IL 22 OTTOBRE LOMBARDIA E VENETO VANNO ALLE URNE PER IL REFERENDUM CONSULTIVO. NULLA A CHE VEDERE CON LA QUESTIONE CATALANA. UNA TORNATA CHE COSTA 50 MILIONI DI EURO

 

Roma – “Volete voi che la Regione Lombardia/Veneto, in considerazione della sua specialità, nel quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 116, terzo comma, della Costituzione e con riferimento a ogni materia legislativa per cui tale procedimento sia ammesso in base all’articolo richiamato?”

È questo il testo che gli elettori lombardi e veneti troveranno sulla scheda all’interno della cabina elettorale, il 22 ottobre.  

I più del Bel Paese avranno seguito attraverso i canali d’informazione la recente vicenda catalana, i disordini, il dibattito politico. Una vicenda molto diversa da quella italiana. Per contenuti e per situazione legislativa.

Gli oltre 5 milioni di votanti sono stati infatti chiamati ad esprimersi sulla separazione dalla Spagna con il quesito “Vuoi che la Catalogna diventi uno Stato indipendente in forma di Repubblica?”. I risultati a maggioranza per il sì, saranno trasmessi al parlamento locale che potrebbe proclamare l’indipendenza grazie alla nuova legge approvata in agosto. Perché una separazione dal resto della penisola iberica? Probabilmente perché in questi anni, dalle Olimpiadi in poi, Barcellona ha dimostrato di avere una marcia in più rispetto al resto del paese. Turismo alle stelle, urbanistica senza confronti etc…

Diversa, molto diversa la situazione nostrana. Il referendum intanto è solo consultivo e per raggiungere più autonomia. Peccato che per esprimere il loro parere ed eventualmente sedersi ad un tavolo con lo Stato, il costo ammonti a 50 milioni di euro. Dietro tutto questo, una questione ingarbugliata in previsione delle elezioni nazionali della prossima primavera. Un atteggiamento insensato dei rappresentanti della politica che in questo periodo sanno usare soltanto un termine: populismo. Senza saperne il reale significato e quindi basterebbe aprire un vocabolario.

Per tornare alla questione referendum in Lombardia ed in Veneto, il contagio è alle porte. Un virus già annunciato in Sardegna e in Emilia Romagna. Già l’una che vuole separarsi dall’altra. Senza voler richiamare agli ideali che hanno portato all’Italia unita peraltro non molti anni fa (poco più che 150). Senza voler richiamare eroi e padri del Risorgimento, la domanda nasce spontanea: cosa sta succedendo?

Separatisti, secessionisti, indipendentisti, autonomisti. Per dirla alla Pappagone: “Siamo vincoli o sparpagliati?”