Da Toronto alla Pennsylvania passando per Roma e Liverpool. Sono sempre di più i gruppi di attivisti che si battono per difendere i diritti degli animali. Un vero e proprio network di sigle, pronte ad abbracciare quella che loro stessi definisco la “Terza rivoluzione sociale

Roma – Prima di iniziare a raccontare questa storia di lotta e, perché no, anche di resistenza ad un sistema che farebbe del profitto l’unica ragione d’essere, riducendo la vita a mera fonte di guadagno, credo sia giusto dire che sono “carnivoro”: lo ero prima, lo sono adesso e, con tutta probabilità, lo sarò anche dopo. Ciò non toglie, però, che quello che ho avuto modo di vedere non è accettabile. Le immagini di animali maltratti, torturati, prima di essere macellati ti arrivano addosso come un pugno allo stomaco. No, non si può e non si deve essere indifferenti a tanta brutalità e disprezzo per la vita.

Premesso questo, la prima cosa che balza agli occhi visitando il sito internet del movimento anti-specista NoMattatoio è un aforisma, probabilmente sconosciuto ai più, con cui Lev Tolstoj ammoniva i suoi contemporanei: se i macelli avessero le pareti di vetro saremmo tutti vegetariani. La provocazione, evidentemente, è figlia di un’epoca in cui la carne era un lusso per pochi privilegiati. Oggi le cose sono un po’ diverse. Proprio per questo motivo gli attivisti del movimento, che ho incontrato in questi mesi nei vari presidi in giro per il paese, continuano a sostenerlo con tanta determinazione.

Da oltre due anni facciamo vedere l’invisibile, mi dice Valerio Pileri. Con i nostri presidi informativi cerchiamo di svegliare le coscienze. Accendere i riflettori sulle drammatiche condizioni igienico-sanitarie in cui versano molti mattatoi italiani e sulle raccapriccianti modalità con cui vengono ammazzati gli animali dareddito”, come sono definiti con freddo tecnicismo. Diffondiamo nella rete le immagini dei camion su cui vengono stipati maiali e polli pronti per diventare carne da macello. Immagini che nessuno vede mai.

Valerio è un vegetariano della prima ora. Il suo attivismo a favore dei diritti degli animali risale ai primi anni ’80. Passa attraverso le canzoni dei The Smiths, le pionieristiche campagne del loro frontman a favore dell’egualitarismo e arriva fino ad abbracciare un movimento nazionale che si batte per la “liberazione degli animali”. Da Torino a Milano fino in Abruzzo. È proprio in quest’ottica, quindi, che il mattatoio diventa secondo Valerio un non luogo. Ciò che succede al suo interno è molto spesso nascosto, celato da imponenti muri in cemento armato e grandi porte di ferro.

Loro, gli attivisti di NoMattatoio, quelle ultime porte prima del patibolo vorrebbero aprirle una volta per tutte. Così, hanno deciso di incontrarsi con scadenze regolari fuori ai cancelli del mattatoio di via Palmiro Togliatti, l’unico in città rimasto ancora funzionante, per manifestare tutto il loro disappunto. Scatenando a più riprese l’ira di chi là dentro ci lavora. Un presidio fisso, permanente, per dimostrare a chi avesse ancora dubbi che per portare avanti la loro battaglia non c’è tempo per riposare.

Incontro Valerio per la prima volta fuori alla Asl di Frosinone. Insieme ad altri ragazzi hanno inscenato un sit-in di protesta. Le immagine “rubate” in un blitz notturno dal team di Free John Doe, avvenuto solo pochi giorni prima, hanno documento i maltrattamenti e le violenze perpetrate nel mattatoio di Ferentino, un piccolo centro abitato a pochi chilometri da Frosinone. Pungoli elettrici, bastoni, calci e pungi è questo il triste destino a cui sono condannati migliaia di animali. Mucche appena stordite ed ugualmente sgozzate che si dimenano fino a morire, lentamente. C’è anche di peggio, se possibile, le telecamere nascoste hanno filmato bufalini che veniva lanciati giù dai camion.

È in quella stessa occasione che conosco anche Stefania. Mi spiega, che dietro alla scelta di essere vegana c’è un forte presa di coscienza. Il senso delle rivoluzioni, dice, parte sempre dall’individuo. È importante che ci sia una svolta istituzionale, rimane il fatto che le scelte che riguardano l’alimentazione sono personali. Secondo Stefania, il problema è che fin da bambini cresciamo con una sorta scollegamento mentale”. Quello che mangiano, però, non è una cosa separata dall’essere vivente da cui la otteniamo. Poi, aggiunge una cosa a cui, sinceramente, non avevo mai pensato: molto spesso le persone tendono a giustificare dei comportamenti dicendo che è sempre stato così. Io, però, rispondo che anche le guerre ci sono sempre state…

Il nesso che Stefania fa tra animalisti e rivoluzionari mi colpisce molto. Mi capiterà di risentirlo anche in altre occasione. L’idea di fondo è che dopo la prima rivoluzione, quella che ha concesso i diritti civili agli afroamericani, ne sia seguita una seconda che ha portato, invece, il voto alle donne. Oggi, quindi, sarebbe in atto la terza rivoluzione, anti-specista tanto per intenderci, che dovrebbe condurre alla fine della discriminazione tra specie animali. Abbattere, in altre parole, quel meccanismo psicologico che ci porta, per esempio, ad amare e coccolare i cani o i gatti mentre ad altri animali non sarebbe concessa la stessa sorte.

Ne parlo con uno degli attivisti di Anonymous for the voiceless. Un movimento animalista, nato in Nord America dalle teorie di Paul Bashir, che si è presto diffuso in tutto il mondo battendosi per dare voce, appunto, a chi la voce non ce l’ha. Come gli animali che difendono, anche loro non usano le parole. Meglio le famigerate maschere bianche che coprono il viso degli attivisti e grandi schermi su cui mandano le immagini registrate negli allevamenti intensivi. The cube of truth ha l’obiettivo di mostrare ai passanti la cruda realtà. Così com’è, senza censura. Cercando di convincerli a cambiare stile di vita. Il cambiamento è invitabile, mi dice il mio interlocutore, e fa parte della storia.

Nelle ore che passo con i ragazzi di Anonymous for the voiceless rimango sbalordito dal numero di persone che si ferma a guardare, disgustato, le immagine trasmesse dai video in loop. Qualcuno fa finta di niente, altri sorridono beffardi. Faccio anche in tempo a scoprire che tra il movimento, il WWF e Greenpeace non scorre buon sangue. Li accusano di non fare abbastanza e, per quanto riguarda quest’ultima, di non dare importanza al sistema alimentare in quanto fonte d’inquinamento. Un sistema dietro al quale girano importanti interessi economici per multinazionali senza scrupoli.

C’è anche chi, come Samanta attivista per i diritti animali molto vicina a Free Jonh Doe, il cambiamento l’ha avuto sempre dentro. Fin da quando, ancora bambina, “raccoglieva” ed accudiva i gatti randagi che trovava per strada. Il momento della svolta, se così si può dire, è arrivato il giorno in cui si imbatte in uno dei tanti video caricati su youtube che parlano di pellicce. Negli occhi di quegli animali scuoiati vivi ho rivisto gli occhi della mia gatta, ed ho capito che gli sguardi di sofferenza sono universali. Io non mangio carne da molti anni e non sono affatto deperita, ho solo scelto di non far soffrire gli animali. Perché, aggiunge, l’allevamento felice non esiste sono le pubblicità ingannevoli che ci mostrano mucche spensierate che pascolano allegramente.

In tutti questi anni di attivismo a favore dei diritti animali Samanta ha visto decine, centinaia, di carcasse abbandonate dentro fosse comuni. Il tempo di chiamare la forestale e i corpi in decomposizione erano spariti come per magia. Tutto questo, a parer suo, perché i macelli non vogliono pagare nemmeno i 20 euro per lo smaltimento a norma di legge. Lei, però, nonostante tutti rimane convinta che la più grande rivoluzione sociale di tutti i tempi sia in atto e fermarla sarà impossibile. Come lei, mi sembra di aver capito, che sono molte le persone in giro per il mondo convinte di ciò.

Le stesse persone che dal Canada all’Australia passando per Liverpool e Roma, da anni ormai, si battono per mettere fine a quello che definiscono un sistema di morte istituzionalizzata. Toronto Pig Save, Pensilvenia Animal Save e ovviamente Free John Doe (un vera e propria taskforce che fa investigazioni documentando abusi e violazioni commesse a spese di inermi animali da macello) sono solo alcune delle sigle animaliste che hanno promesso battaglia a questo sistema alimentare che reputano ingiusto e criminale.

Mattia Bagnato