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GENIO RIBELLE E BANDIERA…

Semplicemente Gascoigne. Le follie romane dell’asso britannico e i ricordi violenti di Paul. Alcool, pugni, versacci, notti bianche, tante donne e qualche gol.

Roma- Quello nero era il suo cavallo preferito, Zorro. Su quel prato faceva correre i suoi cani. E sotto quell’albero veniva a sedersi al tramonto, una lattina di birra in mano. Via di Santa Cornelia, cuore verde della Giustiniana: Paul Gascoigne se lo ricordano così. Allegro. A volte anche troppo, per via di quell’amore mai nascosto per l’alcol. Trascorse qui la sua ultima stagione romana, nella villa a tre piani che fiancheggia il maneggio. “Quando se ne andò e i proprietari mi chiesero di fare le pulizie- racconta una colf filippina – dovetti chiamare una decina di miei connazionali per finire nel giro di qualche giorno. C’era di tutto in quelle stanze: cartacce e bottiglie vuote, schegge di bicchieri e di piatti, immondizia sotto i divani”.

L’Ultimo Gazza. Non era un amante dell’ordine e della pulizia, l’ultimo Gazza, quello abbandonato dall’allora fidanzata Sheryl stanca delle frequenti scenate e poi anche dai tifosi che, nel luglio del ’92 , lo accolsero come il Messia. La Gazza di Gateshead, frazione di Newcastle, ha sempre avuto poco a che spartire con il tipico aplomb britannico. “Non fossi diventato calciatore-  ammise- sarei rimasto un hooligan, come sono nato”. Costretta alla spericolata convivenza col suo asso, la Lazio affrontò anni difficili. Quasi un problema al giorno (anzi, a notte). Gascoigne ubriaco in un bar del Fleming. O protagonista di scazzottate in mezzo alla strada, poche ore prima dell’alba. “Ricordo una notte qui sotto i portici di piazza Monteleone di Spoleto- racconta un commerciante- mi affacciai dalla mia camera da letto, sulla piazza. C’era un uomo grande e grosso che barcollava fra altri tre energumeni, mentre un quinto si contorceva a terra. Scesi, il cappotto sopra al pigiama. Uno era Jimmy Cinquepance, l’avevo visto allo stadio. E quello a terra, il sangue che gli usciva dal naso e dalla bocca era Gascoigne”. Scene di ordinaria follia, rivissute oggi tra sorrisi amari nel quartiere che ospita a poca distanza, Zdenek Zeman e Dino Zoff. Diversi in tutto, anche nel giudizio su Gazza. “Un fenomeno, calcisticamente parlando”, per il presidente della Lazio. “Un personaggio e un atleta sempre a rischio”, per l’ex allenatore della Roma. Alcool e cazzotti, notti bianche e irripetibili versacci in faccia agli interlocutori esterrefatti. Raramente s’e’ smentito, l’inglese dalle ginocchia scricchiolanti, nei suoi quattro anni di vita romana. Spesso medici pietosi ne hanno coperto le ferite, mettendo tutto a tacere. Ma esagerò Gascoigne a gennaio del ’94, quando aggredì in pieno centro un paparazzo, Lino Nanni, colpevole di aver scattato qualche flash dietro le chiome bionde di Sheryl. Lesioni volontarie, la sentenza emessa dal Tribunale di Roma qualche tempo fa, a seguito della denuncia del fotografo: tre mesi di reclusione, con la condizionale, pagamento delle spese legali, risarcimento danni.

La Lazio sempre nel Cuore. Era il giugno del 1995 quando Gascoigne lasciò Roma per firmare in gran segreto con i Rangers di Glasgow. Come un marito che dice alla propria moglie che sta uscendo per ‘comprare le sigarette’ e poi non torna più a casa. Perché quello tra la Lazio e Paul, è stato un grande amore: maledettamente breve ma tremendamente intenso. Ancora più intenso, quello con la gente laziale, innamorata pazza di un genio del pallone. Il suo arrivo a Roma, primo acquisto miliardario di Cragnotti, diede inizio all’epoca spendacciona che portò i biancocelesti su vette mai raggiunte prima. E fu un invito a nozze per la Curva Nord, da sempre incline al fascino d’oltremanica. Portatore sano di una goliardia ‘british’ che ben si sposava con quella romana, nei suoi pochi anni biancocelesti ‘Gazza’ calamitò l’attenzione mediatica intorno a se. Ribelle scanzonato e sempre sopra le righe, era uno show-man perfetto per ammaliare le folle. Dentro il campo, magie degne degli dei del pallone; fuori, colpi di scena teatrali ed esilaranti. Un autogol voluto per rompere la monotonia di un’amichevole, una strizzatina ai ‘gioielli di famiglia’ di Nando Orsi in panchina, l’accappatoio sfilato davanti alla faccia incredula di mister Zoff: sono solo alcune delle pazzie che Gascoigne ha regalato per sempre alla storia. Belle e vere, come le lacrime di gioia sotto la Nord dopo la rete nel derby, oppure quelle di disperazione quando fu costretto ad abbandonare il campo per infortunio in un’altra sfida alla Roma.

Comunque Bandiera. Ha segnato il suo gol più bello “scendendo in campo ubriaco, contro una squadra di cui non conosceva nemmeno il nome”, perché la bottiglia è stata la sua ‘dama nera’ che non l’ha mai lasciato solo, accompagnandolo verso il baratro. Una vita vissuta sul filo del rasoio, piena di cadute e ribaltoni. Una vita da Gascoigne, simbolo di un calcio che purtroppo o per fortuna, sembra non esistere più. Dicono che la Lazio non ha mai avuto una vera bandiera: provate a spiegarlo a chi, ogni domenica, sventolava quella di ‘Gazza’ in Curva Nord.

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Fabio Piccioni

Nato a Roma e ci vive ancora. Dopo la laurea in Scienze Politiche intraprende varie esperienze tra cui la vita di mare. Appassionato di politica, arte e viaggi. Durante le elezioni non dorme quasi mai. Ama lo sport e tra i suoi preferiti ci sono calcio e pugilato. La sua prima vera passione era e rimane la fotografia. Oggi lavora con creatività nella sua agenzia pubblicitaria a Roma.

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