L’isola di Lampedusa. “Ha una superficie di 20 chilometri quadrati, dista 70 miglia dalla costa africana e 120 miglia da quella siciliana. Negli ultimi 20 anni circa (tenendo in considerazione i dati pervenuti fino al 2016) 400mila migranti sono approdati a Lampedusa. Nel tentativo di attraversare il Canale di Sicilia per raggiungere l’Europa si stima siano morte 15mila persone”, questa la descrizione dell’isola al confine tra Europa e Africa, questo il prologo, nonché manifesto con cui si apre Fuocoammare.

Singolarità e pluralità in un documentario

Gianfranco Rosi, il regista Leone d’Oro al Festival di Venezia per Sacro Gra, torna ad immergersi nell’universo documentaristico che tanto caratterizza il suo cinema e questa volta lo fa con l’intento di narrare al contempo singolarità individuali, riprendendo la quotidianità di bambini e adulti lampedusani, e pluralità popolari, accogliendo con l’occhio scrutatore della sua macchina da presa quei profughi, quei migranti che compaiono all’orizzonte, pochi rappresentanti di tanti popoli e Paesi in cerca di aiuto (come i ragazzi eritrei, etiopi, somali e ghanesi giunti sino al cuore di Roma di cui si parla nell’articolo firmato Kim Sogni appesi al Baobab). Così la cinepresa di Gianfranco Rosi cattura, come da sua abitudine, luoghi tangibili ma invisibili ai più, ponendo l’attenzione, con Fuocoammare, su una problematica quanto mai attuale, quella dell’evasione-invasione di esseri umani in cerca di briciole di umanità.
Sedentari e nomadi. Fuocoammare è un docu-film che si immerge in una realtà di confine, tra sedentarietà di coloro che sono nati e cresciuti sull’isola di Lampedusa e nomadismo di coloro che non hanno più un posto che appartenga loro nel mondo, finendo col fuggire da guerre e soprusi cercando di ricostruire la propria vita e quella delle loro famiglie.

Mare e terra

Nel film di Gianfranco Rosi appare evidente un netto contrasto tra terra e mare. Se da una parte viene narrata attraverso concreti gesti e giochi la semplice quotidianità del piccolo Samuele, un bambino di appena 12 anni a cui piace tirare di fionda, cacciare uccellini e andare a scuola, radicato nella sua terra, come testimonia il suo marcato accento, dall’altra molte inquadrature sono riservate a gommoni o imbarcazioni di fortuna su mare, imbarcazioni cariche di migranti le cui tragiche peripezie e condizioni vengono raccontate attraverso le annotazioni di medici e volontari. Se da un lato lo sguardo incantato di Samuele dona il tono dell’innocenza, utilizzata anche nel parlare costantemente di un duro argomento quale la guerra, vista attraverso gli occhi del bambino come un gioco in cui si usano fionde, petardi e finte armi simulate con un gesto del braccio, dall’altro lo sguardo disincantato di un ragazzo nigeriano, che canta la drammatica condizione della sua gente, conferisce solennità al racconto, concentrandosi su parole di dolore e di speranza pronunciate da africani scappati per dirigersi dapprima in Libia, terra dell’Isis, per poi, venendo trattati come prigionieri, tentare la fuga verso l’Europa, approdando, solo in pochi, in Italia.

Fuocoammare

E allora la macchina da presa di Gianfranco Rosi a volte accenna a panoramiche orizzontali, a volte rimane fissa inglobando ciò che sta accadendo davanti a sé entro i confini dell’inquadratura, immortalando l’ordinarietà di un viaggio a Lampedusa durato più di un anno, cercando di non lasciare che l’abitudine alla morte e alla disperazione sopraffino speranza e umanità.