Dossier

Esclusivo- MI SVEGLIAI DA BAMBINO, MI ADDORMENTAI DA EBREO

Ero B-7456. Dopo più di 70 anni dalla Shoah, la testimonianza di Sami Modiano, uno degli ultimi sopravvissuti dei campi di concentramento di Auschwitz e Birkenau. A Kim racconta la sua storia che trafigge il cuore e ferisce l’anima.

Roma- “Quando sono uscito vivo da Birkenau non pensavo di essere vivo. Pesavo 20 chili. Avevo 14 anni e da allora non faccio altro che chiedermi: come mai? Perché io?”. Sami Modiano dall’inferno dei campi di concentramento si è salvato e quasi ne è una colpa. Il suo racconto non può essere come la sua storia: duro, crudele, a tratti beffardo. Già perchè finito l’orrore di Auschwitz e Birkenau è iniziato quello dei lavori forzati in Russia.

Il Carico di Patate. Modiano deve la vita a un carico di patate. Che in quell’istante hanno assunto gli abiti del fato e del destino. “Ero in attesa di entrare nelle camere a gas– racconta- un ufficiale tedesco, avendo bisogno di manodopera ha preso noi giovani. Siamo arrivati davanti al treno per scaricare e poi invece di riaccompagnarci nelle camere a gas ci hanno portato nei lager da dove io ero uscito. Sono entrato dalla porta e sono uscito dalla finestra”. Non era la prima volta, che Sami si sottraeva alla morte. Al di là della sfida quotidiana  di Auschwitz e Birkenau, c’è stato un altro episodio in cui è riuscito a scappare dalla rampa della morte, questa volta. “Era durante la prima selezione– ricorda Modiano- spinto da mio padre e dalla folla e dalla confusione, sono stato preso per i lavori forzati. A tredici anni la mia sorte doveva essere un’altra. La morte si rifiutava di prendermi”.

La Missione.  Quando inizi a chiederti perché non sono morto qui, perché non in quest’altra occasione, allora arrivi alla certezza che era il disegno di qualcuno che voleva che tu rimanessi in vita. E’ giunto a questa conclusione Sami Modiano e una risposta, forse, l’ha trovata. Quella di regalare agli altri la sua voce, i suoi ricordi, la sua testimonianza. Ai più giovani soprattutto, affinché quello che è stato non lo sia mai più. “Vado spesso nelle scuole – sottolinea- perché i ragazzi sappiano e capiscano quanta crudeltà sia stata compiuta dall’uomo. Io e mia moglie siamo soli al mondo, ma quando esco da un incontro con gli studenti le loro domande e le loro lacrime mi emozionano. Ed è come se avessimo all’improvviso un sacco di nipotini”.

L’Isola delle Rose. Rodi era chiamata così. Perché il profumo di questi fiori riempiva gli angoli di quest’isola greca. Qui, nel 1930 è nato Sami Modiano. Il papà Giacobbe era originario di Salonicco. Alla promulgazione delle leggi razziali fasciste nel 1938, frequentava la terza elementare della sua scuola, dalla quale, essendo ebreo, si trovò improvvisamente espulso. In un’isola dove ebrei, cristiani e musulmani convivevano pacificamente fu la prima di una lunga serie di esperienze traumatiche. «Quel giorno ho perso la mia innocenza. Quella mattina mi ero svegliato come un bambino. La notte mi addormentai come un ebreo», scrive nel suo libro biografia. Sami è ancora legato alle sue origini e alla sua terra: “Quando mi chiedono quanti ne ho persi della mia famiglia- ci dice- io non rispondo 50 persone. Io rispondo: tutti. Perchè considero famiglia l’intera comunità ebraica di Rodi, che ha lasciato una storia importantissima. C’erano dei grandi maestri, professori, c’era un collegio rabbinico, c’erano  cinque sinagoghe. Dopo oltre 500 anni, nel 1944 tutto questo è stato distrutto, cancellato. Da questa tragedia a Rodi si sono salvati appena 31 uomini e 120 donne. Non c’è più la comunità ebraica di Rodi”.

Quasi mi vergogno. La domanda finale è di quelle che ti spiazzano. La morte non l’ha voluta, quasi mi vergogno ad usare questa parola, ma si sente un fortunato lei? “Quando mi sono accorto di essere sopravvissuto, io mi sono sentito male. Molto male. Ero distrutto, mi sembravo un privilegiato. Anche se io spiego e racconto – conclude Modiano- non arriverete mai a capire cosa noi abbiamo visto in questo campo di sterminio. Fortunato, no. Privilegiato, si”.

Sami Modiano resta il portatore di una lingua universale. Una lingua figlia delle ferite che dividono i popoli e di quella speranza che, invece, li vorrebbe unire.

Emanuele Cheloni

Tags

Emanuele Cheloni

È laureato in Scienze Religiose, Summa cum Laude probatus, presso l'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, con una tesi su "L' umanesimo di Gesù: universalità ed universalismo". È impegnato a Roma con la Società San Vincenzo de' Paoli, nell'ascolto e aiuto delle difficoltà e povertà urbane. È professore di Religione.

Related Articles

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Check Also

Close
Back to top button
Close
Close