Storia di un ragazzo di strada che detiene il record, purtroppo negativo, tra i serial killer: è l’assassino che ha commesso più omicidi di ogni epoca. Ha ammazzato e trucidato oltre 300 ragazze.

Roma- Pedro Alonso Lopez, soprannominato “il mostro delle Ande”, con ogni probabilità detiene il primato di omicidi fra i Serial Killer di ogni epoca, almeno per quanto ci è dato conoscere. Si ritiene, infatti, che nel corso della sua folle carriera abbia ammazzato e trucidato qualcosa come 310 ragazze, un record difficilmente eguagliabile. Alla maniera di Don Giovanni, che si vantava delle sue conquiste e ne forniva un elenco dettagliato paese per paese, così Pedro confessa agli investigatori di avere ucciso di sua mano perlomeno 110 ragazze in Ecuador, 100 in Colombia e molte più di 100 in Perù. Solo se si considera la vastità, e la scarsa densità di popolazione in quelle terre, ci si può rendere conto come questo omicida seriale possa avere commesso una simile strage quasi indisturbato. Nella maggior parte dei casi Pedro si trova ad agire in zone abitate da indios privi di qualsiasi tutela da parte delle forze dell’ordine, si tratta di una vita piuttosto facile per un assassino dai grossi appetiti come lui. A ognuna delle sue vittime ha riservato lo stesso trattamento: le rapiva, le violentava e le strangolava, amava guardarle negli occhi mentre la vita le abbandonava a causa della pressione delle sue mani sul loro collo, ma procediamo con ordine.

Pedro Alonso Lopez è di origini colombiane. Nasce a Tolmia nel 1949, proprio quando il Paese è devastato da una guerra civile iniziata dopo l’uccisione del liberale Jorge Eliècer Gaitàn, avvenuta un anno prima. Sono anni di violenze alla fine delle quali la conta delle vittime è durissima: 200mila i morti accertati. La povertà regna sovrana. Le fasce più povere della popolazione si arrangiano per non morire di fame. Pedro è il settimo di tredici figli e anche la sua famiglia vive in condizioni disastrose. La madre, una prostituta che ogni giorno deve lottare per portare un tozzo di pane in casa, è l’unica a badare a questi bambini e lo fa come lei stessa ha imparato sulla strada. Per Pedro e i fratelli è un’infanzia senza carezze, ma piena di botte e urla. All’età di otto anni, è il 1957, Pedro viene lasciato in strada in balia di violenze d’ogni genere. La donna lo scopre mentre abusa sessualmente della sorella più piccola. Lo caccia via. In preda alla fame e alla paura Pedro è facile vittima dei malintenzionati che approfittano dei più deboli. Si fida di un uomo che sembra volerlo aiutare. Dietro quella faccia buona si cela un mostro. L’uomo abusa pesantemente del bambino, poi lo abbandona, di nuovo in strada, ferito nel corpo e nell’anima. Per il giovane Pedro la vita ha riservato brutalità troppo grandi. Ha paura degli estranei. Dorme di giorno e vive di notte. Rovista tra i rifiuti a caccia del cibo che gli basta per non morire di fame. Dopo un anno raggiunge Bogotà e sembra esserci un cambiamento radicale nella sua esistenza. Due coniugi americani riescono ad avvicinarlo. Lui è denutrito, il suo fisico è segnato dalla sofferenza. Sembra molto più piccolo della sua età. I due lo convincono, senza troppe fatiche, a vivere con loro. Mantengono le promesse e il piccolo Lopez viene iscritto ad una scuola per orfani. Grazie all’impegno della coppia gli viene garantito quotidianamente un letto e un pasto regolare.

A dodici anni però subisce l’ennesima violenza sessuale. Di lui abusa un maestro. Persa quel poco di tranquillità conquistata, Pedro ricade in quel baratro d’odio che aveva quasi dimenticato. Ruba dei soldi, scappa e torna in strada. La guerra civile è finita e il Paese si sta, pian piano, riprendendo. Pedro però non ha alcuna specializzazione e per lui l’unica via di sopravvivenza è quella dell’elemosina. Per sei anni vive di piccoli furti, ma col tempo diventa uno specialista nel rubare auto. Viene scoperto e condannato a sette anni di galera nel 1969, è appena diciottenne. Per lui è la fine. Passano appena due giorni da quando la porta della sua cella si è chiusa alle sue spalle e quattro carcerati lo stuprano con una violenza inaudita. Pedro Alonso Lopez, covando un rancore bestiale, si costruisce un coltello e compie quattro omicidi, le vittime sono i suoi carnefici. Gli viene riconosciuta la legittima difesa e alla condanna per furto vengono aggiunti due anni. Pedro, in carcere, comincia a incolpare la madre di tutte le sue disgrazie. Quella donna l’ha costretto a una vita di stenti e sofferenze nel momento stesso in cui l’ha abbandonato per le strade della sua città. Diventa misogino. Non riesce ad avvicinare le donne in nessun caso e per soddisfare i suoi istinti sessuali utilizza periodicamente delle riviste pornografiche. Il gentil sesso, per Pedro, è rappresentato da esseri abominevoli con i quali non è possibile instaurare alcun rapporto.

E’ il 1978 allorché esce di prigione. Quel mostro che è cresciuto dietro le sbarre diventa girovago e fa la sua prima tappa in Perù. Secondo i suoi stessi racconti comincia ad assassinare giovani donne appartenenti a tribù indios. Ammette di averne uccise almeno 100 prima di essere colto nel tentativo di rapimento di una bambina di nove anni. Vuole stuprarla e ucciderla, come ha fatto con tutte le altre. Un gruppo di Ayacuchos, una tribù del nord del Perù, lo scopre e reagisce con violenza. Pedro viene spogliato, violentato e torturato. Poi il gruppo decide di sotterrarlo vivo. Interviene un missionario americano e l’uomo viene consegnato alle autorità giudiziarie che però si limitano a rimpatriarlo in Ecuador. Riprendono così i viaggi tra l’Ecuador e la Colombia. Riprendono le sparizioni di giovani donne. Per la polizia è solo routine; si tratta di ragazze che sono diventate schiave del sesso e portate chissà dove.

Non c’è niente da indagare. Quando nell’aprile del 1989 l’alluvione si scatena sull’Ecuador facendo riemergere i resti di quattro bambine le autorità finalmente si svegliano. Le piccole, sicuramente uccise, sono state seppellite alla meno peggio. Passa qualche giorno e una donna è al mercato con la figlia di dodici anni. Un uomo tenta di rapire la ragazzina, ma viene trattenuto dalla gente della piazza fino a che non arrivano le forze dell’ordine. Pedro, in carcere, non dice una parola, si mostra da subito per quello che è: uno squilibrato. Gli investigatori escogitano un piano per farlo parlare: vestono da carcerato un prete del luogo, Padre Cordoba Gudino, e lo mettono in cella con quello che si rivelerà ben presto un terribile serial killer. Pedro Alonso Lopez confessa tutto al suo compagno. Ricorda le 110 ecuadoregne, le sue preferite, le 100 colombiane e ammette di avere perso il conto delle peruviane: “Sono molte più di cento”.

In seguito arriva la confessione totale. Pedro punta il dito contro la sua infanzia ammette che l’uomo incrociato sulle strade di Bogotà si era portato via la propria innocenza e che ben presto aveva deciso di fare lo stesso con le ragazze che avesse incontrato sul suo cammino. Sceglieva le vittime in base a una “certa aria di innocenza”. L’omicidio avveniva sempre alla luce del giorno quando poteva guardarle direttamente negli occhi, cogliendone la paura. Le violentava, poi le strangolava provocandosi un enorme piacere sessuale proprio nel momento della loro morte. Racconta di avere fatto delle cose terribili. Gli investigatori dubitano dei suoi racconti, ma Pedro si offre di accompagnarli a scovare quei pezzi di terra sotto i quali ha nascosto centinaia di cadaveri. Gli agenti accettano e ricomincia il viaggio del killer, un viaggio con una scorta d’eccezione, numerosissima. Vicino ad Ambato vengono dissepolti i resti di 53 giovani ragazze, di età compresa tra gli otto e 12 anni. In un sito vicino racconta di avere sparpagliato altri resti, ma forse le piogge li hanno dispersi. Alla fine i cadaveri sono 57. Ci rimane male e continua a insistere su un numero ben più alto. Viene accusato di omicidi multipli e ripetuti e alla fine degli anni ’80 gli viene inflitta una condanna al carcere a vita. Attualmente sta scontando la pena in Ecuador e semmai dovesse uscire verrebbe incriminato per gli omicidi commessi negli altri Paesi. Ha sempre creduto di essere una celebrità e durante un’intervista al corrispondente del National Examiner, Ron Laytner, disse: “Io sono l’uomo del secolo, nessuno potrà mai dimenticarsi di me”. Probabilmente sarà così.