Il grande compito umanista, della pedagogia assieme alla didattica, è quello di educare all’umanità e di restituire alla realtà il giusto ordine oggettivo delle cose.

Roma – Qual è il cammino di umanizzazione? Come essere veramente ed autenticamente uomini?

Cosa devo fare per potermi dire tale?

Proviamo a rispondere a queste domande analizzando il pensiero di Freire.

Il cammino dell’umanizzazione è un cammino di ricerca, una ricerca dinamica e permanente, riflessiva e critica. Da considerare che la disumanizzazione è una reale possibilità per l’uomo, ma soltanto l’umanizzazione costituisce per esso la sua più autentica vocazione, unendo l’ontologia alla prassi, l’azione al pensiero riflessivo-critico. Ma è una vocazione che troppo spesso viene negata, in qualsiasi tipo e forma di oppressione, che sempre disumanizza. Anche se spesso, troppo spesso, l’uomo si nega a sé stesso, non viene mai sopita od uccisa, non viene mai meno l’aspirazione dell’uomo alla libertà, al recupero della sua umanità, in ogni forma ed ambito. Questo processo di umanizzazione, questa aspirazione, dovrà condurre all’affermazione degli uomini come persone, come “esseri per sé”, dove la ragione di essere risiede in sé stessi, cioè di essere uomini per ciò che realmente sono, senza agenti distorsivi. La didattica è lo strumento idonea ad umanizzare.

Interessante osservare che viene disumanizzato, anche se in due maniere differenti, sia chi opprime che l’oppresso, in quanto anche l’oppressore attua una distorsione della propria vocazione di uomo. Opprimendo gli altri si disumanizza. E diventa modello di umanità disumanizzata per l’oppresso, che conosce un unico tipo di modello di umanità: disumanizzata, quella dell’oppressore.

Ma la lotta alla disumanizzazione è possibile, perché la disumanizzazione è frutto di un ordine, di un ordine ingiusto, che non esiste di per sé ma che è generato dalla vocazione negata, sia degli oppressi che degli oppressori, di “essere meno”.

Il grande compito umanista, della pedagogia assieme alla didattica, è quello di liberare gli uomini dall’oppressione. Di restituire alla realtà il giusto ordine oggettivo delle cose. È la lotta necessaria per il recupero dell’umanità.

La pedagogia diventa fondante e fondamentale perché all’umanizzazione non si arriverà per caso, ma attraverso la prassi della ricerca, al conoscere, al riconoscere e all’agire di una didattica che ne deriva, su questa necessità di liberazione e di umanizzazione.

Freire indica che, in questa ricerca sistematica e prassi, ci sarà una prima fase di smascheramento degli oppressori, e questo sarà l’inizio del processo umanizzante. Però, in questa prima fase, gli oppressi, presa coscienza di questa scoperta, quasi sempre non cercheranno la liberazione ma tenderanno ad assumere atteggiamenti di oppressione anche loro, di essere loro oppressori di altre persone, perché il loro pensiero si trova ancora condizionato dalla realtà che vivono, dove per loro essere uomini significa essere degli oppressori. È l’unico modello che conoscono, l’unico modello di umanità che hanno. Gli oppressi non riescono ad oggettivare sé stessi, a vedersi per quello che realmente sono e a vedere l’oppressore per quello che realmente è. Certo, sanno di essere oppressi, ma identificano l’oppressore come il modello di umanità a cui tendere. La loro prima necessità sarà quella di diventare anche loro oppressori, cosa a cui aspirano perché hanno una visione distorta del reale, e non riterranno necessaria una loro liberazione, cioè una trasformazione vera della realtà da oppressa a libera. È ciò che si sviluppa spesso nella realtà, che gli uomini aspirano e voglio delle riforme politiche o sociali, non per essere veramente liberi e vivere in una realtà con un ordine giusto, ma per diventare loro padroni di nuovi servi. E quindi, di fatto, la situazione concreta di oppressione, anche inserendo nuove riforme, non cambia, il fine è sempre lo stesso e la realtà, in ultima analisi, non ne viene trasformata. E quando la realtà non viene trasformata, la libertà non esiste. Il conseguire la libertà trasforma necessariamente la realtà.

Ma la libertà genera paura in entrambi: negli oppressi è paura di assumersi il rischio della libertà, paura di perdere la loro dipendenza, anche affettiva, da una realtà che non esiste e dagli oppressori di cui sono dipendenti; negli oppressori è la paura di perdere la “libertà” di opprimere, di compiere quell’atto che proibisce agli uomini di “essere più”.

Gli atteggiamenti di falsa generosità, da parte degli oppressori, alimentano la dipendenza degli oppressi nei loro riguardi e mantengono in equilibrio il sistema di ingiustizia sociale disumanizzante, che loro stessi hanno creato ed alimentano.

E finché si è influenzati dalla paura della libertà, si vive nel proprio essere una contraddizione, un dualismo, il proprio essere assume la forma di duplicità: se essere sé stessi, quel “di più”, e non arrivare ad esserlo, fa rimanere in una condizione alienante e contradditoria. Essere sé stessi ma anche altro. Questa è la condizioni di duplicità, è il tragico dilemma degli oppressi che la pedagogia deve affrontare. E l’oppressione inizia dentro il proprio essere, perché è a partire dal superamento della contraddittoria duplicità, della liberazione dall’oppressore dal di dentro, che inizia il processo di umanizzazione. È una liberazione dolorosa. Il ruolo del docente è quello di far rendere conto di quale cammino sia necessario per raggiungere un’autentica umanizzazione, di generare un uomo che libera sé stesso.

E la libertà non potrà mai essere un’elargizione, la libertà esige una ricerca permanente. Non è un mito, non è un ideale immaginario e alienante, o un sogno, ma è la condizione indispensabile alla ricerca, alla ricerca che risponde alla vocazione di essere uomini, quella ricerca di “essere più”.

È attraverso il superamento di questa contraddizione che avviene l’umanizzazione, attraverso questo superamento si genera l’uomo non più oppresso od oppressore, si genera l’uomo che è autenticamente sé stesso.

                                                                                                                               Emanuele Cheloni