Spazio Kabul

GLI SCIUSCIÀ DI KABUL

L’infanzia rubata in Afghanistan. Kabul non è la Napoli del ’45 ma anche qui i bambini vengono utilizzati come “lustra-scarpe” per guadagnarsi da vivere. Durante il regime dei Talebani erano usati anche come scudi umani e bersagli mobili per le sparatorie

Kabul (Afghanistan)- Il modo migliore per valutare un paese è osservare il trattamento riservato ai bambini. Da questo punto di vista, in Afghanistan, quei genitori condannati per crimini possono addirittura mandare i figli in carcere al loro posto e spesso, purtroppo, lo fanno. Il livello di mortalità infantile è il secondo al mondo. Il 25% di loro muore prima di raggiungere i cinque anni. Il 59% di coloro che sopravvivono cresce irrimediabilmente con qualche menomazione, fisica o mentale, a causa della mancanza di adeguata nutrizione nei primi anni di vita. In seguito, spesso i bambini diventano carne da macello per adulti che quotidianamente li picchiano, stuprano e torturano. Ovviamente, una grossa parte del problema è causato dalle lunghe guerre, che ancora per vari motivi non finiscono di cessare.

Durante il periodo talebano, i bambini di circa tre anni venivano utilizzati abitualmente come scudi umani, collocandoli direttamente in prima linea nelle sparatorie. Inoltre, migliaia di bambini sono orfani di genitori uccisi durante gli scontri e vengono mandati in orfanotrofi in cui subiscono abusi psicologici, fisici o vengono usati per traffici illeciti. Spesso, questi luoghi sono sprovvisti di acqua potabile, riscaldamento, tubature interne e servizi sanitari e non offrono possibilità ricreative o scolastiche. Si suppone, tuttavia, che quei bambini che vivono con i genitori frequentino la scuola, ma in un paese in cui i tre quarti della popolazione è analfabeta, l’educazione ha poco valore. L’Unicef afferma che circa un terzo dei bambini in età scolastica, quindi più di un milione, va a lavorare ogni giorno: diventano mendicanti, muratori, minatori o vanno nei campi a coltivare oppio. Se lasciano il lavoro, di solito è perché i genitori li utilizzano per altri scopi.

Alcuni vengono mandati in carcere al posto dei genitori, ma in altri casi la corte può stabilire che un genitore colpevole di un reato possa offrire la figlia di qualsiasi età come compenso alla vittima. Potete immaginarvi cosa deve subire la ragazza o bambina una volta entrata nella “nuova casa”. Ogni giorno migliaia di ragazzini abbandonano le loro case nella speranza di trovare lavoro, ma di solito non è facile trovarne. Ci sono giovani che cercano di sostenere le loro famiglie anche attraverso il più umile dei mestieri, senza grandi aspettative ma solo per ottenere un “boccone da mangiare” .

Uno di questi è  Hamid,  si è ricavato il suo piccolo spazio in un polveroso marciapiede di Kabul, 15 anni un ragazzino pieno timori  vive il dramma della disoccupazione. “Ogni giorno intorno alle 12 inizio a vendere sacchetti di plastica e lucidare le scarpe per le strade, perché sono il più grande della mia famiglia e mio padre non è in grado di lavorare”. Parlando della sua sofferenza, Hamid con un filo di voce prosegue: “il governo si deve impegnare ad aiutare le famiglie più disagiate, io vorrei  andare a scuola come gli altri bambini, imparare a leggere e scrivere, in modo da costruire un futuro, al momento non vedo speranze, l’unico modo per guadagnare 100 afgani al giorno è sedermi  sotto  il sole e lucidare le scarpe. Sono molto stanco, ma non posso fermarmi devo lavorare per sostenere la mia famiglia altrimenti i miei genitori e fratelli muoiono di fame – prosegue – spero che la pace e la sicurezza prevarranno in Afghanistan e anche le famiglie più povere potranno avere con maggiore facilità un aiuto economico; tutti vorrebbero essere ricchi,  a me bastano pochi soldi ed una vita diversa, la felicità non è solo denaro ma  raggiungere piccoli obiettivi, i miei obiettivi”.

Alcuni vengono mandati in carcere al posto dei genitori, ma in altri casi la corte può stabilire che un genitore colpevole di un reato possa offrire la figlia di qualsiasi età come compenso alla vittima

Hamid è un fiume in piena: “In Afghanistan molti  giovani raggirano la legalità attraverso azioni “sporche”, accattonaggio, furti o spaccio di droghe,  questo non fa altro che creare problemi alle loro famiglie ed è diventato un fardello sulle spalle della società. A queste scelte io ho preferito quella del lavoro di strada, Dio mi aiuti” – continua – “vorrei lavorare in un negozio perché  vendere e vivere su un marciapiede è molto difficile”.

io vorrei  andare a scuola come gli altri bambini, imparare a leggere e scrivere, in modo da costruire un futuro, al momento non vedo speranze, l’unico modo per guadagnare 100 afgani al giorno è sedermi  sotto  il sole e lucidare le scarpe

Latif , un altro giovane che ha trascorso molti anni nei paesi vicini Kabul anche lui attualmente è un “venditore di strada”. “ Ho finito il liceo,  non sono riuscito a trovare un impiego, al momento non posso far altro che vagare per le strade e per cercare di vendere qualcosa o lucidare scarpe, devo mantenere la mia famiglia”. Secondo l’Unicef, l’aspettativa di vita in Afghanistan è di 44 anni, la più bassa al mondo dopo l’Angola. Sulla base dei dati ufficiali, il 70% popolazione afgana è formata da giovani. Se il governo investisse su di loro, questi avrebbero un ruolo importante e costruttivo per il  paese.

Pierluigi Bussi

 

 

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Pierluigi Bussi

Pierluigi Bussi è giornalista dal 2003 e inviato in zone di guerra e all'estero. E’ stato, tre gli altri paesi in Afghanistan e Tunisia. Si è laureato in Relazioni Internazionali presso L’Università La Sapienza di Roma con approfondimenti sui conflitti nel Corno d’Africa e Medio Oriente. Da anni segue le sorti politiche e sociali afgane. Tra i vari ruoli ricoperti è stato capo redattore del mensile Europe Today, ha collaborato con i quotidiani Pubblico, Roma News, Il Mezzogiorno d’Italia, con approfondimenti in materia di politica estera. Ha scritto, inoltre, per Storia in Network. Attualmente collabora con La Stampa.

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