Gli Hazara, chiamati i “figli di Gengis Kahn” sono una minoranza sciita, di lingua persiana, che da secoli subisce discriminazioni e violenze in Afghanistan, un paese a prevalenza sunnita,  di pochi giorni fa l’ennesima strage di innocenti

Kabul – Un gruppo armato non ancora identificato, il 6 gennaio, ha ucciso in un agguato uomini appartenenti alla minoranza afghana degli Hazara, nella provincia del Baghlan, nel nord del Paese. I terroristi hanno attaccato delle auto che trasportavano gruppi di minatori e costretto i passeggeri a scendere dai mezzi sparando all’impazzata. Nell’attacco sono state uccise otto persone ed altre tre sono rimaste feriti. Le autorità governative accusano i talebani, ritenuti colpevoli del massacro, in quanto controllano l’area in cui si è verificata l’aggressione, ma i “fondamentalisti islamici” negano ogni coinvolgimento nella vicenda. «Le persone che lavorano in questa miniera hanno la nostra autorizzazione» ha dichiarato il portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid. «Non hanno mai creato problemi» ha poi concluso, indicando come possibili responsabili  membri di milizie locali operanti nella zona. Anche lo scorso anno decine di uomini appartenenti all’etnia hazara furono uccisi in una serie di attentati a Kabul, alcuni dei quali rivendicati dall’Isis nel tentativo di provocare tensioni tra le varie etnie afgane. Quanto accaduto dimostra ancora una volta le terribili condizioni di sicurezza nel Paese, dove le forze governative non sono in grado di controllare il territorio. Gli Hazara, sono un popolo di etnia mongola di lingua turcofona e confessione sciita, di cui solitamente non si parla molto, hanno tratti somatici molto diversi dal resto degli afghani e per questo molto riconoscibili, sono chiamati i “figli di Gengis Kahn”, dal nome del grande sovrano mongolo che invase e conquistò anche l’Afghanistan.

Un’etnia legata a luoghi simbolo del paese asiatico, la valle di Bamiyan, in primis, famosa per le due gigantesche statue di Buddha scavate nella roccia e distrutte dai talebani nel 2001. E’ difficile crederlo, ma sono quasi 150 anni che questa popolazione, di cui è ancora incerta la percentuale della popolazione complessiva, a grandi linee si dovrebbe attestare intorno al 15%, vive in un regime se non di aperta persecuzione, sicuramente di emarginazione. Le grosse difficoltà di adattamento nel territorio di questa etnia,  infatti non derivano soltanto al periodo della pulizia etnica tentata dal regime talebano tra il 1997 e il 2001, ma le origini del contrasto, specie con l’etnia dominante del paese, i Pasthun, risalgono alla fine del XIX secolo, quando l’emiro Abdullah Mankan prese il potere, ed impose un governo dittatoriale e tirannico al quale gli Hazara si opposero con determinazione. Di fronte a questa resistenza, l’emiro decise di dare il via libera ad un vero e proprio genocidio. Nell’arco di un decennio, circa il 62% del popolo hazara fu eliminato. Vale a dire almeno 2,5 milioni di persone, dato che in quel periodo l’etnia ne poteva contare circa 4 milioni. Sicuramente il fatto di essere turcofoni a livello linguistico e sciiti come confessione islamica pesa come un massiccio. In generale, il problema religioso fu utilizzato già allora dall’emiro, che si servì di alcune “fatwe” emanate da religiosi sunniti, per poter realizzare i suoi piani criminali. Infatti, in base ad esse, gli hazara non erano ritenuti autentici musulmani e quindi eravamo eliminabili.

Nell’Islam infatti, è proibito uccidere altri musulmani, ma grazie a questi editti il problema venne aggirato. In generale, però, gli hazara sono stati perseguitati anche per buona parte del XX secolo. Infatti, anche dopo l’indipendenza ufficiale afghana, del 1919, agli hazara è stato quasi sempre proibito di poter frequentare accademie militari o di potersi avviare alla carriera diplomatica e politica. L’unica cosa che fu concessa era quella di svolgere lavori umili, ancora oggi  molti hazara sono identificati come i “facchini” del paese a cui rivolgersi. Nell’epoca del governo talebano ci fu il tentativo di pulizia etnica che toccò il culmine nel 1998. I talebani commisero un genocidio dichiarato. Quanto alle stime dei morti, si parla di circa 6000 persone uccise solo in una settimana. La maggior parte donne, bambini e vecchi, perché i giovani erano andati sulle montagne, per combattere gli “studenti di Dio”. Anche in questa fase storica di pseudo trasformazione socio politica afgana, le cose non sembrano cambiare, complice il silenzio-assenso del governo, i pastori Pasthun continuano ad attaccare le regioni a maggioranza hazara, ogni estate vengono devastati raccolti e allevamenti di animali. Il governo al momento non sembra muovere un dito. D’altra parte, per la quinta scuola sunnita, quella wahabita, maggioritaria in Arabia Saudita e punto di riferimento dei fondamentalisti islamici, gli sciiti non sono musulmani “puri”. Tutto ciò non fa altro che avallare le teorie dei fanatici sunniti e dei talebani sempre più determinati ad  eliminare l’etnia. Purtroppo la religione viene spesso strumentalizzata per scopi politici, in questo caso l’Afghanistan è uno dei paesi sponsor in materia, dove la diversità etniche sono da sempre uno di quei dilemmi interni troppo spesso sottovalutati dagli strateghi internazionali.

 

Pierluigi Bussi