Il secondo giorno del Convegno diocesano di Albano: l’intervento della professoressa Papola.

Castel Gandolfo – Martedì 4 giugno è il secondo giorno del Convegno pastorale “Creativi per fare”, organizzato dalla diocesi Albano. Il saluto iniziale è del vescovo Marcello che introduce il tema della creatività in prospettiva teologica, delineando il fondamento biblico e scritturistico; cita Romano Guardini in merito alla creazione non intesa come opus perfectum, ma manchevole di qualcosa, un’opera difettosa, lasciata così da Dio per avere la possibilità di far entrare la misericordia. Si delinea così che la creatività di Dio è la misericordia per l’uomo, il fatto che l’uomo è stato voluto con tutta la possibilità del peccato, con dei limiti, ma degno di misericordia. È la questione di come si guarda, dello sguardo pieno di amore verso la creazione e la creatura, che è voluta proprio così com’è da parte di Dio.

La professoressa suor Grazia Papola inizia il suo discorso partendo dalla creazione in Genesi, specificando che i racconti della creazione non hanno come scopo quello di spiegare l’origine del mondo o com’è si è svolta la creazione, ma vogliono essere una risposta alla crisi che il popolo di Israele stava vivendo, una risposta propedeutica a ritrovare la propria identità e dei principi fondamentali per guardare al presente e al futuro con occhi di speranza; ritrovare i motivi per guardare con speranza la realtà stessa: l’essere creazione. Ed è così che in Genesi si ha un’interpretazione teologica della realtà, del mondo, al fine di suscitare stupore nell’uomo per condurlo ad unirsi allo sguardo di Dio: vedere la realtà bella/buona. Genesi ha come fine quello di suscitare meraviglia nell’uomo che guarda la creazione, di rendere consapevole l’uomo della bellezza della realtà. Questo è lo scopo di Genesi. Il creato non è bello perché risponde ad un criterio di efficienza, ma lo è perché è fatto con amore, è stato quindi voluto. Nell’analisi testuale dei brani, la professoressa spiega che il verbo “creare” nell’Antico Testamento viene usato solo con Dio come soggetto, l’uomo elabora o compie: il creare è un’azione esclusiva di Dio. Dio crea la vita, in vista di un dialogo, di un’alleanza. La vita scaturisce dall’essere stesso di Dio. Il verbo “separare”, invece, non è inteso come porre distanze, ma dare identità, fare emergere le differenze, un’opera di discernimento vero e proprio. Dio crea ponendo dei confini, ed è dalla singolarità-identità che si arriva alla comunione. Una realtà molteplice, dove ogni cosa però ha il suo posto. È nel riposo del settimo giorno che Dio lascia uno spazio affinché la creazione sia portata a compimento, il settimo giorno l’opera non viene terminata, è questo l’atto creativo di Dio. Così l’uomo è chiamato ad essere promotore di uno sviluppo, di creatività, con il compito di costruire un mondo sempre più buono/bello, promuovendo la vita e la diversità, non prevaricandola.

Si passa così alla tradizione profetica, ad Isaia con vari riferimenti scritturistici, ma viene posta l’attenzione soprattutto al concetto di antico/nuovo, alla comprensione di Dio creatore che ogni giorno fa ogni cosa nuova nella nostra vita: «Non ricordate più le cose passate, ecco io faccio una cosa nuova, proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?» (Is 43,19). L’attenzione qui è rivolta al nuovo che accade nella realtà in ogni momento, alla capacità di cogliere ciò che germoglia di nuovo nell’adesso. Il nuovo si distende nel tempo. Pertanto lo sguardo non deve essere orientato verso il passato o il futuro, ma nell’ora, in questo modo si comprende che Dio agisce sempre e questo agire non abbandona mai l’uomo, perché è sempre presente in ogni momento. Il profeta è proprio colui che vede in maniera differente, che guarda assieme a Dio, che coglie la temporalità dell’adesso. È il creativo che, nella tensione tra la realtà presente e le possibilità future, intuisce il modo di guardare la realtà: coglie l’essenza, ciò che germoglia di nuovo.

L’ultimo riferimento scritturistico è a Mosè, all’uscita dall’Egitto del popolo d’Israele. Mosè non indulge alla debolezza del popolo, ma la assume e gli mostra il cammino, indica loro una nuova prospettiva, perché vede la strada che si può aprire nel mare, vede al di là, dominando la paura di morire, passa dove nessuno sarebbe mai passato. È il paradosso cristiano: trova la salvezza là dove pensava che finisse la vita. Se si è capaci di entrare nella morte e nel silenzio, il grido di terrore si trasformerà così in canto di lode.

                                                                                                                            Emanuele Cheloni