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IL DIAMANTE PAZZO

L’incredibile storia di Wish You Were Here. La storia della musica attraverso la leggenda dei Pink Floyd.  Ecco, come è nato il brano che ha segnato generazioni.

Napoli- 1975, Londra. Dopo il successo planetario di “The Dark Side of the Moon” i Pink Floyd si ritrovano nuovamente agli Abbey Road Studios, chiusi come in un bunker, aspettando l’ispirazione che però tarda a giungere. Piuttosto interrogano loro stessi in quelle lunghe giornate di gennaio: “Siamo ancora artisti o semplici icone del mercato discografico?”. The Dark Side aveva dominato le classifiche, proiettato il gruppo nell’Olimpo della musica e portato un notevole introito economico. Era possibile ripetersi, se non superarsi? Certo, non con quell’atteggiamento, non passando i pomeriggi nella sala squash degli studi. Qualche brano fu faticosamente assemblato, ma Roger sentiva che così non andava, dentro di sé un indomito sentimento si infiammava sempre più: il sentimento della mancanza. Per esternarlo c’era bisogno di un cambio di rotta radicale, l’album doveva seguire quel tema, fondersi con esso. Il litigio con David fu epocale, ma alla fine la ebbe vinta: stava nascendo Wish You Were Here.

Il sentimento di mancanza si traduce in perdita, perdita del senso di appartenenza all’industria musicale, ma soprattutto di una persona cara: Syd Barrett, il diamante pazzo. Per quanto possa essere orgoglioso di sé, Roger ha sempre ammesso che il genio padre della band è Syd e che senza di lui non avrebbero raggiunto quei traguardi.

Barrett seguiva quel movimento di pensiero che considerava gli acidi sostanze in grado di collegarci con un mondo ultraterreno, rivelandoci verità nascoste. Semplicemente un giorno esagerò e qualcosa in lui si spense, i suoi occhi sprofondarono nell’oscurità dei buchi neri. La band cercò di coinvolgerlo comunque nel lavoro, ma era assente e apatico. Il distacco per il gruppo fu doloroso, ma necessario. Alcune voci raccontano che sparisse per giorni, nascosto nell’ombra, chiuso negli armadi, facendo preoccupare gli altri mentre lo cercavano per ore. Abbastanza certa invece è la storia secondo la quale abbia dato una mano di colore al parquet di casa sua stando su materasso posto direttamente a contatto col pavimento, e che solo dopo aver verniciato tutto intorno a sé si accorse di essere bloccato finchè la pittura non si fosse asciugata. Il tipo di perdita del caso Barrett è peggiore della morte: puoi ancora vedere il suo corpo vuoto, crisalide di un’anima evaporata, come se vivesse in una realtà sfalsata e impalpabile. Questo aspetto del sentimento di mancanza è superbamente espresso in Wish You Were Here e nelle due parti che compongono Shine On You Crazy Diamond, la suite presente nell’album.  Leggi l’articolo qui

L’altro messaggio del disco è frutto del distacco con l’aspetto commerciale del lavoro, che molti musicisti iniziarono a percepire in quegli anni. Un mercato sempre più giostrato dagli agenti e dalle case discografiche, volto ormai al solo e puro guadagno. Have a Cigar è la tentazione che un agente fa al suo cliente. Gli tende velatamente una trappola, lo persuade: “Vieni qui, ragazzo, prendi un sigaro, andrai lontano, volerai alto, non morirai mai. […] Ti diremo il nome del gioco”, un gioco con un ricco montepremi sul quale lui e la casa discografica non vedono l’ora di mettere le mani. Al canto c’è Roy Harper, che provava nella sala accanto in quel periodo. Dave aveva una voce poco piena e a Roger mancava l’estensione vocale necessaria, quindi chiesero a Roy, che svolse egregiamente il lavoro.

Welcome to the Machine segue la stessa onda, critica la “macchina”. L’industria del disco è quindi un organo freddo e distaccato che cerca di trascinarti con sé. Gli effetti sonori futuristici ottenuti con i sintetizzatori esprimono quel senso di lontananza e, ancora una volta, la mancanza, la perdita di padronanza del proprio destino. Le animazioni realizzate da Gerald Scarfe mostrano torri fredde e metalliche inondate da un mare di sangue, le cui onde si trasformano in mani, rivolte in alto, in preghiera. Immagini forti ed estremamente psichedeliche, partorite dalla stessa mente che si occuperà di The Wall.

Syd Barrett, il diamante pazzo
Syd Barrett, il diamante pazzo

Il 5 giugno 1975 i Pink Floyd si imbattono in un ospite inatteso che li aspetta in sala. Al loro ingresso lui non reagisce, continua a fissare le manopole della regia. Il gruppo, seppur sorpreso, inizia a provare, lanciando ogni tanto un’occhiata, cercando di identificare il misterioso individuo. È obeso, leggermente ricurvo e completamente rasato: niente barba, niente capelli, niente sopracciglia. Li osserva con sguardo vuoto, in silenzio. Roger lo riconosce, si rivolge agli altri e dice: “Ragazzi, è Syd”.

Pietro Sorrentino

IL VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=1a2bIOnUvD8

 

Pietro Sorrentino

È uno studente del quinto anno del Liceo Scientifico Statale “Arturo Labriola” di Napoli, ma possiede una mentalità tutt’altro che scientifica, molto più umanistica e aperta alle arti. Appassionato di psicologia, cinema, libri di saggistica e amante della musica, in particolare del progressive. Tra i suoi gruppi preferiti spiccano i Genesis, i Dream Theater, gli Yes e soprattutto i Pink Floyd, veri e propri compagni di tutti i giorni. Suona la chitarra sin da quando aveva sei anni e oggi si dedica in particolar modo all’elettrica, componendo brani e scrivendo testi. Fa parte del laboratorio giornalistico di Kim per la promozione dei talenti della scrittura.

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