“Varo, rendimi le mie legioni!”, gridò il princeps Ottaviano Augusto in preda alla collera, strappandosi le vesti e i capelli, quando fu informato della strage di Teutoburgo, in cui persero la vita più di quindicimila soldati romani.

Quello del 9 d.C. fu probabilmente il colpo più duro che l’esercito romano subì nella sua millenaria storia, più umiliante persino della sconfitta di Canne e delle Forche Caudine. La notizia di tale disfatta si sparse presto in ogni angolo dell’impero. Persino Ovidio, che all’epoca della clades variana si trovava in esilio a Tomi (in Romania) in un brano dei Tristia risulta informato sui fatti:
“Arminio, che copre il volto ispido con lunghi capelli, tese ai nostri un’imboscata, in modo sleale.”

L’impatto che ebbe tale disfatta è ancor oggi oggetto di studio da parte di storici e archeologi: più studi e ricerche ipotizzano infatti che, se Roma durante l’Alto Impero non ebbe mai eccessivo interesse nel conquistare i territori al di là del Reno e del Danubio, probabilmente è per quel trauma irrisolto e mai superato di Teutoburgo.

Non solo erano cadute ben tre legioni (XVII, XVIII e XIX) ma gli uomini di Arminio ne avevano depredato le aquile. E lo stesso Augusto, che a lungo si era vantato di essersi riappropriato delle insegne delle legioni cadute a Carre sotto la guida di Crasso (al punto tale da far ritrarre la scena della restituzione sulla lorica di una delle sue statue più famose, l’Augusto “di Prima Porta”) si ritrovava beffato da un barbaro traditore. Le testimonianze di Cassio Dione e Tacito riportano inoltre che i Germani si lasciarono andare a nefandezze di ogni tipo: mutilazioni, torture, sacrifici umani e addirittura pasti cannibalici. Qualche anno dopo il tragico eccidio, anche se Augusto era ormai passato a miglior vita, a vendicare la disfatta di Teutoburgo ci pensò Germanico.

 

GERMANICO, DRUSO E IL PROBLEMA DELLA SUCCESSIONE AUGUSTEA 

Facciamo un salto indietro di qualche anno: per la sua successione in qualità di princeps, Augusto fu poco fortunato: morti Marcello, Agrippa e i due figli adottivi Lucio e Caio Cesare (scomparsi rispettivamente nel 6 e nel 4 a.C.) l’imperatore designò come suo successore Caio Druso Nerone, figlio di primo letto della moglie Livia.

Augusto era così affezionato a Druso, di cui ne apprezzava le doti militari e le virtù morali, che si pensava (e persino Svetonio sembra tra le righe concordare con tale ipotesi) che in realtà l’imperatore fosse il vero padre del giovane condottiero.
Come tutti gli eredi alla porpora designati prima di lui, anche Druso morì prematuramente, a causa di una caduta da cavallo che gli causò la rottura della tibia e una ferita che si infettò nel giro di pochi giorni. Druso, molti anni prima della strage di Arminio, aveva collezionato diversi successi militari in quel della Germania, i quali gli valsero l’epiteto onorifico di “Germanicus”. Quando il corpo esanime di Druso ritornò a Roma, il Senato decise di estendere tale titolo anche ai suoi figli. Quando Augusto adottò #Tiberio, costrinse quest’ultimo ad adottare a sua volta Claudio Druso Nerone, figlio del compianto generale, che nel frattempo aveva preso, per volontà del senato, il nome di #Germanico.

Da allora, il giovane rampollo della Gens Iulia sarà conosciuto come Germanico Giulio Cesare.

LA LENTA VENDETTA DI ROMA 

Augusto, 72enne all’epoca della clades variana, non visse abbastanza per assistere alla rivincita di Roma per quell’umiliazione. Tutto quello che riuscì a fare è impedire che la strage di Arminio fomentasse nei popoli soggetti al dominio imperiale un sentimento antiromano che potesse portare a ribellioni indesiderate.

Nell’11 d.C. l’imperatore affidò a Tiberio e a Germanico una missione militare, coronata da successo, sulla riva destra del Reno, allontanando qualsiasi minaccia immediata dei Germani sulle province dell’impero, in particolare verso la Gallia e l’Illiria.

Non si ebbe nessuna notevole vittoria nel corso di questa campagna, ma le operazioni di “pacificazione” intraprese dalle legioni riportarono la calma fra le tribù più turbolente.

Dopo aver preso in mano l’esercito e dopo aver reclutato ben otto legioni, Germanico passò lesto all’offensiva. La prima operazione risale al 14, e venne effettuata nel territorio dei Marsi. In questo attacco vennero impiegate quattro legioni, 26 coorti ausiliarie e 8 ali di cavalleria, per un totale di circa 20 mila uomini. La campagna, breve e condotta speditamente, risultò un successo pieno. Sul cammino di ritorno i Bructeri, i Tubanti e gli Usipeti, accorsi in soccorso dei Marsi, attaccarono i Romani. Ma le legioni, preparate a questa eventualità, respinsero i nemici con facilità e senza grandi perdite.

In pochi anni, Germanico ottenne una fama e un prestigio più illustri di quelli di cui godeva suo padre Druso Maggiore. Augusto cominciò a provare una devozione e una stima per il giovane Germanico tali da nominarlo erede al pari del figlio adottivo Tiberio.

IDISTAVISO: LA RESA DEI CONTI 

Il 19 agosto del 14 d.C. alla veneranda età di 77 anni, Ottaviano Augusto spirò nella sua residenza nolana.

Prima che i Germani potessero venire a conoscenza della morte dell’Imperatore e trarne entusiasmo per fomentare ulteriori rivolte, Germanico volle intensificare le operazioni militari tra l’Elba e il Reno. La tattica impiegata dal giovane comandante nelle campagne tra il 10 e il 14 sembrò efficace e vincente: non gli restava ora che affondare il colpo definitivo.

Per far sì che il suo nome venisse consegnato del tutto ai fasti della storia, Germanico doveva punire quel barbaro che stava assumendo agli occhi dei Germani le sembianze di un dio: Arminio. Quel nome per Germanico cominciò a divenire una vera ossessione. Vendicare i morti di Teutoburgo, che dalle viscere dell’Averno sembravano ancora implorare vendetta, significava diventare agli occhi di Roma un meritevole successore di Augusto, e voleva dire inoltre liberarsi definitivamente del pesante fardello del nome di suo padre Druso, a cui era sempre accostato e messo a confronto.

Nel corso dell’anno 15 Germanico ottenne significative vittorie su Marsi, Catti e Bructeri. Tuttavia, il comandante era consapevole che tali vittorie non sarebbero state sufficienti per indebolire la resistenza antiromana guidata da Arminio. Il comandante germano, inseguito da Germanico e dalle sue legioni, evitò infatti ogni scontro campale, preferendo avvalersi (come a Teutoburgo) di incursioni e assalti a tradimento. Nonostante la maggior parte delle tribù si fossero ormai piegate al dominio di Roma, Germanico voleva la resa di Arminio, così come Giulio Cesare (del quale Germanico portava con fierezza il nomen e il praenomen) aveva ottenuto la resa di Vercingetorige.

Ma Arminio continuava a scappare di fronte al nemico, approfittando anche del territorio selvaggio, boscoso e palustre che facilitava la fuga.

Nel 16 d.C. Germanico preparò una nuova campagna, con un unico obiettivo: annientare Arminio e i popoli che gli avevano giurato fedeltà. La battaglia definitiva si combatté nella piana di Idistaviso.

Arminio, che fino a quel momento aveva sempre rifiutato il rischio di battersi contro le legioni in una battaglia campale, intuì che non aveva più scelta. I legionari romani, ben più preparati dei barbari, fronteggiarono allora i nemici, e riportarono una schiacciante vittoria. Arminio e i suoi si ritirarono presso il Vallo Angrivariano, ma subirono un’altra durissima sconfitta da parte dei legionari romani: la resistenza dei Germani crollò rapidamente e Arminio dovette darsi alla fuga.
I Romani massacrarono un gran numero di fuggitivi. Germanico, vittorioso, fece elevare un trofeo dove iscrivere i nomi delle tribù sconfitte. Da quel giorno, l’epiteto di “Germanicus” non poté essere più azzeccato. Arminio era stato sconfitto, ma la coalizione antiromana non era stata debellata del tutto, ma soprattutto il massacratore di Teutoburgo era ancora vivo.

LE AQUILE RITROVATE
Nonostante le vittorie schiaccianti e la definitiva rivincita della strage di Teutoburgo, la campagna di Germanico non raggiunse gli obiettivi prefissati da Tiberio: i territori tra il Reno e l’Elba rimanevano ancora sotto il dominio delle tribù germaniche, e non aveva senso spendere ingenti risorse umane e pecuniarie per conquistare un territorio inospitale e ostile.
Tuttavia, a Germanico va riconosciuto un enorme merito: quello di aver recuperato ben due delle tre aquile legionarie perdute in quel di Teutoburgo.

L’AQUILA DELLA LEGIO XIX 
La prima aquila, quella della XIX Legione, fu recuperata nel 15 da Lucio Stertinio, luogotenente di Germanico, il quale la sottrasse ai Bructeri, che la tenevano in ostaggio.
Avuta notizia del recupero della prima aquila, Germanico si recò nella foresta di Teutoburgo, dove rese gli estremi onori ai caduti della battaglia di sei anni prima.
Tale gesto, riporta Tacito, fu mal visto dall’Imperatore Tiberio, il quale riteneva che un comandante, nel suo ruolo di augure e rivestito delle più antiche cariche sacerdotali, non dovesse officiare riti funebri.

LA SECONDA AQUILA 
La seconda aquila fu rinvenuta grazie alla collaborazione di Mallovendo, capo dei Marsi, che, arresosi a Germanico, chiese salva la vita in cambio della notizia del luogo in cui era conservata l’importantissima insegna.
Arminio sapeva che i legionari di Roma tenevano alle aquile più della loro stessa vita, indi per cui aveva posto a presidio della somma insegna un drappello di soldati, che tuttavia fu subito sgomberato da un nutrito manipolo inviato da Germanico.

LA MORTE DI GERMANICO E IL RITROVAMENTO DELLA TERZA AQUILA
Il valente Germanico morì in Oriente tre anni dopo il trionfo di Idistaviso, in circostanze ancor oggi ritenute sospette. A recuperare la terza aquila provvide il fratello minore del vendicatore di Teutoburgo, Tiberio Claudio Druso, colui che, dopo la morte di Tiberio e di Caligola (rispettivamente padre adottivo e figlio di Germanico) sarà salutato come Imperatore con il nome di Tiberio Claudio Cesare Augusto Germanico.

Stando a quanto riporta Cassio Dione Cocceiano, autore vissuto due secoli dopo i fatti di Teutoburgo ma non per questo poco credibile, il comandante Publio Gabinio Secondo si impossessò della terza aquila durante una campagna militare contro i Cauchi.

In cambio dell’ultima insegna di Teutoburgo, Claudio concesse al generale il titolo onorifico di Cauchius.
Tra il 15 e il 41 d.C. le tre insegne, macchiate di sangue, furono recuperate e riportate a Roma, ma l’onta dell’umiliazione rimase: nessun imperatore, da Augusto fino a Romolo Augusto, osò riformare la XVII, la XVIII e la XIX Legione. Nonostante le valorose gesta militari di Germanico, la vergogna di Teutoburgo era rimasta impressa nella memoria collettiva dei Romani, come una ferita irrimarginabile.

IL BIMILLENARIO, AMELIA E UN TERRITORIO E UNA STORIA TUTTA DA SCOPRIRE
Con l’evento del 22 marzo 2019 inizieranno ufficialmente le celebrazioni per il Bimillenario della morte di Germanico Cesare, le attività proseguiranno poi per tutto IL 2019- con il Convegno Internazionale del 24-25 maggio e poi con la Mostra a partire dal 19 ottobre, data della morte del generale romano.

Il territorio Amerino, ricco di contenuti tra storia, arte, spiritualità ed enogastronomia è pronto ad accogliere tutti coloro che vorranno raggiungere la nostra Umbria e scoprire le terre di Amelia.

 

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