Nata con l’obiettivo di promuovere il cicloturismo, oggi è anche un’officina biciclette a tutti gli effetti. Grazie al coraggio imprenditoriale di Marco e alle sapienti mani di Marcello il mito intramontabile delle due ruote rivive tra le vie e i murales del Quadraro

 

Roma – Dicono che viaggiare permetta di aprire la mente, entrando in contatto con persone e culture diverse. Dicono anche, che al nostro ritorno non saremo più gli stessi di prima. Per quanto riguarda la prima affermazione, non credo ci possano essere obiezioni. Sul ritornare cambiati, invece, credo che molto lo faccia lo spirito con cui affrontiamo nuove esperienze. Di sicuro, Marco Buratti dopo quel viaggio fatto a Parigi, cinque anni fa, ha scoperto un aspetto della sua passione che non conosceva e che, alla fine, l’ha convinto a fondare Gazebike. L’Associazione di cui oggi è Presidente.  

“Al mio ritorno – mi confessa – ho iniziato a vedere la bicicletta non solo come un hobby, un passatempo da praticare nei momenti liberi. Ma piuttosto come un vero e proprio mezzo di traporto. Alternativo alla macchina, economico, rapido negli spostamenti cittadini e, soprattutto, ecosostenibile”. Sensibilizzare le persone all’utilizzo quotidiano delle due ruote, quindi, è diventato un chiodo fisso per Marco. Sapeva benissimo, tuttavia, che per portare avanti il suo progetto si sarebbe dovuto scontrare con i limiti di una città tutt’altro che bikefriendly. Sfidare, giorno dopo giorno, le cattive abitudini e la diffidenza di una società sempre più dipendente dall’automobile.

Tutto questo, però, non l’ha scoraggiato affatto. Anzi, più passava il tempo e più la sfida sembrava farsi stimolante. Com’è facile intuire la scelta del nome, Gazebike, non è altro che la liaison tra uno spazio, il gazebo, e “le biciclette che lì sotto – come dice Marco – ci dormono la notte”. Un modo estremamente romantico di riferirsi a questo intramontabile oggetto. Fin da piccoli, infatti, i ricordi più belli che conserviamo viaggiano, spensierati, su di un piccolo sellino a punta. Pedalare è la prima e più completa esperienza di libertà che facciamo. E che non dimenticheremo mai più.

“Fortuna ha voluto, che in quel periodo la bicicletta stava ritornando molto in voga – ammette. Tanti, per varie ragioni, ne stavano rivalutando gli aspetti positivi”. Non rimaneva, quindi, che prendere la palla al balzo e, perché no, immaginare di far diventare Gazebike un vero e proprio lavoro. Il passo successivo, quindi, fu quello di avviare un noleggio bici ed organizzare visite guidate tra le bellezze Eterne di questa città. “Tutti, romani o turisti, avrebbero avuto la possibilità di ammirare luoghi incantevoli. Sospesi nel tempo. Svincolandosi dal traffico caotico che ingabbia questa metropoli.

Inizia così il viaggio di due ragazzi, da sempre, molto appassionati di ciclismo. Dal Quadraro, una tra le più suggestive e caratteristiche borgate romane. Per diventare, nel giro di tre anni, anche un’officina di biciclette a tutti gli effetti: Gazebike al Quadraro, appunto. “L’obiettivo iniziale – ci tiene a precisare Marco alla fine della nostra chiacchierata – è rimasto sempre il cicloturismo però. Portare a spasso per la città le persone. Dando loro la possibilità di scoprire gli angoli meno noti di Roma, ma non per questo meno interessanti”. Un segno distintivo, che ne fa una realtà unica in città.

Per questo motivo si è pensato, quindi, di dar vita al CicloMuro, a cui ho avuto il piacere di partecipare anch’io qualche mese fa. “Un evento organizzato in collaborazione con l’Associazione Muro – mi spiega Giorgio Silvestrelli che ci ha fatto da guida. Voluta da David Vecchiato, in arte Diavù, proprio allo scopo di curare e realizzare i molti murales che con il tempo sono iniziati a spuntare in giro per tutto il quartiere”. L’arte di strada come strumento per rivalorizzare e raccontare la storia di una borgata che, per tenacia e spirito di resistenza i Nazisti chiamavo Il nido di vespe.

Come si diceva prima, però, Gazebike oggi è anche un’officina. Nata e gestita dalle sapienti mani di Marcello. “Un corso tira l’altro, un amico ti chiama per un problema alla bici e forse adesso, dopo cinque anni, posso dire di essere un meccanico di biciclette – mi dice divertito mentre stappa una Peroni”. Alla base di tutto, c’è il fatto che secondo lui “trovare qualcuno che ripara bici in quest’epoca è molto difficile. Tanti le vendono, ma pochi le aggiustano”.

Marcello non ha dubbi, il suo lavoro non è una moda. Perché le mode passano e, quindi, anche lui farebbe un mestiere che prima o poi sarebbe destinato a “passare”. Invece, è straconvinto che a riportare in strada così tante bici sia stato il traffico e lo stress delle persone. Ma, soprattutto, il fatto che la gente si è resa conta di corre troppo. “A Roma – ammette con un pizzo di rammarico – i rapporti umani non esistono più da un pezzo. Uscire in bici, invece, ti permette di fermarti a prendere un caffè da un amico, di fare un giro più largo e ammirare la natura o i monumenti”.

Dato il momento economico molto delicato, non posso fare a meno di chiedergli se di questo lavoro riesce a viverci. La sua risposta è tanto sincera quanto spiazzante. “Ci si vive – ammette – nella misura in cui si è disposti a farlo. Non sono mai stato interessato a comprarmi uno yatch e se un giorno questo lavoro mi darà la possibilità di farlo, magari sulla barca ci monterò due pedali”. Una verità assoluta, su cui tutti noi dovremmo riflettere.

Scherzi a parte, parlando con Marcello ho inizio a pensare che la bicicletta è uno stile di vita e le sue parole me lo confermano. “Ho scelto un’abitazione vicino al negozio, mi dice. Casa e lavoro saranno al massimo a 100 metri di distanza, è un privilegio che qui a Roma non ha nessuno”. Poi, quando gli chiedo cosa è per lui la bici non ha dubbi. “È assenza di regole e punti fermi. Se vuoi girare a destra giri, se vuoi tornare indietro lo fai. Non ci sono percorsi obbligati quando sei in bicicletta. Questa è una sensazione unica, che ti entra dentro e non se ne va più”.

Arrivati a questo punto, però, devo assolutamente capire da chi gli ha imparato ad aggiustare freni, trasmissioni e cambio. “Mi ha insegnato un signore filippo di 45 anni ex corridore della Giant. Prima di diventare professionista, mi racconta Marcello, Villamond ha dovuto combattere con la povertà estrema e la fame più nera. Quella che ti obbliga a riutilizzare ogni cosa, senza buttare via niente. Proprio da lui, infatti, ho imparato a sistemare le bici con pezzi recuperati”. Scopro anche che la vera passione di Marcello sono le bici d’epoca. Quelle degli 60, tanto per intenderci. “Fatte d’acciaio e che non muoiono mai. Che ti permettono di arrivare fino in India e se per caso ti si rompe un pezzo due punti di saldatura e sei pronto a ripartire. Con il carbonio, invece, resti fermo in Sicilia”.

Da questo punto di vista Marcello ha le idee molto chiare. Vorrebbe che questa città mettesse a disposizione di tutti uno spazietto in più per le biciclette. “Io non mi sono mai battuto per le piste ciclabili, io voglio una bikeline. Il diritto di stare sulla strada come tutti gli altri – conclude”. Come lui, ormai, sono in molti a credere che sia arrivato il momento di parcheggiare l’automobile in garage una volta per tutte. Ricoprire, così, il piacere e l’utilità della bicicletta. Dalle ciclabili trentine e poi giù, fino quella che collega Assisi a Spoleto, sono sempre di più i progetti di cicloturismo che stanno nascendo in Italia. A conferma, che il mito intramontabile delle due ruote è più vivo che mai.

 

Mattia Bagnato