A quarant’anni dalla sua morte, il ricordo di uno dei protagonisti della cultura italiana del Novecento in tutte le sue forme. Le parole del discorso destinato ad esser letto al Congresso del Partito radicale del 1975, ma costretto a rimanere silente dopo il delitto irrisolto che sconvolse l’Italia.

Roma – «I diritti civili sono in sostanza i diritti degli altri», sono parole che colpiscono per la loro attualità, parole scritte e mai pronunciate. Pochi giorni prima della sua morte, il 2 novembre di quarant’anni fa, Pier Paolo Pasolini preparava un discorso che avrebbe dovuto proferire davanti al Congresso del Partito radicale del 1975. Le parole poterono soltanto esser lette da terzi davanti alla platea silente e sconvolta: il poeta di Casarsa era morto in quello che era destinato a essere un giallo irrisolto.

Quel discorso da molti è stato dimenticato, ma, a prescindere dalla sua pertinenza politica, rappresenta l’ultimo lascito di un uomo di cultura non definibile tramite le etichette. Pasolini fu poeta, ma anche narratore, saggista, regista, sceneggiatore, editorialista e giornalista. La sua personalità prismatica gli permetteva di poter attingere a tutti i mezzi di comunicazione per trasmettere quello che non era solo un pensiero artistico, ma prima di tutto mirato all’altro. Come avrebbe voluto ricordare proprio ai radicali, ciò che importava era dar valore all’alterità, a ciò che è diverso da sé. E Pasolini è stato senza dubbio il poeta – se con poesia intendiamo poesia del vivere e non solo quella del verso – dell’altro, del diverso. Riconosceva ai radicali un grande valore, quello di esser «riusciti a trovare forme alterne e subalterne di cultura dappertutto: al centro della città, e negli angoli più lontani, più morti, più infrequentabili». La cultura intesa con la concezione pasoliniana non si arresta agli ambienti istituzionali, non attinge solo all’ispirazione canonica, ma si muove in tutti gli strati della società, fino a raschiarne il fondo cercando di dar voce a chi da quella società è reietto. Così in Ragazzi di vita prendono voce i giovani delle borgate romane, di chi dalla città è stato isolato e poi ricordato solo con un gruccio sul viso. Così quando Pasolini si domandava cosa pensassero gli italiani dell’amore e della sessualità – che spesso fu motivo di scandalo in relazione alla sua vita privata – entrò in campo con il microfono alla mano intervistando su quelle tematiche chiunque, senza distinzioni di genere o di classe. Nacque il documentario Comizi d’Amore da cui fuoriesce un’immagine dell’Italia contraddittoria, stretta tra la morsa del conflitto tra tradizione e innovazione, quell’Italia che dopo la grande trasformazione non sapeva reggere il passo con i valori che cambiano, i tempi che mutano, le idee che si evolvono.

«Dimenticare subito i grandi successi e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare; a bestemmiare», ammoniva Pasolini i suoi mancati ascoltatori. Essere se stessi, senza rinnegarsi, senza la paura del giudizio bigotto; essere se stessi quando ci si identifica nell’altro, pronti allo scandalo, diventare la bestemmia che fa sgranare gli occhi e denuncia le evidenze rinnegate dalle società.

Serena Mauriello