In attesa dell’uscita del DVD e Blu-Ray di “Avengers: Infinity War”, previsto per il 14 agosto, raccontiamo la storia del primo grande crossover tra eroi: la saga degli Argonauti.

Quando nel 2012 uscì il primo capitolo di The Avengers, i grandi appassionati del fumetto Marvel non potevano credere ai loro occhi: per la prima volta sul grande schermo Hulk, Thor, Iron Man, Capitan America, Vedova Nera e Occhio di Falco univano le loro forze per respingere il malvagio dio Loki. Il gruppo, ispirato alla saga dei fumetti dei “Vendicatori” nata nel 1966, nel corso degli anni ha accolto nuovi membri finché, l’anno scorso, i più forti eroi del Marvel Cinematic Universe non si sono ritrovati tutti insieme per tentare di sconfiggere Thanos, il titano pazzo ossessionato dall’idea di dominare l’universo: ai primi sei membri degli Avengers si sono allora aggiunti Black Panther, i Guardiani della Galassia, Spider Man e Doctor Strange solo per citarne alcuni. Tra pochi giorni sarà disponibile alla vendita il DVD e il Blu-Ray di “Avengers: Infinity War – Parte 1” per chi vorrà godersi sul televisore di casa propria la grande guerra per salvare l’universo, più precisamente la data fatidica da aspettare è quella del 14 agosto. Quello degli Avengers è forse il più brillante crossover del cinema, come lo hanno definito alcuni: il passaggio da film che trattavano i singoli supereroi a più pellicole che riunissero i più audaci paladini del fumetto americano è stato repentino. La DC Comics, per non essere da meno, ha seguito la falsariga della sua eterna rivale, riunendo gli eroi della sua compagine nella celebre Justice League, formata da Batman, Flash, Superman, WonderWoman, Cyborg e Aquaman.

Ma non è la prima volta che dei grandi eroi si riuniscono per un obiettivo comune. Infatti, già il mito greco conosceva una “squadra di eroi” le cui imprese furono oggetto di poemi e racconti: gli Argonauti. Le loro imprese diedero vita a una delle più note e affascinanti narrazioni della mitologia greca. Le loro gesta erano probabilmente ignote a Omero, Esiodo e ai poeti d’età arcaica, mentre le troviamo già attestate nei versi di Pindaro e in alcune battute e trame dei tragediografi ateniesi. Ma il poeta che scrisse e tramandò per intero le avventure di questi valorosi eroi fu Apollonio Rodio, erudito egizio d’epoca ellenistica, il quale suddivise le sue “Argonautiche” in quattro libri.

La storia degli Argonauti inizia a Iolco, in Tessaglia. Il nobile Pelia ha detronizzato il fratello Esone, legittimo erede al trono, e ne ha fatto imprigionare i familiari e uccidere i discendenti. Alcimede, moglie di Esone, riesce a salvare il neonato Giasone, facendo credere a Pelia che il bambino sia nato morto. Ingannato il cognato, Alcimede consegna il piccolo Giasone alle cure del saggio Chirone, il centauro allenatore di eroi. Una volta che Giasone cresce e viene a conoscenza del suo nobile lignaggio, torna a Iolco per reclamare il trono che gli spetta di diritto. Giasone e Pelia trovano un compromesso: il re consegnerà la corona a suo nipote se questi gli porterà il leggendario vello d’oro, un manto  d’ariete dorato situato nelle ostili, selvagge e lontane terre della Colchide. Giasone accetta, ma intuisce che da solo non riuscirà mai a portare a termine la missione, indi per cui chiama dalla sua parte i più forti e coraggiosi eroi di tutta la Grecia, i quali accettano di aiutare l’eroe, consapevoli che partecipare a questa spedizione assicurerà a tutti loro fama e gloria imperitura. Per la partenza, Giasone ordina la costruzione di una gigantesca nave, la più grande di tutti i tempi: dal nome del suo costruttore, l’imbarcazione prende il nome di Argo, e coloro che prendono parte a quest’impresa passeranno alla storia con il nome di “Argonauti”. Tra i cinquanta eroi che si presentano all’appello di Giasone non ci sono robot, super-soldati, fucilieri e giganti con problemi di gestione della rabbia, ma solo tanti eroi arditi e dotati di una foga impareggiabile: tra loro ci sono i due Dioscuri Castore e Polluce, Laerte (il padre di Ulisse), l’arciere ateniese Falero (a cui è dedicato uno dei due porti di Atene), il cantore Orfeo, il re di Atene Teseo (sì, proprio l’uccisore del Minotauro), Meleagro e i due fratelli guerrieri Peleo e Telamone, rispettivamente padri di Achille e di Aiace Telamone, i due eroi della Guerra di Troia. E se gli Avengers godono della presenza del dio norreno Thor, anche gli Argonauti vantano tra le proprie fila un eroe che ha in sé una natura divina (e che fu assunto tra gli dei dopo la sua morte): il leggendario Eracle, l’Ercole dei Romani, il forzuto figlio di Zeus che vinceva ogni battaglia con la forza dei suoi muscoli d’acciaio. Quando tutti gli Argonauti vengono a sapere che Eracle partecipa alla conquista del vello d’oro, sono concordi nell’affidargli la leadership della spedizione, dal momento che nel concetto eroico greco il migliore non può che coincidere con il più forte. Ma soltanto il rifiuto del semidio stesso aprirà al prode Giasone le vie del comando. Per tutta la prima parte del viaggio, almeno stando alla sfumatura sottolineata da Apollonio Rodio nelle sue Argonautiche, viene messa in risalto la differenza che intercorre tra la personalità di Giasone e quella di Eracle: Giasone è il leader carismatico e psicologicamente combattuto, tragico (nel senso greco del termine) e miseramente umano. Egli, a differenza dell’Alcide che conta solo ed esclusivamente sulla sua forza, fa leva sullo spirito e sull’unità del gruppo. L’eroismo di Eracle non è meditativo e, ciononostante, ha un carattere di infallibilità; quello di Giasone è invece portato a ponderare ogni particolare ed è esposto costantemente alla possibilità del fallimento.

Prima di arrivare nella remota Colchide, gli Argonauti dovranno tuttavia affrontare molteplici ostacoli: giunti sull’isola di Lemno, prima tappa del viaggio, dovranno resistere alla tentazione delle donne locali, che supplicano gli uomini dell’equipaggio di Giasone di rimanere sull’isola assieme a loro. Fortunatamente Eracle tirerà le orecchie ai suoi compagni, ricordandogli che il motivo del loro viaggio vale molto di più di qualche notte di sesso selvaggio. A Cizico gli Argonauti saranno invece impegnati in una lotta contro dei giganti a sei braccia, mentre sulle rive del fiume Chio saranno costretti ad abbandonare Eracle, il quale viene dato per disperso mentre questi è alla ricerca di Ila, il suo giovanissimo amante che è stato rapito dalle ninfe. Come ricorda invece una tragedia di Euripide (oggi perduta: rimangono pochi e brevissimi frammenti), giunti sul promontorio di Salmidesso, gli eroi salvano dalle grinfie delle Arpie il vecchio Fineo, il quale per ringraziarli indica loro la strada più sicura per raggiungere la Colchide. Dopo varie avventure e sventure per terra e per mare, la nave Argo attracca sulle rive del fiume Fasi, in Colchide.

Giunti nella terra del vello d’oro, Giasone si presenta dal sovrano locale, Eeete, al quale richiede la cessione del vello d’oro. Il re replica imponendo delle condizioni a Giasone: il capo argonauta potrà avere per sé la pelle dell’ariete, ma dovrà prima superare due prove. La prima consisteva nell’aggiogare a un aratro i due tori selvaggi di Efesto dagli zoccoli di bronzo. L’altra prevedeva la semina di denti di drago, dalla quale sarebbero nati dei guerrieri brutali, che Giasone avrebbe dovuto affrontare. Gli dei intuiscono che quelle imposte a Giasone sono due prove impossibili, dalle quali l’eroe non ne uscirà mai vivo. Indi per cui Eros, l’equivalente greco di Cupido, viene inviato in Colchide per scagliare una delle sue frecce su Medea, la giovanissima figlia di re Eete, la quale s’invaghisce di Giasone. La principessa è infatti un’esperta di pozioni e unguenti, e con le sue arti magiche tornerà sicuramente utile al capo degli Argonauti. Superate le due prove proprio grazie all’aiuto di Medea, Eete scaglia il suo esercito contro gli Argonauti. Giasone però, ne approfitta del selvaggio tumulto per arrivare nel giardino dove è custodito il vello. A custodire il cimelio è un gigantesco dragone, immortale e dalla pelle inscalfibile. Combatterlo è impossibile, realizza Giasone, indi per cui ha nuovamente bisogno dell’aiuto di Medea. Per amore del suo eroe, Medea prepara al drago una pozione soporifera, che getta la creatura in uno stato di perenne letargo. Addormentato il mostro, Giasone riesce a conquistare il Vello. Nel frattempo, gli altri Argonauti sono impegnati a respingere l’assalto dei guerrieri della Colchide, intenzionati a catturare gli eroi greci e a incendiare la Argo. La battaglia è vinta dai compagni di Giasone, ma alcuni di loro vengono feriti gravemente (ma per fortuna sono subito guariti da Medea) mentre altri, tra cui Ifito, muoiono nell’impresa.

Non è ben chiaro quale sia stata la strada che hanno compiuto gli Argonauti per ritornare a Iolco, ma dopo altrettante imprese compiute durante il viaggio di ritorno (quali ad esempio la lotta contro il colossale gigante di bronzo Talos nei pressi di Creta) la Argo riesce ad attraccare a Pagase, non lontano da Iolco. Lì, gli Argonauti scoprono che Pelia aveva diffuso in giro la voce che la loro nave fosse affondata e che gli eroi fossero tutti morti nel naufragio. Per vendetta, Giasone fa uccidere re Pelia da Medea: la maga, prese le sembianze di una vecchia, convince le figlie del re a fare a pezzi il loro padre, persuadendole che così facendo egli tornerà giovane.

Qui termina l’avventura degli Argonauti, ma il seguito ci è noto tramite una ricostruzione di alcune opere antiche, epiche e tragiche: Giasone, per aver fatto uccidere suo zio, viene esiliato a Corinto, dove tradisce Medea con la bella Glauce. Medea, impazzita per questo tradimento, uccide i figli che ha avuto con l’argonauta e la nuova amante di suo marito. Ognuno degli Argonauti ha preso la propria strada: Eracle ha compiuto le sue dodici fatiche, Teseo ha continuato a regnare su Atene, Orfeo è sceso fino agli Inferi per tentare di recuperare la sua Euridice e Meleagro si è invece reso protagonista della leggendaria caccia al cinghiale di Calidone. Giasone invece, solo e abbandonato da tutti, vivrà per anni in solitudine, avendo come suoi unici compagni i ricordi della sua impresa. La leggenda narra che l’antico capo degli Argonauti visse i suoi ultimi anni nel gigantesco capanno in cui era conservata l’ormai fatiscente Argo, finché un giorno alcune travi della nave non cedettero crollando addosso al solitario e infelice Giasone.

Più antico, ma non per questo meno affascinante, il racconto degli Argonauti presenta differenze e analogie con il gruppo degli Avengers: nel mito greco non è presente la concezione di “Bene VS Male” ma solo uno scontro tra civiltà (rappresentata dai greci Argonauti) e barbarie (simboleggiata invece dalla selvaggia Colchide). Proprio come i vari Tony Stark, Steve Rogers e Bruce Banner, gli eroi dell’impresa del Vello d’Oro sono tratteggiati nella loro tragicità, e i vari autori che hanno descritto le loro imprese non hanno mancato di sottolineare la loro fragilità, che li rende tanto eroici quanto, allo stesso tempo, umani.

                                                                                                         

                                                                                                  Michele Porcaro