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EUROPA, CHE GIOIA!

64 anni fa con il Trattato di Parigi fu creata la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio. Si aprì così la strada alla futura Comunità Europea: ma è davvero così cattiva l’idea di un’Europa unita?

Bruxelles- Nell’aprile del 1951 nasceva con una firma a Parigi tra Francia, Italia, Belgio, Paesi bassi e Germania Federale, la CECA. La neonata Comunità Europea del carbone e dell’acciaio, prevede tra i paesi firmatari la libera circolazione delle merci, l’assenza di dazi e  di aiuti statali, e getta le basi della moderna Unione Europea. Non è un semplice accordo commerciale, è la pace permanente nella sua forma più elementare, il commercio tra stati non in conflitto tra loro, con regole e protocolli comuni, e grazie a questo trattato, anche con una comune autorità giuridica.

Si creano così le basi di una federazione di Stati, il cui numero è aumentato nel corso degli ultimi cinquant’anni per diventare quel laborioso meccanismo a cui oggi vengono fatte tante critiche, soprattutto verso quella Germania che nel corso dei secoli si è sempre voluta ridimensionare, e domina di nuovo, stavolta economicamente, sull’Europa.

Tra i “diktat” della Germania, e il rischio default della Grecia, è sempre più comune vedere il bicchiere delle politiche europee mezzo vuoto, una nuova ed inutile classe politica che legifera stando lontano dal popolo e dai problemi reali di tutte le nazioni, o almeno così viene percepita.

Ma è davvero un male quell’ideale di un’Europa unita per cui tanto si sono spesi politici del calibro di  Churchill o di Spinelli, che ritenevano semplicemente assurdo un’Europa senza intenti e istituzioni in comune?

Nell’attuale situazione economica e demografica mondiale, di fronte alle nuove e giganti economie che hanno superato da un pezzo lo status di “ emergenti “ quanto minuscola apparirebbe un’Europa che parla con 25 diverse voci? Sarebbe pura follia pensare di poter sopravvivere agli enormi cambiamenti che sta portando l’emancipazione politica ed economica di miliardi di non europei.

Finita la torta coloniale da spartirsi, non resta che rimboccarsi le maniche per continuare ad oliare la macchina che una volta compiuta , potrà definirsi un nuovo modello di Stato, che avrà unito senza guerre o rivoluzioni territori con lingue e culture differenti , in una comunione di intenti voluta soltanto dal dialogo pacifico e dallo scambio propositivo di idee tra Nazioni.

Patrizio Ricciatti

Patrizio Ricciatti

Nato a Roma nel 1982, coltiva da subito la passione per il teatro e la recitazione. Avido lettore di letteratura antica e moderna , appassionato di cartografia e di archeologia, si laurea a Roma Tre in scienze storiche del territorio per la cooperazione internazionale, dove impara a seguire la politica con il distacco tipico dello storico. Attualmente lavora come grafico in una piccola agenzia del litorale romano.

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