Una denuncia al senso di vuoto che caratterizza la società contemporanea. La mostra è ospitata a Roma, presso il Complesso del Vittoriano, fino al 24 febbraio 2019.

Roma – Ala Brasini, Complesso del Vittoriano. Una mostra imponente di circa 50 capolavori esposti a Roma dell’Espressionismo Astratto, tra cui il celebre Number 27 di Pollock, ma non solo. Mahoning di Kline, Orchestral Dominance in Yellow di Hofmann, e Untitled (Blue, Yellow, Green on Red) di Rothko, tanto per citarne alcuni. Rivivono le forme, i colori, l’innovazione, il “guardare dentro”, l’armonia e l’energia degli “eterni irascibili” della Scuola di New York, dove l’astrattismo stilistico si coniuga con l’espressività della forma, la trasformazione con la rottura dagli schemi del passato, dove l’arte si fa espressione di interiorità, di sentimenti, di emozioni e di rinnovamento.

È l’anticonformismo, la sperimentazione e l’introspezione psicologica che fanno da linee guida della mostra e che portano a rivivere, a pieno, tutto l’Espressionismo Astratto, ovvero quella dimostrazione di libertà creativa priva di ogni condizionamento compositivo e formale, un modo di dipingere “a tutto campo”, dove caos ed ordine coabitano assieme. È una denuncia chiara e netta davanti al senso di vuoto e di smarrimento che produce la società contemporanea, fin dai suoi albori. L’Espressionismo Astratto contrappone a ciò la “pittura in azione”, la libertà dell’atto creativo, privo di ogni condizionamento, come modo di comunicare, incarnando così il desiderio di liberarsi dalle angosce e dalle inquietudini del conteso moderno. È espressione autentica della complessità dell’essere umano.

Per capire questa esposizione, occorre abbandonare il concetto della figurazione ed immergersi in quello dell’astrazione, inteso come capacità dell’uomo di vedere con la mente quello che non può vedere con gli occhi. Pollock afferma che “quando sono dentro al mio quadro, non so cosa sto facendo” e per questo si ferma a contemplare il dipinto fino a che, esso, non arrivi ad avere una “vita propria”. Kline afferma che “non dipingo le cose, ma i sentimenti che esse suscitano in me”. Sarà Rothko ad arrivare ai “puri campi di colore”, che provocano la contemplazione. Le sue opere, difatti, chiudono la mostra. Il fascino di questo movimento artistico è completo e la sua denuncia ancora attuale.

Motivi per non andare a vederla?

 

                                                                                                                                   Emanuele  Cheloni