Spazio Kabul

GOODBYE AFGHANISTAN

Continua l’escalation di atti intimidatori nei confronti dei giornalisti in Afghanistan. Violenze e soprusi sono frequenti. Solo dieci nel mese di giugno. E i cronisti ammettono: «lavorare in questo Paese è sempre più difficile»

Herat (Afghanistan)- Il silenzio intorno alla figura dei giornalisti in Afghanistan è oramai una consuetudine, un silenzio forse voluto, forse dettato dal disinteresse dei media internazionali e dei grandi potentati. La divulgazione di notizie raccontate con dovizia, provenienti dal  martoriato paese  dell’Asia centrale,  al centro di grandi conflitti e interessi internazionali non fanno certo  piacere a nessuno. La verità è una sola, in Afghanistan continuano ad imperversare casi di violenza nei confronti di giornalisti, solo nel mese di giugno ne sono stati registrati almeno dieci. Per non parlare delle difficoltà che continuano ad incontrare le donne nello svolgere questa professione. Spesso si trovano a subire comportamenti vergognosi che portano in alcuni casi a tentativi di abuso sessuale. Più frequentemente tali soprusi si verificano in quelle province isolate dove imperversa l’anarchia totale. Tali atti intimidatori giustificano la sempre più costante riduzione della presenza delle donne nel settore dei media.

La verità è una sola, in Afghanistan continuano ad imperversare casi di violenza nei confronti di giornalisti, solo nel mese di giugno ne sono stati registrati almeno dieci

Le violenze nel mese di  giugno hanno avuto inizio con la morte del fotografo statunitense David Gilkey e il suo interprete,  il giornalista afgano Zabihullah Tamanna, in un attacco dei talebani nel sud dell’Afghanistan.  David aveva 50 anni e faceva il fotografo da tanti anni, le sue foto hanno raccontato i maggiori conflitti del mondo, lavorava per la National Public Radio, una organizzazione indipendente no-profit comprendente oltre 900 stazioni radio statunitensi. David Gilkey è il primo giornalista non militare a perdere la vita in 15 anni di conflitto afgano. Altri 29 giornalisti militari ed operatori sono stati uccisi in Afghanistan dai talebani.

Il grande nemico della libertà d’informazione in Afghanistan non è solo da ricercare tra i  talebani o tra i “signori della guerra”, anche la polizia e i  servizi segreti hanno contribuito all’impennata dei violenza.  Nonostante il processo di democratizzazione delle istituzioni in atto in Afghanistan,  i giornalisti devono fronteggiare in diverse occasioni i tentativi di censura messi in atto dalle istituzioni locali con azioni spesso aggressive.
Basti pensare che dopo i tre attentati quasi simultanei del 21 giugno a Kabul  in cui hanno perso la vita  23 persone, i giornalisti che sono stati inviati nella capitale sono stati oggetto di aggressione da parte di poliziotti e funzionari dei servizi segreti. La maggior parte  insultati e alcuni percossi con ferocia, tra cui Ghazi Rasouli giornalista TV1, Khajeh Tofigh Sedighi di TV24  e Shamariz un cameraman che lavora per un canale televisivo internazionale.

Kefayatalah Saimi, giornalista del canale Norin TV, è stato picchiato dalle guardie del corpo del governatore della provincia settentrionale di Badakhshan. Saimi intervistato dopo l’aggressione, ha dichiarato che è stato minacciato e malmenato senza un valido  motivo. Uno dei più stretti collaboratori del governatore ha negato che ci fosse stata  alcuna violenza fisica e accusato Saimi di aver espresso ingiurie alle guardie del corpo. Dichiarazioni subito smentite da testimoni.
A Jalalabad, è stato presa di mira la sede della Radio Enekas con  tre ordigni esplosivi di grossa potenza. I giornalisti sopravvissuti  all’agguato hanno affermato che le esplosioni hanno causato gravi danni alla struttura, non vi sono state vittime solo per coincidenze favorevoli. Il fatto che nessun  gruppo abbia rivendicato l’attentato lascia un grande alone di  mistero intorno alle dinamiche di questi atti intimidatori.

I primi di giugno, nella provincia orientale di Laghman , la polizia ha malmenato Gar Mohammad Golab Ibrahim il direttore di Radio Kavoon e distrutto  la sua macchina fotografica,  in quanto ritenuto colpevole di adottare opera di copertura intorno alla distribuzione di aiuti del Qatar verso la popolazione locale durante il mese del Ramadan, nonostante avesse mostrato il suo tesserino giornalistico e spiegato i motivi della sua presenza nel luogo, la polizia ha comunque infierito nei confronti del reporter.  Il giornalista della BBC Nemat Kryab è stato arrestato  nella provincia orientale di Nangarhar, dai membri della Direzione nazionale della sicurezza  e trattenuto in carcere per due giorni. Il portavoce del governatore, Atololah Koghani, ha confermato che è stato interrogato dalla Direzione Nazionale di Sicurezza ma non ha fornito ulteriori dettagli.  Reporters Sans Frontières condanna  i commenti irresponsabili da parte di politici, come Amrolah Saleh, ex capo dei servizi segreti e attuale presidente del partito Ravand Sabaz, che in un post di Facebook accusa l’agenzia di stampa indipendente afgana Pajhwok di ricevere denaro dal governo e insinua collaborazioni tra i servizi segreti e l’agenzia di stampa.
In un paese dove i talebani e altri gruppi armati sono pronti a uccidere i giornalisti sospettati di essere sostenitori del governo, una tale accusa è del tutto provocatoria e ingiustificata.

Anche l’Afghan Journalists Safety  ha denunciato molti casi di minacce e di violenza contro i giornalisti nell’anno 2016, durante questo periodo  la regione occidentale del paese ha visto il più alto numero di casi il 44%, mentre la regione di Kabul ha subito il numero più basso solo il 5%. La maggior parte di intimidazioni e soprusi contro i giornalisti sono stati causati da funzionari del governo percentuale che si attesta intorno al 70%, in proporzione molto più bassa la percentuale in cui si sono resi responsabili i talebani.

L’aumento del tasso di violenza causata da funzionari del governo è allarmante. Le forze di sicurezza continuano a rappresentare un nemico costante nei confronti dei giornalisti, questo comporta la diminuzione di collaborazione tra i media e le forze di polizia. Nel corso degli ultimi anni, l’interesse della comunità internazionale nel fornire il supporto finanziario e morale,  necessario per i media afgani sembra essere diminuito. Dato il ruolo dei media nella solidificazione della democrazia, del buon governo e dei diritti umani in particolare nei confronti delle donne, è necessaria una inversione di marcia in tal senso.  Il silenzio della comunità internazionale  non può far altro che  incoraggiare soggetti che trovano nella  libertà di espressione un elemento di disturbo, il tutto non può che generare  un progressivo sfaldamento di quel sistema democratico afgano tanto sbandierato dalla diplomazia internazionale.

Pier Luigi Bussi

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Pierluigi Bussi

Pierluigi Bussi è giornalista dal 2003 e inviato in zone di guerra e all'estero. E’ stato, tre gli altri paesi in Afghanistan e Tunisia. Si è laureato in Relazioni Internazionali presso L’Università La Sapienza di Roma con approfondimenti sui conflitti nel Corno d’Africa e Medio Oriente. Da anni segue le sorti politiche e sociali afgane. Tra i vari ruoli ricoperti è stato capo redattore del mensile Europe Today, ha collaborato con i quotidiani Pubblico, Roma News, Il Mezzogiorno d’Italia, con approfondimenti in materia di politica estera. Ha scritto, inoltre, per Storia in Network. Attualmente collabora con La Stampa.

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