Dossier

GLI ANGELI DI MILLA

Herat (Afghanistan) – La prima volta che la vidi fu a Roma. Al Centro Operativo Interforze di Centocelle, il primo giorno di corso di formazione per giornalisti «embedded». Categoria a cui appartengo anche noi e che indica i giornalisti che seguono il contingente nelle aree di crisi e nei teatri operativi. Ecco stiamo parlando proprio come dovrebbe parlare un buon embedded: «contingente», «area di crisi», «teatro operativo». Io semplicemente dico sempre che sono un “cronista”, nell’accezione letterale del termine che racconto storie e persone, attenendomi ai fatti.

Milla è una giornalista di quelle toste. Già il vestito nero e corto ti dice il tipo determinato che è. Parla di esteri, di guerra e dalla prima fila, dove solitamente siede fa domande precise e quasi non lascia scampo. È contenta anche di indossare la divisa quando a Brindisi con il San Giorgio ci fanno fare qualche esercitazione, così come quando simulano il nostro sequestro. È pronta anche a questo, come è pronta a partire. È la prima di noi ad andare in Afghanistan. Va a Kabul, scortata da quattro uomini che lei chiama «i miei angeli».

Ci ritornerà altre volte in quella terra, di cui è molto innamorata. L’ultima con me. Lo vengo a sapere solo il giorno prima, quando da facebook mi manda un messaggio chiedendomi se vogliamo vederci: «Ma ho solo due ore di tempo. Solo per una pausa veloce», scrive. Per poi continuare: «Sarò a Fiumicino dalle dieci a mezzogiorno». Capisco subito e le scrivo che ci sarò. Ma non solo per vederla, perché abbiamo la stessa destinazione: Afghanistan. La trovo sempre esigente e preparata. Ma riconosco un punto debole, che poi è lo stesso mio: la paura dell’aereo. Lei addirittura prende le gocce. Così ci confortiamo a vicenda in quelle sette e più ore di viaggio che legano Fiumicino ad Abu Dabhi. Milla si aggira per la base con anfibi e pantaloni con tasconi. Sulle scarpe, il gruppo sanguigno bene in vista. Proprio come i militari. Milla ha sempre un sorriso gentile per tutti. È operativa fino in fondo. A Bala Murghab dorme in tenda e non si fa problemi di trucco e rossetto. Le piace questa vita e forse sogna di poterne fare parte. Anche se la priorità ora è raccontare. Mi parla di Faridah, «un incanto di piccola donna fatto di occhi neri e profondi, da pelle e capelli ambrati», per usare parole sue.

«Il mio sguardo – racconta – l’ha accarezzata immediatamente. Come se la sentissi un po’ mia. Poi, sorprendendomi, si è avvicinata e abbiamo parlato la lingua più bella del mondo. Quella dei gesti. Mi ha preso la mano e l’ha stretta forte forte. L’ha tenuta vicino al cuore per qualche minuto. Poi la sua mamma le ha sussurrato qualcosa. E lei si è sfilata il piccolo anello che portava al dito. E me lo ha messo. A quel punto ho tolto una fede che portavo sulla mano sinistra e l’ho consegnata alla madre. Che l’ha indossata. Poi anche lei mi ha preso le mani e ci siamo abbracciate per momenti che ricordo essere interminabili. È stato un colloquio fatto di sguardi, tra due donne della stessa età, che parlavano lingue per ognuna incomprensibili, cresciute in un mondo diverso e che inevitabilmente avranno futuri entrambi inimmaginabili ma che comunque solcheranno strade che non si incontreranno più. Ci siamo, a nostro modo, augurate felicità. Poi il tempo della visita è terminato. Quando sono uscita Faridah mi ha seguito sorridendo. Ho chiesto all’interprete Najib di dirle che non l’avrei mai scordata e che a Bala Murghab lasciavo una sorellina». Non mi stupisco di questi pensieri. Per Milla, Faridah è un po’ come Hamidullah per me.

Anche se lui è più sofferente ma la voglia di vivere e la lotta per poter vivere in Afghanistan è la stessa. Lo vorrei vedere grande, Hamidullah, magari realizzato e rincontrarlo un giorno. Anche lì non ci saranno parole, ma come dice Milla sarà la lingua dei gesti a farci comunicare. Basterà un abbraccio. E sarà infinito.

Oggi, Milla continua a scrivere di Afghanistan. E non pensa soltanto a Faridah. Ma anche ai suoi «angeli». Gli uomini scomparsi nell’attentato del 17 settembre del 2009, la “Strage di Kabul” sono stati la sua scorta.

Impossibile dimenticare…

Tratto dal libro “Storie Lontane. Racconti di Vita in Afghanistan” di Mirko Polisano (DPC edizioni, 2010)

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