Una scena di un documentario della BBC aizza l’ennesimo polverone sul web, e tra inutili dibattiti e castronerie storiche, sorgono spontanee certe riflessioni storiche e sociali: esistevano antichi Romani di colore? In tal caso, possiamo parlare di razzismo e d’intolleranza etnica nel mondo antico?

 

L’immagine che vedete qui sopra è un fotogramma tratto dal documentario della BBC “Life in Roman Britain”. Il video è diventato oggetto di discussione del web nelle ultime settimane proprio per via dell’immagine qui mostrata, che rappresenta un ufficiale romano di colore dell’epoca dell’imperatore Adriano con la sua famiglia, che oggi potremmo definire “multietnica”. Sul web sono state registrate numerose reazioni razziste e violente, e in molti hanno colto l’occasione per declamare discorsi contro l’immigrazione e contro la società multietnica: nella concezione comune, che Hollywood ha alimentato negli ignoranti con i suoi film peplum e presunti kult e blockbuster edulcorati con strafalcioni storici e clichés stereotipati, il legionario romano deve essere atletico, pallido, con occhi azzurri o verdi e con una capigliatura alla Beatles nei loro anni ruggenti; in poche parole un soldato ariano delle Schutzstaffel naziste. D’altra parte, l’intento della BBC di presentare un tessuto familiare con padre di colore, moglie bianca e figli mulatti come “tipica famiglia della Britannia romana” è azzardata e discutibile, e in parte (ma solo in parte!) giustifica lo sdegno di alcuni utenti della rete. Dunque, come dicevano i romani stessi (appunto) “in medio stat virtus”! 
               
Ma, anziché sfruttare il documentario inglese per sterili e vacue argomentazioni su dibattiti che interessano la modernità, usiamolo per alimentare la nostra curiosità, e per rispondere alla domanda: esistevano antichi romani di colore?

La storia romana, che occupa un intervallo temporale compreso tra il 753 a.C. e il 476 d.C. (per usare date convenzionali) non può ridursi a liquidare questa domanda con un semplice “sì” o “no”, senza soffermarsi adeguatamente sulle varie epoche e situazioni sociali. In primo luogo, motivo per cui ogni dibattito sul video in questione è inutile, le società antiche (in questa sede ci limiteremo a parlare di quella greco-romana, per pura comodità) non conoscevano il concetto di razzismo come lo concepiamo noi. L’individuo non era giudicato per il suo colore della pelle o per gli dei che adorava, ma gli antichi distinguevano i propri simili dai barbari. Barbaro è un termine su cui bisogna fare chiarezza: tale parola, nell’ottica comune, può richiamare alla mente l’immagine del vichingo con l’elmo cornuto dalla barba folta e unta. Ma nell’antica Grecia e nell’antica Roma, esso era semplicemente l’aggettivo con cui venivano chiamati gli stranieri (βάρβαρος o Barbarus, entrambi termini onomatopeici, indica colui che, incapace di parlare il greco o il latino, balbetta). Il termine, e il rapporto quindi, non esprime normalmente un negativo in sé, ma soprattutto un fatto culturale, non razziale. Se un barbaro parla greco o latino, e ha quindi assimilato quel tipo di cultura, chiaramente non è più un barbaro.

Contemporaneamente, non esistevano razze superiori o inferiori dal punto di vista biologico.   

La mobilità sociale quindi non riguarda la diversità somatica: la romanitas si acquistava per via culturale e non etnica. Il colore nero della pelle nella società romana non era causa dello status sociale, non esisteva un nesso di causa-effetto tra colore della pelle e status giuridico. 
Sicuramente l’impero ci appare basato su ineguaglianza e discriminazione, una situazione chiaramente erede dell’origine aristocratica delle istituzioni fondate sulla divisione in ordines, ma mai basati sui criteri del colore della pelle. Non vi erano popoli segregati a causa della propria origine senza possibilità di integrazione.

Roma, tra il II secolo a.C. e il I d.C. si ritrovò a governare su tutto il Nord Africa e sulla quasi totalità dell’Asia Minore, in regioni dove l’etnia della popolazione era tutt’altro che caucasica. Lo stesso imperatore Settimio Severo, cirenaico (oggi si direbbe “libico”), sebbene ritratto in monete e statue con attributi romani, non poteva sicuramente vantare una carnagione chiara come quella del gallico Claudio o dell’italico Ottaviano Augusto. Per avere un’idea di come dovesse apparire la pelle dell’imperatore, basta osservare il “Tondo Severiano” oggi conservato a Berlino: nel “ritratto di famiglia” che rappresenta Settimio con la moglie Giulia Domna e assieme ai figli Caracalla e Geta (il cui volto è stato abraso in virtù della damnatio memoriae voluta dal fratello) si può notare come il colorito della pelle dell’imperatore sia notevolmente più scuro rispetto a come ci immagineremmo un cesare romano.

Dovendo Roma esercitare il suo potere su un dominato di circa 6 milioni di chilometri quadrati, era necessaria una massiccia rete di dislocazioni militari: in ogni provincia o regione dell’Impero, chi di più e chi di meno, dovevano essere presenti legioni o coorti ausiliarie. All’interno di quest’ultime potevano arruolarsi i “peregrini” (termine con cui venivano definiti coloro che non vantavano la cittadinanza romana, pur essendo abitanti di territori conquistati dai Romani) che dopo aver servito l’esercito per venticinque anni, avevano diritto a una pensione, a degli appezzamenti di terreno e alla cittadinanza romana per sé e per i propri figli.  

Non è dunque irragionevole pensare che, all’interno dell’esercito romano, ci fossero soldati di razza negroide o submediterranea (basti pensare ai famigerati arcieri ausiliari siriani, abili ed esperti tiratori scelti), né tantomeno è assurdo pensare, come nel caso di Settimio Severo (che divenne imperatore non per successione, ma in seguito alla guerra civile combattuta con Clodio Albino, Pescennio Nigro e Didio Giuliano) che questi potessero avere successo e fortuna nelle file dell’esercito.

E se per diversi secoli gli abitanti delle popolazioni assoggettate da Roma dovevano sudarsi la cittadinanza attraverso il servizio militare, dal 212 d.C. in poi ciò non fu più necessario: in quell’anno infatti l’imperatore Caracalla, figlio di Settimio Severo, emanò la Consitutio Antoniniana, editto imperiale che concesse la cittadinanza romana a tutti gli abitanti dell’Impero. Questo vuol dire che anche i cittadini neri e mulatti del Nord Africa o del Medio Oriente mesopotamico potevano vantarsi di poter esclamare con orgoglio: “Civis Romanus Sum!”

Persino la letteratura latina vanta autori dalla pelle scura: i più famosi sono Apuleio e Agostino d’Ippona. Il primo era di etnia berbera e nato a Madaura, nell’attuale Algeria: verrà ricordato nella storia della letteratura, non solo latina ma mondiale, per “L’Asino d’oro”, opera a cui si ispirerà secoli dopo Franz Kafka per le sue Metamorfosi. L’altro, nato a Tagaste da una famiglia berbero-punica, è oggi annoverato tra i Padri della Chiesa e tra i pionieri del pensiero filosofico cristiano.

Per quanto riguarda la Britannia negli anni della costruzione del Vallo citata nel suddetto documentario: è molto probabile che, tra le varie legioni e coorti al seguito dell’imperatore Adriano, vi fossero dei soldati nordafricani e di colore (d’altronde, nel periodo dell’Alto Impero, ogni legione constava di più di 5000 uomini) ma sicuramente il numero di tali truppe non superava il centinaio di unità. Appare evidente tuttavia che la BBC abbia voluto rappresentare una “tipica famiglia romana” con un ufficiale di colore come pater familias più per un’inutile e perbenista questione di pari opportunità e tolleranza piuttosto che per un discorso di fedeltà storica. D’altronde, il fatto che il documentario sia un cartone animato ci fa pensare che esso sia rivolto a un pubblico di tenera età, inglese per giunta (se teniamo presente che il Regno Unito è il paese più multiculturale d’Europa.)Tuttavia, i reazionari più chiusi e bigotti farebbero meglio a mettere da parte la loro visione ovattata della storia romana, fondata su aquile e americanate varie di dubbio gusto, e accettare la realtà: sì, esistevano antichi romani neri. Dunque l’idea del network inglese di rappresentare un centurione di colore, nonostante possa far storcere il naso è, in linea di massima, corretta.

Anzi, se proprio vogliamo parlare di errori storici, dovremmo tirare le orecchie alla BBC per aver rappresentato il padre di famiglia come un ufficiale romano: infatti fino al 197 d.C. (anno in cui proprio Settimio Severo abolì questo divieto) i soldati romani, di qualunque grado e milizia, non potevano contrarre matrimoni e avere figli, fin quando non terminavano il servizio e non ricevevano l’honesta missio e il diploma militaris, rispettivamente il “congedo con onore” e la tavoletta di bronzo su cui erano elencate le ricompense che spettavano al soldato.

In conclusione, per meglio chiarire il rapporto di Roma con le culture e popolazioni “diverse” dobbiamo ricordarci quanto affermato da Alberto Angela in un suo recente intervento:         
Però c’era una regola: si parla di società multietnica, dal momento che l’Impero romano era multietnico, ma non multiculturale: non poteva funzionare (…) C’era un’enorme tolleranza religiosa, e anche il colore della pelle era indifferente. Però le regole erano quelle.  È un po’ come andare in autostrada: c’è un codice della strada. Puoi avere la macchina del colore che vuoi, dentro puoi parlare la lingua che ti pare, avere la nazionalità che vuoi, ma le regole vanno rispettate. Non puoi girare contromano o svoltare all’improvviso senza mettere la freccia: questo era il modo in cui l’Impero Romano è riuscito a rimanere a galla.”        

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        Michele Porcaro