Roma- “House of cards” è uno squarcio impietoso che si apre sul mondo della politica. Spietato, ma terribilmente intrigante. «La democrazia è sopravvalutata», è la frase simbolo del protagonista, un Kevin Spacey gigantesco, mefistofelico presidente degli Stati Uniti d’America. Quando il suo sguardo si volge allo spettatore, direttamente, sei già suo complice. Tifi insensatamente per i cattivi della serie. Non c’è scampo alcuno, come non c’è spazio per i buoni. Li calpesta tutti il moderno Macbeth shakesperiano, il senatore democratico Frank Underwood, nella sua ascesa al successo, o meglio al potere. Il potere assoluto fine a se stesso. Nulla sulla sua strada ferma la sua brama: nemmeno l’omicidio è escluso.

Adattamento di una serie inglese della Bbc, basata su un romanzo di Michael Dobbs (capo di stato all’epoca di Margaret Thatcher), House of Cards è una serie rivoluzionaria del genere. Quella bandiera americana che nella sigla appare al contrario, spiega già molto. Non c’è solo uno Spacey straordinario, una struttura che sviluppa la trama politica come un avvincente thriller, in cui non c’è un assassino da trovare, ma un ostacolo da rimuovere, un problema che appare irrisolvibile eppure da risolvere. Non si può dimenticare l’anima gemella di Frank, complice e – a volte – nemesi, sua moglie, una splendida Robin Wright: si muove come un felino, agisce come una tigre, restando avvolta da un alone di imperscrutabile, algida bellezza.

Il loro è un rapporto totalizzante, nella crudeltà come nell’affetto: una coppia capace persino di sacrificare la monogamia per vincere. Soli contro il mondo, un mondo che non comprende la loro grandezza. Sceneggiatura impeccabile e registi del calibro di David Fincher (Seven, Fight Club) alla macchina da presa per alcune puntate, il pluripremiato serial americano vanta fan illustri: dallo stesso Presidente Usa Barack Obama al premier italiano Matteo Renzi. Nulla di sorprendente. Il dibattito su House of Cards spesso verte su un punto focale: troppo estrema per essere realista. Impossibile che la politica sia questo: terribili e complessi intrighi per conquistare il potere, basati su ricatti e raccapricciante diplomazia, il bene del paese (e persino la sopravvivenza di alcuni) messi in secondo piano rispetto al mantenimento del potere e dello status quo. Un eccesso forse, si. Ma l’arma della distrazione di massa, usata spesso nella serie, non si discosta molto da ciò che la cronaca quotidiana mostra sui giornali. Scioccante, accattivante, perverso: House of cards ha chiuso la quarta stagione alzando sempre più il tiro della qualità a suon di colpi di scena. Frank e Claire, per la prima volta tutti e due con gli occhi fissi in quelli dello spettatore, e quella frase terrificante e insieme avvolgente: «Noi non subiamo il terrore, noi creiamo il terrore».

Valeria Costantini