Cronache di Roma

Eleonora Riccio, un’artigiana al servizio della moda sostenibile

La designer romana, che ha partecipato lo scorso gennaio ad Altaroma, si racconta parlando del nuovo progetto sul pittore Piero della Francesca

Roma – Il Coronavirus non ha fermato la creatività, che è tornata ad animare la Capitale, seppur in forma diversa, qualche settimana fa. Dal 15 al 17 settembre, infatti, si è svolta l’ultima edizione di Altaroma, manifestazione dedicata al mondo della moda e in particolare alla promozione di talenti. Malgrado la situazione di emergenza sanitaria, la kermesse ha scelto coraggiosamente di esserci grazie a sfilate in live streaming e appuntamenti dal vivo con accessi contingentati, nel rispetto delle attuali norme di sicurezza a Palazzo Brancaccio, storica dimora capitolina in stile barocco.

Oltre a “Who’s on next?”, progetto di scouting dedicato alla scoperta di talenti in collaborazione con Vogue Italia, spazio a “Showcase”, una vetrina importante per designer e brand che entrano in contatto diretto con stampa e buyer nazionali e internazionali. Proprio in quel contesto, lo scorso gennaio, la designer romana Eleonora Riccio ha presentato le sue creazioni, figlie di un progetto di moda sostenibile che coniuga Made in Italy, ricerca, natura e arte.

La designer romana durante “Showcase” lo scorso gennaio, © Altaroma

Come è nata la passione per la moda?

Mia madre era una sarta, ha lavorato per stilisti come Roberto Capucci ed Emilio Schuberth. Sono cresciuta in una famiglia in cui la moda e l’arte erano di casa. Ricordo che da piccola giocavo con gli scampoli di tessuto, cucendo i vestiti per le mie bambole, oppure facevo finta di essere la segretaria di mamma quando arrivavano le clienti a casa per realizzare i loro tailleur o i loro abiti da sposa.

Quindi, hai avuto la fortuna di avere le idee chiare da subito?

Finito il liceo ero indecisa. Per un momento ho pensato che l’Accademia di Belle Arti facesse al caso mio, ma il mondo della moda era qualcosa che sentivo dentro. Ho così scelto di frequentare l’Accademia di Costume e Moda a Roma. Un percorso che mi è costato sacrifici e per cui devo ringraziare la mia famiglia. Scegliere di fare la stilista non è facile, e non mi riferisco solo alle reali possibilità lavorative. Ma ero convinta della mia decisione, andavo felice a lezione.

Mi parlavi della tua “ossessione” per il colore?

Fin da bambina sono stata sensibile alla potenza del colore. Atmosfere, cose, persone mi davano la sensazione di appartenere a specifici colori. Per ricollegarmi a Vassilij Kandinskij, un artista che mi ha influenzata, mi è sempre sembrato di poter “sentire il suono dei colori”. In età più adulta ho dunque approfondito il tema scoprendo il fenomeno della sinestesia, e ho proseguito il mio studio sul colore nel lavoro di diploma presso l’Accademia. Era un elaborato sulla storia dei pigmenti e del colore nell’arte e nella moda, con un focus non solo sulle applicazioni tecniche ma anche sugli aspetti psicologici.

Dopo l’Accademia di Costume e Moda cosa è successo?

Ho iniziato la mia gavetta lavorativa, lavorando per maison conosciute in tutto il mondo come Ferré e Ferragamo. Sono stati anni formativi, in cui ho avuto modo di conoscere professionisti incredibili. Durante il periodo trascorso a Firenze ho scoperto il lavoro di Studio Edelkoort: osservavo stupita le loro storie raccolte in book meravigliosi, dove una semplice immagine era in grado di evocare suggestioni e di stimolare il lavoro dei creativi.

Per Ferragamo sei stata una shoe designer.

In realtà avevo già maturato esperienza come designer di accessori e calzature per uomo e donna in Ferré. Sostenni successivamente un colloquio per lavorare nell’ufficio scarpe uomo di Ferragamo e da lì è iniziata quell’avventura. Una scuola pura, che mi ha dato tantissimo: giravo per i laboratori e seguivo la produzione delle scarpe che realizzavo, muovendomi in tutta Italia.

Poi hai deciso di tornare a Roma e, in seguito, sei partita per Londra.

Dopo Ferragamo ho lavorato per il marchio di abbigliamento Miss Money Money e per Mimì la Rue, per cui ho potuto gestire le collezioni a 360°. Dall’impostazione della collezione alla preparazione dello shooting fotografico. Ho visto crescere il brand, siamo stati a “Who’s Next” a Parigi, in fiera in Russia. Infine, sono partita per Londra per perfezionare lo studio dell’inglese e lì ho collaborato come fashion designer freelance per una startup, Mosaïque.

La sfilata green di Eleonora Riccio alla Sustainable Innovation Fashion Week di settembre a Roma

Sei però tornata di nuovo a Roma. Perché?

Mi mancava l’Italia. Roma è la mia città, il posto che amo e dove ho scelto di realizzare un mio brand di moda ecosostenibile. Nel tempo trascorso a Londra avevo ragionato sui miei valori e obiettivi, mettendo nero su bianco ciò che volevo esprimere, cosa mi piaceva. Realizzando, insomma, una sorta di business plan personale.

Centrale per te è il ricorso a elementi naturali, a volte estratti anche da scarti agricoli.

Sì, creo moda utilizzando pigmenti naturali estratti da piante, fiori, bacche, radici e persino dagli scarti. Quando ho sviluppato l’idea ho creduto di poter coniugare l’amore per i colori e per la natura con il lavoro artigianale e il Made in Italy. Volevo realizzare capi capaci di racchiudere tutti questi elementi e in qualche modo ci sono riuscita. Ora, per esempio, sono entrata in contatto con un’azienda agricola che mi fornirà i malli delle noci, da cui ricaverò un colore bruno per i miei prossimi abiti.

Fatto a mano, ecosostenibilità ed economia circolare sembrano unirsi alla perfezione nel tuo progetto.

Mi piace entrare in contatto con aziende che fornendomi il materiale di scarto mi consentono di trasformarlo in un materiale nobile che si trasforma a sua volta in abbigliamento. Cerco di utilizzare prevalentemente tessuti certificati GOTS, dalla produzione sana e controllata. Un discorso affrontato anche nella prima edizione della Sustainable Innovation Fashion Week diretta da Valeria Mangani, evento dedicato all’innovazione della moda green, a cui ho partecipato con una mia sfilata.

La presentazione degli abiti di Eleonora Riccio con Donne in Campo-Cia

La fatica e la tenacia vengono allora ripagate?

Certamente. Il mio lavoro non smette di darmi soddisfazioni e costituisce una continua fonte di arricchimento umano. Penso, ad esempio, all’incontro con la Cia, Confederazione Italiana Agricoltori, di cui ho recentemente parlato in un documentario a me dedicato da TV2000. Mi hanno coinvolto nelle vesti di testimonial del progetto Agritessuti, lanciato dall’associazione Donne in Campo-Cia. Si tratta di un’iniziativa lodevole, finalizzata a sottolineare che la creazione di una filiera del tessile Made in Italy ecosostenibile non è un’impresa impossibile. La moda del futuro non può che essere eco-friendly e a chiedercelo ormai non è più solo la natura, bensì gli stessi consumatori. Purtroppo a causa del Coronavirus alcune cose si sono interrotte, ma spero di continuare la nostra collaborazione.

Durante il lockdown cosa hai fatto?

Non mi sono fermata. Ho continuato a lavorare a un progetto sul guado, una pianta utilizzata secoli fa, da cui era possibile estrarre il pigmento blu. Veniva coltivata principalmente tra l’alto Lazio, le Marche e la Toscana e passò pian piano in disuso dopo la scoperta dell’Indigofera tinctoria.

Il progetto sul guado è peraltro legato alla figura di uno dei più grandi pittori del Quattrocento: Piero della Francesca.

Il blu azzurro, cioè il colore della collezione a cui vorrei dar vita creando una connessione tra moda, arte, territorio e agricoltura, è presente nelle sue opere. Affascinata, ho svolto delle ricerche e ho scoperto che la famiglia di Piero della Francesca produceva il guado coltivato nei suoi possedimenti in provincia di Arezzo, a Sansepolcro. Il pigmento estratto dalle foglie della pianta era utile nella pittura e nel processo di tintura delle vesti.

Dove hai coltivato il guado?

A Rieti, alla Riserva parziale naturale dei Laghi Lungo e Ripasottile. Nella lavorazione del progetto ho incontrato a giugno uno dei massimi esperti di questa pianta, il prof. Alberto Lelli. Durante la fase di stop è stato bello vedere che erano riusciti a coltivare il guado nonostante tutto. Questo ha rappresentato un barlume di speranza per me, in un periodo nero. Ora ho con me i tessuti tinti e presto li lavorerò manualmente.

Altri progetti?

Sono felice di essere entrata in contatto con altre tre donne, sorelle, imprenditrici di Roccasalli, una frazione di Accumoli, non lontano da Amatrice. Hanno messo su una coltura di zafferano e pensavamo di poter fare qualcosa insieme. Uno dei miei più grandi desideri resta difatti la creazione di una collezione con l’aiuto di aziende agricole italiane, che meritano di essere conosciute. Tra queste l’oleificio molisano della famiglia Lembo, da cui stanno per arrivarmi foglie di olivo da lavorare, o l’Artena Legnami che mi ha gentilmente concesso alcune cortecce diventate poi ricami sui capi presentati in passerella alla Sustainable Innovation Fashion Week.

Il tessuto tinto col pigmento blu estratto dal guado

Simona Cappuccio

Laureata in Italianistica, le sue grandi passioni sono la letteratura, il cinema, il teatro, la scrittura creativa. Ha collaborato per anni con magazine online di letteratura e critica cinematografica. Lavora inoltre come ufficio stampa nell'ambito formazione.

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