Le storie e le leggende dell’Appennino 

Lì dove la lunga e poderosa cresta del Monte Sirente degrada con degli ampi pascoli sul suo assolato versante meridionale, si rialza nell’elevazione del Monte Ventrino (1507 m) per poi scendere fino al punto più basso di questa catena montuosa, che si rieleva più in là sul Monte della Selva (1387 m), Monte Mezzana (1790 m), Monte Argatone e Terratta rispettivamente di 2156 m e 2208 m, sopra il bellissimo borgo di Scanno. Il punto più basso è un noto valico stradale : Forca Caruso, a 1107 m di altitudine, lo spartiacque appenninico da queste parti, posto tra il Fucino e la valle Subequana.Tristemente noto come covo dei briganti nel tempo che fu, ove il malcapitato veniva assalito senza pietà. Una volta poi, costruita la strada asfaltata, appunto per mettere in comunicazione la Marsica con l’Abruzzo orientale,fino alle coste, spesso in inverno il luogo mandava in seria difficoltà chi vi ci passava durante le bufere e turbini nevose. In effetti il vento qui, la fa da padrona, anche la vegetazione lo testimonia…nel lontano Febbraio 1956, nevoso come non mai, circa 4 metri di neve bloccarono dei camionisti che dovettero arrendersi alla furia della natura, sotto lo sguardo affamato dei lupi…

Un luogo incredibilmente solitario, ove, resistono i ruderi di una vecchia casa cantoniera, appena si giunge al valico dal versante Subequano. Ed è diventato ancora più solitario da quando entrò in vigore l’autostrada A 25.

Un luogo ove i venti spirano sempre, specie da grecale, che ulula con tutta la sua sferzante potenza tra magri pascoli e macchie di pini.

Dicevamo, era d’obbligo il passaggio lungo questa tortuosa strada, molti la facevano anche per recarsi al mare come del resto gli Aquilani a suo tempo passando per il Passo delle Capannelle.

Eppure, un casolare c’era, più giù oltre al valico, in direzione Collarmele, tra radure di pascoli, sfruttato dai pastori in caso di temporali estivi improvvisi, sia per le greggi che per loro stessi. Ma sempre con un filo di paura…

La leggenda locale vuole che un giovane di ritorno dal mare, in una sera di Luglio, mentre infuriava un forte temporale lungo quella zona, fece si che dovette fermarsi perché non riusciva a proseguire con la sua auto. Si fermò dinanzi al casolare e vedendo una fioca luce, di una lampada ad olio, vi entrò. Una bellissima donna, una pastorella, unica abitante del luogo, alla vista del giovane, scappò ritirandosi in una stanza appena dietro. L’uomo la seguì, la toccò, la strinse fortemente verso di sé, portandosi insieme sul letto di paglia, ed abbandonandosi ad un piacere sicuro per lui ma non del tutto per la pastorella…

Quando il giovane ripartii, sussurrò alla ragazza che sarebbe tornato la sera dopo, alla stessa ora e si allontanò.

Detto fatto, la sera seguente si riportò alla cascina di Forca Caruso. Vide sempre, come la sera prima, la lampada ad olio illuminare la stessa stanza, ma…si spense di colpo, lasciandolo un secondo titubante sulla situazione che stava accadendo. Di colpo sentìì delle braccia stringersi sul suo corpo e di conseguenza la sua mano divenne umida…qualcosa da parte di qualcuno lo aveva ferito a morte ed il sangue usciva senza accennare a diminuire.

Gridò in aiuto, un urlo straziante, terribile, di chi sa che sta per morire e riuscì a vedere tra le tenebre la bellissima giovane pastorella che impietrita lo fissò. Poi morì.

Un giovane alto, forte e robusto, lo aveva colpito a morte, vendicandosi per quello che aveva fatto alla sua donna la sera prima. Lei si strinse a lui e rimasero così per tutta la notte.

All’alba una pattuglia di carabinieri lo portò via, sotto lo sguardo e le lacrime della sua donna, che non lo vide mai più.

Nella solitudine, la pastorella negli anni a venire, continuò sempre a pascolare il suo gregge, mentre il tempo fece sfiorire la sua bellezza fino a quando scomparve anche lei.

EMANUELE VALERI