Dossier

IL PAESE CHE NON DORME MAI

A pochi mesi dall’elezione di Mauricio Macrì l’Argentina ripiomba nel caos. La svalutazione e l’ombra oscura del FMI sembrano aver riacceso le paure degli argentini

Buenos Aires (Argentina) dal nostro inviato– Don’t cry for me Argentina, cantava “Evita” Peron in un noto musical degli anni 70. Le lacrime, quelle amare, tanto scongiurate da quella figlia prediletta appaiono quasi come una condizione naturale. Uno status immutabile per un paese da sempre sull’orlo del collasso. Costantemente a metà tra la rinascita e l’inesorabile rovina. Hanno pianto a lungo gli argentini, lo hanno fatto perché, come ci ricorda Italo Svevo, piangere è il miglior modo di gridare all’ingiustizia. Hanno pianto las Madres de Plaza de mayo e i familiari dei caduti nella guerra del Folkland/Malvinas. Sono state versate lacrime copiose e solo Dio sa quante ancora se ne dovranno versare.

Ciò che non ci uccide però, diceva Nietzsche, finisce per renderci ancora più forti. Deve essere per questo, che appena si arriva a Buenos Aires l’attenzione è subito rapita da una gigantografia della stessa attrice-sindacalista. Un monito per tutti, politici e povera gente, messo lì come a voler ricordare che quello argentino è un popolo fiero ed orgoglioso. Capace di piegarsi sì, ma difficile da spezzare. Provare per credere. Come durante gli anni 70, quando un “manipolo” di militari senza scrupoli arrivò al potere sfruttando il caos sociale. Niente da fare, però, questa nazione forgiata da mille sventure, dopo sette anni passati sotto il giogo di una delle più feroci dittature, è riuscita a rialzare la testa.

Ci hanno provato in molti a piegarli, gli argentini. Tutti però, in un modo o nell’altro, hanno dovuto prendere atto che c’è qualcosa di speciale in questa terra che non dorme mai. Laboratorio a cielo aperto delle controverse teorie monetariste di Hilton Friedman. Quegli stessi concetti economici che, a detta di molti, hanno posto le basi per il default economico del 2001 e per l’intervento coercitivo del FMI finendo, inevitabilmente, per alimentare quel sentimento peronista mai del tutto superato. Una fede più che un ideologia. Tanto radicata da unire destra e sinistra nel tentativo ultimo di porre fine al saccheggio, da parte delle multinazionali straniere, di quel che resta delle risorse naturali.

Vienen por Argentina”, si legge sui muri della capitale. Uno slogan che nasconde un infame destino. Un presagio che deriva proprio dal nome che gli spagnoli scelsero per questa terra piena di argento. La plata, appunto, Il denaro, quello che qui non basta mai. Lo stesso che un giorno sì e l’altro pure viene svalutato fino a diventare cartastraccia. Era successo con i tre precedenti governi Kirchener, è successo ancora una volta con il neo eletto Presidente Macrì. Una consuetudine, ormai, alle quale gli argenti sembra essersi abituati, tanto da non farci più caso.

Mauricio Macri, è solo l’ultimo dei tanti italiani trapiantati in Argentina e che in questa paese hanno trovato il modo di dar forma ai propri sogni. Lui, figlio di una benestante famiglia calabrese, per alcuni è il segnale premonitore della fine di un epoca. Per altri, invece, è l’uomo della provvidenza. Quel messia tanto atteso che avrà il compito di far uscire il paese dalle sabie mobili in cui si trova impantanato da anni. Quel che è certo, per adesso, è la scelta di eliminare il doppio cambio e di riaprire le porte al FMI. Tutta fatica sprecata, avrà pensato Cristina Kirchener, dopo essere riuscita, faticosamente, a ripagare l’enorme debito accumulato e a “cacciare” gli uomini del Fondo.

La vittoria di Macrì, però, non è solo la rivincita della longa manus nord americana sui movimenti socialisti che avevano cominciato a prendere piede in America Latina. Il risultato delle ultime presidenziali è, con tutta probabilità, l’effetto di quello che generalmente si chiama voto di protesta. Il frutto avvelenato di un paese pervaso dalla corruzione, come mi racconta un amico italiano che vive a Buenos Aires da anni. Qui si pagano mazzette per qualsiasi cosa, dice, anche per farsi riallacciare il contatore del gas. Una stretta di mano, i 50 pesos che come per magia passa passano da una tasca all’altra e il gioco è fatto.

L’impronta neoliberista che, l’attuale Governo ha deciso di dare all’economia, costituisce una minaccia reale per le politiche sociali introdotte in precedenza e destinate a ridurre il tasso di povertà. Non vi è dubbio. A spaventare ancor di più il popolo argentino, però, è qualcosa di più intangibile. Una strana sensazione, simile ad un pensiero fisso che non dà pace e che fa dormire la notte. Juan, il tassista che mi accompagna in giro per la città, me lo ricorda ad ogni semaforo. L’idea che il Presidente Macrì non sia affatto dalla parte del popolo sembra perseguitare ogni singolo abitante di questa caotica città. La paura di ripiombare nel caos si è fatta, evidentemente, paranoia.

Una paranoia che ha cominciato a diffondersi durante l’estate. Giustificata dalle continue sedute straordinarie indette in un Parlamento chiuso per la pausa estiva. Un escamotage che molti hanno cominciato a guardare con sospetto, persino all’interno della stessa colazione di maggioranza. Tanto preoccupante, da spingere lo scrittore Edoardo Galeano ha coniare il termine: Democratura. Un mix tra un Governo democraticamente eletto e la prassi di comportarsi come una dittatura. A nulla è servito eliminare le restrizioni al commercio introdotte, dal precedente Governo, nel tentativo di ridare slancio alla produzione interna. Ormai il danno è fatto, verrebbe da dire.

Come dicevamo all’inizio, infatti, questo è una terra che non dorme mai. Così, i cittadini stanchi di versare lacrime amare hanno deciso di organizzarsi. Hanno deciso di farlo proprio adesso, mentre il Parlamento sta per approvare i tagli alla spesa pubblica. Soprattutto, però, gli scioperi e sit in di protesta hanno ricominciato a scandire il ritmo delle giornate a pochi mesi dalle paritarias (come vengono chiamate qui le contrattazioni sindacali). Sono scesi in piazza, come fanno praticamente ogni giorno da quel lontano 2001. Hanno occupato Plaza de Mayo, propri lì di fronte alla Casa Rosada. Pronti a gridare a chi comanda che il pueblo unido jamas serà vencido.

Mattia Bagnato

Mattia Bagnato

E’ laureato in Relazioni Internazionali con una specializzazione in Diplomazia multilaterale e sicurezza collettiva presso l’Università degli Studi di Perugia. Attento alle questioni internazionali come la sensibilizzazione e la tutela dei diritti umani e i metodi di risoluzione dei conflitti internazionali. Ha un diploma in Diritto Internazionale Umanitario e un Diploma in risoluzione di conflitti internazionali presso l’Universidad Complutense de Madrid. Ha collaborato con diverse ONG italiane quali Oxfam Italia e la Tavola della pace di Perugia. Esperienze professionali alle quali si aggiunge un periodo di stage presso l’Ufficio relazioni internazionali e cooperazione allo sviluppo dell’Università di Granada. Attualmente, sta collaborando con il giornale on-line Ghighliottina.it per il quale si occupa di scrivere articoli di politica nazionale ed economia.

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