui, provato da un’interminabile traversata in pick up, non ho potuto fare a meno di pensare a Pepe Mujica e alle sue parole.

Il senso intrinseco dei suoi discorsi sembra essere tutto qui, tra queste piccole case di legno adagiate su orgogliose dune color senape. Luce ed acqua corrente sono un lusso che nessuno vuole permettersi. Centinaia di led illuminano, quanto basta, le notti stellate. Enormi cisterne, adagiate su piccoli tetti colorati, lavano via dalla pelle il sapore salmastro dell’acqua di mare. Tutto scorre lento in questo piccolo angolo di mondo, distante mille miglia dal frenetico scandire delle giornate tipiche del mondo “civilizzato”. Prima di diventare meta turistica ecosostenibile, Cabo Polonio era un piccolo villaggio di pescatori situato sulla costa orientale dell’Uruguay, a quasi tre ore di macchina da Montevideo.

Un centinaio di case o poco più. Poi, un giorno, sono arrivati i grandi pescherecci a saccheggiare il mare. Depredandolo delle sue ricchezze e lasciando i suoi abitanti con un pugno di mosche in mano.

Così, a quest’ultimi non è rimasto che andarsene, donando in eredità alle future generazioni un mare color cobalto, perlacee spiagge ed un tramonto rosso fuoco che infiamma il cielo e scalda l’anima nelle ventose giornate d’inverno. In molti hanno provato, invano, a sbarazzarsene. Perché, in fondo in fondo, questa è una storia di resistenza. Di una strenua opposizione contro chi, accecato dalla brama di ricchezza, pensava di poter cancellare un volta per tutte questo meraviglioso ecosistema. Ragazzi provenienti da tutto il mondo, però, hanno preso il posto dei pescatori, permettendo a questo luogo di sopravvivere.

Le vecchie cascine dove un tempo veniva conservato e salato il pesce, oggi sono diventate shop ed ostelli alternativi. Il grande spazio centrale, nel quale le famiglie si riunivano per ascoltare appassionanti racconti, è diventato un cinema che proietta film grazie all’energia cinetica di decine di biciclette. Cabo Polonio, oggi, brilla di una luce nuova ma altrettanto forte. Sui muri delle abitazioni bellissimi murales danno a questo caseggiato un’aurea quasi fiabesca. La cadenza delle giornate è segnata dal via vai di camion che riforniscono il villaggio dei beni di prima necessita, altrimenti impossibile da reperire. Sulla cima della scogliera campeggia un vecchio faro, guardiano attento ed instancabile che da secoli scorta le rotte delle barche.

Ci metto poco a capire che la mia permanenza qui sarà tutto fuorché agevole. A ricordarmelo, se ancora ce fosse bisogno, il fuoco dove inizio a scaldare un grande calderone che servirà per fare ilmate. La fiamma fioca scalda lenta ed inesorabile l’acqua, lasciandomi tutto il tempo per ammirare l’oceano. Mentre contemplo l’orizzonte alcuni ragazzi si siedono attorno a me. Come amici di una vita iniziamo a discorrere del più e del meno, ognuno con le sue esperienze di vita da condividere con gli altri. Già, perché la prima cosa che realizzo è che qui, a centinaia di chilometri dalla “civiltà”, tutto va condiviso. È quasi un obbligo, quasi un dovere direbbe il buon vecchio Guccini. La cosa non mi infastidisce affatto, anzi. D’altronde sono qui proprio per questo, per ascoltare storie che possano aiutarmi a capire meglio questo luogo. C’è chi ha scelto di combattere lo stress trascorrendovi qualche mese all’anno e chi, invece, ha lasciato tutto per venirci a vivere qui. Giovani, anziani e famiglie con bambini, tutti accumunati dalla stessa irrefrenabile voglia di riscoprire l’autentico gusto di riavvicinarsi alla natura e alla sue bellezze.

Dopo tre giorni, trascorsi tra lunghe chiacchierate, musica e spettacoli di giocoleria, è arrivato il momento di andarsene. Carico le mie valigie sul solito pick up, direzione Montevideo, e subito mi assale una strana sensazione. Un misto di tristezza e nostalgia. Perché anche se sono stati solo pochi giorni, so già che la pace e l’armonia di questo luogo incantato mi mancheranno da morire. Giusto il tempo di un ultimo saluto, il potente ruggito di un vecchio motore wolkswagen e sono pronto a lasciarmi alle spalle questo luogo fatato.

 

                                                                                                                                                                                                                                    Mattia Bagnato

Mattia Bagnato

E’ laureato in Relazioni Internazionali con una specializzazione in Diplomazia multilaterale e sicurezza collettiva presso l’Università degli Studi di Perugia. Attento alle questioni internazionali come la sensibilizzazione e la tutela dei diritti umani e i metodi di risoluzione dei conflitti internazionali. Ha un diploma in Diritto Internazionale Umanitario e un Diploma in risoluzione di conflitti internazionali presso l’Universidad Complutense de Madrid. Ha collaborato con diverse ONG italiane quali Oxfam Italia e la Tavola della pace di Perugia. Esperienze professionali alle quali si aggiunge un periodo di stage presso l’Ufficio relazioni internazionali e cooperazione allo sviluppo dell’Università di Granada. Attualmente, sta collaborando con il giornale on-line Ghighliottina.it per il quale si occupa di scrivere articoli di politica nazionale ed economia.

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