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HACKER E CINEMA

L’arte dell’hacking trasportata nel cinema. Da Ken Shiro a Terminator e da Rambo a Superman. Sul piccolo schermo gli eroi diventano anonymous, cyberattivisti, hacktivisti.

Roma- E’ proprio il caso di dirlo: gli hacker bucano gli schermi. La settima arte, così definita dal critico Ricciotto Canudo nel 1921, ha puntato le macchine da presa sul mondo dei codici binari, dando vita a personaggi che prendono spunto da coloro che invadono la rete negli ultimi tempi, consacrandoli idoli del XXI secolo. Insomma l’arte dell’hacking trasportata nel cinema e nel piccolo schermo coi loro artisti, dagli artisti stessi della cinematografia. Ma chiamiamoli anche H4X0R, come da linguaggio leet conviene.

La visione dell’eroe degli anni ottanta, come Mad Max (1985), prima chiamato Interceptor (1979)– ripreso nella serie cartoon Ken Shiro, aveva un’ambientazione immaginaria post atomica e non prevedeva l’ascesa dell’epoca di internet. O ancora film come Terminator (1984), in cui l’eroe John Connor sfidava i potenti cyborg creati per distruggere e terminare l’umanità, in un viaggio addietro nel tempo, era ambientato in un ideale cinematografico che non aveva contemplato i nuovi eroi. Oggi lo stesso spionaggio ‘reale’ cambia e non si hanno più gli 007 e il KGB, ma Hacking Team, hacker che lavorano per i governi e che sono ‘i cattivi’ per la visione comune. Così i beniamini diventano Anonymous, i cyberattivisti, gli hacktivisti. Nel cinema e in televisione, quindi, non più avventure in cui Rambo o Superman cambiano il mondo, ma in cui i pirati informatici alzano stand up contro governi e multinazionali, in un’idea comune che vuole il bene e il cambiamento radicale dell’ideologia di potere mondiale, in un’escalation sempre più ampia di film e documentari. Senza volto che muovono i cursori incessantemente, levandoli in alto, sfidando le alte e intoccabili istituzioni e le leggi che li vogliono in galera anche per decenni.

Hacking vuol dire essenzialmente cambiamento di qualcosa, così i cyberattivisti vogliono cambiare il mondo, per mezzo dell’informatica, il loro amore, la loro passione. “Cambiare la funzionalità, questa è l’essenza dell’hacking – ci spiega una fonte anonima dalle reti IRC (Internet Relay Chat) – far in modo che la tecnologia faccia qualcosa di diverso da quello che doveva fare. Le persone lo fanno con le macchine, con gli aeroplani, con le moto etc. Anche la geo formazione è una forma di hacking del pianeta, anche ogni rinnovo urbano è una forma di hacking. E’ una parte essenziale dell’umanità. Gli hacker lo fanno semplicemente nel loro mondo… i computer”. Così le pellicole stesse si impregnano del loro modo di essere e di parlare e di vivere, usando nella stesura dei copioni nickname, maschere, termini informatici, chat anonime. Dai più vecchi film come Hackers (1985), I signori della Truffa (1992), Wars Games (1983), Takedown (Hacker 2) (2000) passiamo ai più moderni We are a Legion, Who Am I, Blackhat, The Hacker Wars, Hackers War, fino alla serie che ha consacrato gli hacker eroi del piccolo schermo, l’applaudita e amata Mr. Robot.

Mr. Robot. Una serie tv che ‘rispecchia lo stereotipo di hacker per la società’, come commenta una voce di Anonymous. Ovvero un hacker la cui vita viaggia tra i bit e la droga, fondendosi con le allucinazioni interne proiettate all’esterno in una personalità schizo-paranoide. Telefilm apparentemente destinato al fiasco, si è affermato come successo tanto che la seconda stagione è in produzione e i rumors la danno già in visione a giugno 2016. Prodotta dalla Universal Cable Productions e da Anonymous Content, la serie televisiva, uscita in estate negli USA, arriverà in Italia a dicembre 2015, sul canale televisivo a pagamento Premium Stories, del gruppo Mediaset. La trama è quella di un informatico che lavora in un’azienda di sicurezza, la cui curiosità per la conoscenza, tipica degli hacker, che increduli verso tutti hanno la forte sete di sapere per calmare quelle paranoie innate e radicate nel dubbio, porta Elliot Anderson, interpretato da Ramik Maler, a scavare nella vita degli altri. I suoi grandi occhi chiari, di un azzurro velato, sono calzati a pennello su quel personaggio magnetico, dando ad esso il volto perfetto di un hacker dai mille pensieri, che ‘scansiona’ l’altro come fosse un computer, per verificarne le vulnerabilità e facendo del motto ‘trust no one’ del mondo anonimo, un altro emblema cinematografico. Mr. Robot, padre di Elliot è interpretato da Christian Slater e ci riserverà una sorpresa finale. I due daranno vita alla ‘Fsociety’, ovvero ‘fuck society’ – altro riferimento a un motto degli anons – il cui simbolo è una grottesca maschera dai baffi neri, altro particolare di connessione con i cyberattivisti. Nonostante Elliot sia dipinto come un asociale, con problemi di droga, rinchiuso in un narcisismo paranoico, il boom la serie l’ha avuto proprio nel mondo hacker.
https://twitter.com/ItsRamiMalek/status/613825193669230593

The Hacker Wars. Film documentario del 2014 diretto da Vivien Lesnik Weisman incentrato sul problema della sorveglianza di massa combattuta proprio dall’idea del cyberattivismo. Il sottotitolo “The war has already begun”, la guerra è già cominciata, segna l’instancabile lotta degli attivisti di rete contro i governi, a partire da Wikileaks, passando per Anonymous, finendo con l’era Snowden. Il film denuncia le persecuzioni di tre giovani dell’era post Wikileaks: Barrett Brown, Jeremy Hammond, and Andrew “weev” Auernheimer. È il quinto potere che prende piede e la denuncia di come il quarto, la stampa, si coordina rispetto ad esso. “The Hacker Wars è stata una storia affascinante – ci ha raccontato Vivien Lesnik Weisman -, con protagonisti esagerati, che fanno cose straordinarie, con un avversario potente e malvagio e ostacoli insormontabili. Cosa si può chiedere di più un narratore? E ‘stato un progetto da sogno. L’unica difficoltà era quella di presentare i protagonisti in un modo che non li contaminasse ancora e non li trattasse come celebrità”. Tra gli intervistati troviamo Thomas Drake, whistelblower della NSA, il giornalista Gleen Greenwald e l’avvocato degli Anonymous Jay Leiderman.Perché il desidero di portare gli hacker nel cinema? “Personalmente sono cresciuta con un attivista Max Lesnik, mio padre. Egli è un giornalista che ha sofferto molto per la sua voglia di raccontare la corruzione della struttura del potere. Aveva una rivista a Miami, chiamata Replica, i suoi uffici sono stati oggetto di 11 attentati, in cui dei terroristi hanno fatto esplodere delle bombe nella sede. Questi erano addestrati dalla CIA e sanzionati da gruppi terroristici interni agli USA. Hanno cercato anche di assassinarlo, ma non ha mai fatto marcia indietro. Dato questo passato, la guerra improntata contro Wikileaks e Julian Assange ha spezzato la corda. Wikileaks ha inaugurato la cultura della ‘perdita di informazioni’, che è una forza rivoluzionaria”.

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Who am I – Nessun sistema è al sicuro. Ancora hacker che indossano una maschera per nascondere i volti e rimanere anonimi, questa volta la produzione è tedesca, scritto e diretto da Baran bo Odar nel 2014. WhoAmI è il protagonista geniale, che riesce a vincere i rivali per mezzo della sua intelligenza. Il focus della pellicola è la fama ricercata dal gruppo di giovani hackers. Protagoniste dei dialoghi le reti IRC, le chat in cui i fantasmi della rete si adunano per dialogare e mettere a punto le operazioni di protesta e dipinte come vagoni della metro nella sceneggiatura.

We are a Legion. Film documentario diretto Brian Knappenberger nel 2012, che racconta l’ascesa dei legionari mediatici, da 4chan ai grandi movimenti di protesta sulla rete. Primo di una serie di film sui cyberattivisti.
Ma cosa ne pensano nel mondo Anonymous? Diciamolo, hanno conquistato la rete, sempre più giovani seguono le loro peripezie su internet, il volto ignoto della maschera di Guy Fawkes è usato come simbolo di protesta e ha stigmatizzato il web. “Riconoscono (i filmmakers, ndr) che le persone in tutto il mondo sono ispirate dagli hackers – commenta una delle voci anonime intervistata sull’argomento -. Gli hackers fanno quello che tutti sperano di poter fare o almeno quello che i governi dovrebbero fare. Anonymous ha dimostrato il potere degli hackers che sembra essere l’unico rimasto a combattere per la libertà”. Beniamini per molti, cybercriminali per le polizie mondiali. La maschera da loro scelta, quella del film ’V per Vendetta’, è quella di Guy Fawkes, leggendario attivista inglese che il 5 novembre 1604 pianificò un attentato contro re Giacomo I d’Inghilterra. Da 4chan l’impeto della rivoluzione in ‘bit’ ha dilagato, tanto da impossessarsi dell’intero spazio virtuale. Tuttavia chi li conosce sa che la loro natura è ribelle e per rimanere coerenti con essa c’è chi insinua:”(L’interesse delle produzioni per gli hacker) dà sicuramente manforte alla diffusione di idee, modi di agire e modus vivendi “paralleli” che altrimenti resterebbero sconosciuti al grande pubblico. Ovviamente vi è da aggiungere che le grandi major si son date molto da fare per cavalcare l’onda e sfornare film dal tema pseudo tecnologico-futuristico”.

Jone Pierantonio

Jone Pierantonio

Jone Pierantonio scrive di cyberattivismo, Anonymous, hacking su IBTimes Italia e SWZone. Scrive inoltre da anni del territorio del X Municipio di Roma.

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