Dossier

FIORE DI LOTO

Nessun pancake o uova strapazzate. Perché la colazione “non era un momento in cui perdere tempo”. E allora merendine confezionate con succhi di frutta. Tante chiacchiere come se le sue figlie fossero già delle adulte, non delle bambine, vere conversazioni in cui avventurarsi per il mondo. Ma soprattutto un mantra, che pareva sposarsi con la New Age californiana della fine degli anni Sessanta del secolo scorso, dove vivevano.
“Non lasciare che siano gli altri a dirti chi sei. Sei tu che devi dirglielo”. Non permettere alla gente che ti definisca, ti incaselli da una parte o dall’altra. Fai sentire la tua voce e dì tu alle persone chi sei (o chi vuoi diventare).

Quando Shyamala Gopalan arriva in America è il 1958. Ha 19 anni e lascia il suo Paese di origine, l’India, per iscriversi all’Università di Berkeley, sulle colline di Oakland, di fronte alla baia di San Francisco. Non è un’indiana qualsiasi, ha avuto una vita agiata, altrimenti non si sarebbe neanche potuta permettere i soldi del viaggio. È figlia di un alto funzionario dell’amministrazione coloniale britannica. Comunica alla famiglia che vuole specializzarsi post laurea in nutrizione ed endocrinologia in California e come risposta ottiene un convinto “vai pure”, risposta progressista per l’India analfabeta di quegli anni, soprattutto tra la popolazione femminile.
Così Shyamala Gopalan è tra le 100 persone accolte negli Usa ogni anno, in virtù della legge sull’immigrazione, quota molto rigida, in quegli anni, per frenare gli ingressi ai provenienti dall’Asia.

Arriva a Berkeley, è una delle pochissime donne indiane dell’Università, non passa inosservata, studia, lavora, si innamora e rompe lo schema tradizionale del matrimonio combinato. Resta affascinata da un economista, dottorando anche lui a Berkeley. Insieme sono attivisti per i diritti civili dei neri e delle minoranze. Quello che dopo 5 anni dal suo arrivo negli Usa diventerà suo marito, è anch’egli emigrato, arriva dalla Giamaica. Ma Shyamala Gopalan non finisce di rompere gli schemi. Nel 1971 divorzia da suo marito che nel frattempo è diventato uno stimato professore di economia a Stanford, altra prestigiosissima università della East coast, nel cuore della Silicon Valley. Quando la famiglia si rompe, Shyamala Gopalan ha completato il dottorato e lavora come ricercatrice nella lotta al cancro. Ha mantenuto la custodia delle sue due figlie, a cui dava da mangiare merendine e succhi di frutta a colazione, Kamala nata nel 1964 e Maya, nata nel 1967.
È sulle spalle di questa mamma che si è appoggiata sua figlia, Kamala Harris, vice presidente eletta degli Stati Uniti d’America.

 

THE TRUTHS WE HOLD

A gennaio del 2019, Kamala Harris pubblica il suo libro di memorie “The truths we hold: an american journey”. È in corsa per la presidenza degli Stati Uniti, una biografia è quasi obbligatoria per farsi conoscere. L’annuncio della candidatura viene dato a “Good morning America”: da lì a poco un sondaggio rileverà che è del tutto sconosciuta al 51% degli americani intervistati. «Il futuro del nostro Paese dipende da voi e da milioni di altri che levano la nostra voce per combattere per i nostri valori americani». Lo dice proprio a gran voce nel giorno dedicato alla memoria di Martin Luther King, il 21 gennaio: l’America è pronta ad avere la prima presidente donna, figlia di una emigrata dell’India e di un emigrato della Giamaica, una “Obama donna”, insomma. E nel libro di memorie non si rivolge ai lettori, ma direttamente ai suoi elettori. L’incipit è un classico: la notte delle ultime elezioni presidenziali, quando lei stessa viene eletta al Senato per la California, dopo essere stata procuratrice distrettuale di San Francisco e procuratrice generale dello Stato.

“Quasi tutte le mattine, mio marito, Doug, si sveglia prima di me e legge le notizie a letto. Se lo sento fare dei rumori – un sospiro, un gemito, un rantolo – so che tipo di giornata sarà. L’8 novembre 2016 era iniziato bene…”. È l’inizio dell’era di Donald Trump alla Casa Bianca.
Nel libro c’è anche tanto della sua mamma, della sua educazione, di quella cultura multietnica, cresciuta tra i tempi indù e la chiesa battista afroamericana. Racconta di come la madre la portava alle manifestazioni per i diritti civili “ben allacciata al passeggino”; dell’affetto e della protezione ricevuta; dei viaggi in India per far visita ai nonni materni che l’avevano instradata alla religione; del centro culturale Rainbow Sign, un’associazione nera di Berkeley che lei, la sua mamma e sua sorella Maya frequentavano ogni giovedì sera. “Mia madre sapeva che il suo Paese di adozione avrebbe visto Maya e me come ragazze nere, ed era determinata a far sì che crescessimo come donne nere orgogliose e sicure di noi stesse”. Donne che non hanno paura di essere se stesse senza il bisogno di venire inquadrate, anche in politica, tra un progressismo e un conservatorismo che convivono serenamente.

«In un certo senso è refrattaria alle etichette. Ha preso posizioni che non rappresentano nessuno dei due campi. Questo ha spinto alcuni elettori a mettere in dubbio l’autenticità delle sue convinzioni», ha dichiarato Ron Hayduk, studioso di scienze politiche dell’Università di San Francisco, a Rikha Sharma Rani, che lo ha consultato per un brillante pezzo uscito su The Atlantic e riproposto in Italia da Internazionale. Brillante è anche l’editoriale del direttore di Internazionale, Giovanni De Mauro, che parla degli invisibili, punto di vista raro e premiante tra i mille articoli che in questi giorni hanno ricordato che una donna è stata eletta alla vice presidenza della Casa Bianca. Come se mai qualcuno si fosse sognato di scrivere, invece, che un uomo è stato eletto alla presidenza della Casa Bianca.

 

INVISIBILI

Scrive De Mauro:
“Dopo anni di silenzio, le conquiste delle donne sono rese invisibili dall’espressione ‘una donna’. Non riusciamo a sapere chi ha fatto cosa, e non siamo quindi in grado di dare a queste donne il giusto riconoscimento”, spiega l’attivista Sherine Deraz. Quando ci si fa caso la prima volta, si comincia a notare “una donna” dappertutto.
“Nessuno scriverebbe in un titolo ‘Un uomo eletto presidente di’, sarebbe ridicolo”, spiega Marlène Coulomb-Gully, dell’università di Tolosa. “Questo perché le donne sono trattate come se avessero una qualità specifica, mentre gli uomini sono visti come se avessero una qualità universale”.
“Una donna” finisce nei titoli spesso involontariamente, per pigrizia o sciatteria di chi i titoli li scrive (ed è capitato anche a Internazionale, per stessa ammissione del suo direttore). Ma a volte serve a sottolineare la novità. “Così facendo, però, si rischia di rafforzare l’eccezionalità dell’evento in un mondo dominato dagli uomini, e al tempo stesso di rendere la persona invisibile”, fa notare Benjamin Dodman di France24. “Evidenziare il ruolo delle pioniere può avere un’utilità educativa, purché sia accompagnato da un esame della natura sistematica delle discriminazioni di genere che spieghi perché l’attesa di una donna è stata così lunga”, aggiunge Coulomb-Gully.

 

I’M SPEAKING

Gli insegnamenti della madre, la sua determinazione, anzi la sua autodeterminazione hanno portato Kamala Harris a non smettere mai di far sentire la sua voce. Leggendario anche suoi social è diventato il suo “I’m speaking”, come risposta al candidato alla vice presidenza repubblicano, Mike Pence, durante il dibattito tv. Pence continuava ad interromperla mentre aveva la parola, forse per innervosirla, e Harris continuava a pronunciare questa frase, degna di nota, insieme con la mosca che a lungo si era posata sulla chioma bianca del repubblicano. Tra le altre citazioni care alla vice presidente eletta non si può dimenticare la canzone della sua campagna elettorale, la stessa che poi l’ha accolta sul palco di Welmington, la sera della proclamazione di Joe Biden presidente.

Mary J. Blige che canta Work that: “I just wanna be myself, don’t sweat, girl, be yourself, follow me, follow me, follow me, girl be yourself, that’s why I be myself and I grew to love it. Work your thing out”. Un invito ad essere se stessi, sempre e comunque in qualsiasi circostanza, e a lavorare per le proprie cose, impegnarsi a fondo, usare ciò che si ha a disposizione.

È nel sanscrito che Kamala Harris affonda le sue origini. Il suo nome vuol dire “fiore di loto”, simbolo di purezza del corpo e dell’anima. L’acqua fangosa che ospita la pianta è associata all’attaccamento ai desideri carnali, mentre il fiore che fiorisce nell’acqua in cerca della luce, è la promessa di una elevazione spirituale, per la rinascita.

Alla cultura indiana e nera, Kamala Harris ha aggiunto quella ebrea: suo marito, sposato nel 2014 alla soglia dei cinquant’anni, è Douglas Emhoff, ha origini ebraiche appunto, ed è un avvocato aziendale. Lo ha conosciuto in un appuntamento al buio, combinato da comuni amici, e da subito ha saputo stringere un legame profondo e sincero con l’ex moglie di lui, tanto da affidarle un ruolo nella campagna elettorale. Da questa precedente relazione, Emhoff ha avuto due figli che hanno un rapporto solido e affettuoso con Harris.

Sarebbero dunque piaciuti di più titoloni a sei colonne sul primo “Second Gentleman” che entrerà alla Casa Bianca, il prossimo 20 gennaio, al fianco della moglie vice presidente.

 

LA TRANSIZIONE

Ma cosa succederà da qui al 20 gennaio 2021? Mentre il presidente eletto Joe Biden e la vice presidente Kamala Harris hanno già iniziato – fuori dalla Casa Bianca – a lavorare ad un piano sulla pandemia da Covid-19 per la salute degli americani e il sostegno alle attività economiche messe in ginocchio, e nonostante questo venga fatto senza la collaborazione dei dipartimenti interessati, Donald Trump continua la sua propaganda su Twitter. Non sta quindi preparando la transizione, ma persevera con il clima di tensione. Solo oggi svariati suoi tweet parlano di “persone minacciate e costrette a cambiare il loro voto”, di una “macchina del voto che ha problemi” perché siamo davanti ad “elezioni truccate”, di “osservatori repubblicani a cui non è stato permesso di verificare i voti” in Georgia. Si proclama vincitore in alcuni stati chiave come il Michigan e Twitter continua a bollarlo con: “The claim about election fraud is disputed”.

Ma cosa potrebbe accadere se fino alla fine Donald Trump si rifiutasse di concedere la vittoria a Joe Biden? È un caso unico nella storia della democrazia americana e se si dovesse arrivare a tanto la Casa Bianca dovrà essere liberata dall’inquilino che universalmente è conosciuto come il leader del mondo libero, per fare posto al suo successore, il 46esimo presidente degli Stati Uniti d’America, il democratico Joe Biden.

Alessandra Sozio

Giornalista professionista dal 2007, si è laureata in Scienze politiche presso La Sapienza di Roma. Ha ricoperto molteplici incarichi nel mondo della comunicazione: dalla carta stampata che l'ha vista impegnata in numerose collaborazioni, fino ad essere nominata vice direttrice del primo quotidiano del litorale romano "Il Giornale di Ostia" e capo redattrice della cronaca politica, al web nella gestione di testate giornalistiche online e siti istituzionali. Ha curato la rinascita del "Nuovo Paese Sera", anche nella sua veste cartacea di approfondimento mensile. Nel suo percorso lavorativo, è stata responsabile dei servizi editoriali del X Municipio di Roma Capitale.

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