Nel mare magnum delle teorie più curiose, spunta una tesi formulata da un ricercatore italiano: il cavallo di Troia, di cui si parla nel ciclo epico, non sarebbe nient’altro che un’imbarcazione fenicia. Ma quanto c’è di vero in questa supposizione?          

 

Gli Achei hanno vinto la guerra contro i Troiani grazie a un enorme cavallo di legno, grazie al quale sono riusciti a penetrare nella rocca di Ilio e a distruggerla? Non è così che la pensa l’archeologo ed esperto navale Francesco Tiboni, ricercatore dell’Università di Aix-en-Provence e Marsiglia. Secondo lo studioso bresciano infatti, l’hippos nel quale si erano nascosti i guerrieri argivi, ansiosi di dare alle fiamme la città nemica, non era un cavallo, bensì una nave fenicia, chiamata così per una polena a forma di testa equina che campeggiava sulla prua. Indi per cui la pancia del cavallo dove i Greci si erano nascosti altro non era che la stiva della nave, mentre le ruote e le lunghe funi con i quali il cavallo fu trasportato sotto le Porte Scee dovrebbero rassomigliare al modo in cui, secondo recenti studi, le navi mercantili dell’epoca venivano tirate con forza. Una scoperta del genere dovrebbe cambiare per sempre la storia, così come noi la conosciamo. Ma fino a che punto è credibile questa scoperta, apparentemente sensazionale?
                 Hippos fenicio  in un bassorilievo del palazzo di Khorsabad (722-705 a.C.), Museo del Louvre.

In primo luogo, Tiboni cita spesso nella sua teoria il linguaggio epico, spiegando come i poeti successivi ad Omero abbiano frainteso il padre della letteratura greca, che voleva intendere che la città di Troia fu espugnata grazie a una nave e non un cavallo. Tuttavia, è giusto ricordarlo a chi non mastica abitualmente la letteratura greca, in Omero NON viene raccontato l’assedio di Troia. L’ultimo libro dell’Iliade infatti termina con i funerali di Ettore, che vengono celebrati diverse settimane prima dell’attacco decisivo dell’esercito greco. In Omero vi sono pochissimi riferimenti all’assedio e al cavallo di legno, uno dei quali, accennato molto rapidamente, lo si può leggere in Odissea VIII, v.493:  

Ma su, continua e lo stratagemma canta, del cavallo di legno, che Epèo costruì con Atena.”    

Chi invece raccontò più dettagliatamente dell’inganno del cavallo sarà, diversi secoli dopo, Publio Virgilio Marone il quale, a detta di Tiboni, sarebbe stato una delle vittime dell’inganno “linguistico” del cavallo. L’archeologo, nella sua teoria pubblicata su “Archeologia Viva”, sottolinea che Omero, grande esperto di navigazione, abbia usato il termine hippos (ἵππος) per avvalersi di un tecnicismo specifico. Se la prima parte di tale affermazione è indiscutibile (Omero, o chi per lui, mostra infatti notevoli conoscenze di tecnica navale) si fa fatica tuttavia a capire come trovi spazio il secondo postulato: il secondo libro dell’Iliade, quello che gli studiosi chiamano comunemente “Catalogo delle Navi”, descrive accuratamente la flotta che ciascun eroe acheo guidato al proprio seguito, e sia in questo libro che nei restanti ventitré compaiono diversi termini molto dettagliati per descrivere la marineria achea: concave navi, agili vele, barche a venti remi, navi veloci, ponti legnosi ecc…
E nonostante le dettagliate descrizioni di Omero dipingano le navi greche come più simili alle imbarcazioni fenicie della prima età del ferro piuttosto che alle triremi d’epoca classica, in nessuno dei versi omerici viene fatto riferimento alle navi con il termine ἵππος, fatta eccezione per una formula di cui parleremo tra poco. Appare dunque molto strano che in poemi come l’Iliade e l’Odissea, tramandati di generazione in generazione (prima di essere codificati in età pisistratea e poi emendati filologicamente in epoca ellenistica) grazie a una ricorrente formularità e a un raffinato sistema di oralità, un termine così importante ricorra così di sfuggita.

Del resto, Tiboni stesso afferma più volte, nella pubblicazione del suo contributo, che ha voluto affrontare questa ricerca senza impelagarsi troppo nella famigerata e tanto discussa questione omerica: errore, c’è da dirlo, piuttosto grossolano, dal momento che lo studio della trasmissione e della tradizione dei poemi omerici (e soprattutto l’ambito geostorico e culturale in cui è avvenuta la loro stesura) aiuta da sempre i filologi e gli studiosi a comprendere perché nei testi epici appaiano certi termini piuttosto che altri, attraverso il confronto e la collazione dei codici a nostra disposizione.

E soprattutto, se in Omero l’accenno all’inganno del cavallo è minimale, come è giunta a noi tale notizia? Per avere risposta a questo quesito, è necessario ricorrere ai poemi del ciclo Troiano, componimenti contemporanei alle opere omeriche il cui testo è andato perduto, ma la cui trama è ricostruibile filologicamente tramite la Crestomazia, un’antologia scritta dal grammatico d’epoca imperiale Eutichio Proclo, che ne riporta la sinossi. Nonostante sembrerebbe che questi poemi non abbiano goduto della stessa fama che vantano l’Iliade e l’Odissea, sicuramente sono stati una fonte d’ispirazione da cui hanno abbondantemente attinto i poeti tragici d’età classica e gli autori d’epoca ellenistica. Ognuno di loro fa riferimento al cavallo come a un animale di dimensioni colossali, almeno agli occhi di un antico, scolpito nel legno. Quinto di Smirne, poeta greco vissuto tra il IV e il III secolo a.C., nei suoi Posthomerica, poema che ricostruisce tutti i componimenti del Ciclo Troiano dall’Etiopide ai Nostoi, descrive così la costruzione dell’hippos (XII, 138- 145):       

Quindi Epeo del cavallo di legno costruisce le zampe, poi        
il ventre, sul quale strutturò il dorso e i fianchi
nella parte posteriore; il collo davanti e sopra la criniera
dell’alta nuca elaborò, che come fosse cosa vera 
sembrava ondeggiare; un irsuto capo e una folta coda   
e poi orecchie, occhi splendenti ed ogni altro elemento  
che fa vivo un cavallo
.”
 
La tesi di Tiboni procede sempre sulla teoria del fraintendimento di questo termine fatale, hippos, che si riferisce a un tipo di imbarcazione fenicia, caduta nel tempo in disuso e di cui dunque sono sparite le attestazioni. Conseguenza di questa scomparsa, secondo lo studioso, è stato un malinteso nato dall’ignoranza degli autori dei secoli successivi che, di fronte al termine hippos, avrebbero approssimativamente dedotto che i versi epici si stessero riferendo a un equino, essendo questi, secondo la definizione dello stesso Tiboni, “digiuni di cose di mare”. Punto che gioca in favore della teoria di Tiboni è l’ambivalenza di molti termini, che possono plausibilmente riferirsi tanto all’animale quanto all’omonima barca fenicia: nel quarto libro dell’Odissea il re spartano Menelao, mentre discute con Telemaco, figlio di Ulisse, a un certo punto sostiene che lui e suo padre si facevano compagnia “sul fianco del cavallo”, dove la parola “fianco” può essere collegata sia alla parte anatomica dell’animale che alla murata dell’imbarcazione. Nello stesso libro (v.708-709) Penelope, moglie di Ulisse, chiede a un messaggero:       

Araldo, perché il mio figliolo è partito? non aveva bisogno di salire sulle navi veloci che per gli uomini sono i cavalli del mare…”   

Ma in un linguaggio simbolico e ricco di allegorie e di figure letterarie come quello omerico, un’espressione simile da una parte potrebbe probabilmente riferirsi agli hippoi fenici, ma ancor più verosimilmente questa formula non può che essere una metafora per indicare la scorrevolezza e la rapidità con cui le navi solcano le acque del mare, simile appunto a quella dei cavalli.          
Allo stesso modo Apollodoro, autore ellenistico, racconta, in Epitome 5.14, che “nel ventre del cavallo entrarono cinquanta uomini”, notizia che verrà ripresa in Virgilio, quando racconterà, nel secondo libro dell’Eneide, dell’inganno del cavallo dal punto di vista dei Troiani: in quest’ultimo caso, l’equivocità del termine è abbastanza evidente.

Tuttavia, un rinvenimento archeologico che sembra mettere alle strette il prof. Tiboni è il cosiddetto “Vaso di Mykonos”, un pithos (giara di ceramica) risalente al 675 a.C. che mostra proprio il cavallo di legno con tanto di soldati achei al suo interno. Sotto la pancia del cavallo appare inoltre un altro guerriero armato, il quale non si capisce se sia un acheo appena sceso dall’equino ligneo e pronto ad assediare Troia o un soldato teucro di guardia che si accerta che non ci siano principi achei nei paraggi. L’ultima attestazione di un hippos fenicio a nostra disposizione, il bassorilievo di Khorsabad, risale invece all’incirca al 720-705 a.C. ed è oggi conservato al Louvre.      
Se la teoria di Timboni verte su una nave fenicia, di cui i Greci d’epoca classica avrebbero perso memoria, tanto da confonderla con l’omonimo animale, come si spiegherebbe dunque che tra l’attestazione più recente dell’hippos e il più antico reperto raffigurante il cavallo di Troia vi sia una distanza temporale di soli trent’anni? Pare difficile pensare che al popolo greco, primo destinatario dei poemi del ciclo, sia bastato così poco tempo per dimenticarsi dell’utilizzo di un’imbarcazione utilizzata per secoli dalle popolazioni orientali ed egee.     

                                                               Vaso di Mykonos, pithos del 675 a.C. circa,
                                                             Museo Archeologico di Mykonos.

Per quanto originale e curiosa, la teoria di Timboni mostra numerose incongruenze e illogicità. Ma il ricercatore italiano non è stato il primo a mettere in discussione lo stratagemma del cavallo di omerica memoria: già Pausania il Periegeta, nel II secolo d.C. dubitava di tale invenzione:        

“Quello realizzato fosse un macchinario per abbattere le mura e non un cavallo lo sa bene chiunque non voglia attribuire ai Troiani un’assoluta idiozia. Tuttavia la leggenda dice che è un cavallo.”       

La teoria, ipotizzata dal geografo greco, che il cavallo di Troia fosse in realtà una macchina d’assedio, simile all’Elepoli, la cui estremità ricordava il muso di un cavallo, risulta a molti archeologi di gran lunga più plausibile. Inoltre, già nel 2009 un ricercatore spagnolo, Ruiz de Arbulo, aveva sostenuto che il cavallo di Troia fosse in realtà una nave sacra nel saggio “Los navegantes y lo sagrado. El barco de Troya.” Tuttavia, a differenza della tesi di Tiboni (che per lo meno mostra diverse argomentazioni discutibili, ma non di certo infondate) tale teoria mancò di ogni sorta di evidenza archeologica, linguistica e filologica, tanto da essere confutata quasi subito. 

Del resto, non è la prima volta che i poemi omerici finiscono al centro di tesi particolari e insolite: nel 1995 Felice da Vinci, ingegnere nucleare con la passione per la letteratura classica, avanzò la famosa teoria de “L’Omero nel Baltico”, secondo la quale i poemi omerici non sarebbero ambientati nel Mediterraneo bensì in Scandinavia.
Ciò che desta maggiormente scalpore non è il fiorire di queste teorie, per i più assurde ed empiricamente infondate, ma la risonanza che esse acquisiscono tramite i media. Sebbene la teoria di Tiboni mostri numerosi limiti, lo studioso bresciano rimane uno dei più illustri luminari dell’archeologia navale, direttore di numerosi scavi che hanno riportato alla luce meravigliosi relitti e reperti d’epoca antica e moderna. La notizia, apparsa e diffusasi su tutti i giornali a macchia d’olio, che “In realtà il cavallo di Troia era una nave” desta il sospetto che sia stata fatta circolare più per appagare la cupidigia di uno scoop imperdibile, apparentemente destinato a rivoluzionare il corso della storia e degli eventi, piuttosto che per soddisfare il desiderio di una seria e precisa divulgazione. E questa smania di sensazionalismo, paradossalmente, non fa altro che penalizzare il lavoro di un archeologo che, condivisibile o meno, è stato frutto di tantissime ore di lavoro e ricerca.

                                                                                                                                                            Michele Porcaro