Mentre il Governo greco ha deciso di smantellare il campo di Idomeni, il progetto europeo sembra giunto ad un bivio. Muri e filo spinato, infatti, sembrano il simbolo di un continente in crisi d’identità

Idomeni (Grecia) – C’era una volta un sogno europeo. Quello che, tanto per intenderci, si proponeva di scongiurare nuove guerre ed ulteriori atrocità attraverso la cooperazione e la solidarietà. C’era una volta un sogno europeo, fatto di frontiere aperte e libera circolazione. C’era una volta ma adesso non c’è più. Infranto. Frantumato sotto il peso di muri, filo spinato ed eserciti sul piede di guerra impegnati a pattugliare confini minacciati, si fa per dire, da un “orda funesta” di disperati. Viene da chiederci, che cosa rimane di quell’Europa. La risposta, ahimè, è quanto mai impietosa: niente.

Le ruspe, i poliziotti in tenuta antisommossa e i lacrimogeni sembrano, ormai, aver preso il posto dei nobili ideali che, solo pochi anni fa, erano valsi al vecchio continente la più alta tra le onorificenze. “Per aver contribuito per oltre sei decenni all’avanzamento della pace e della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani in Europa”, si legge nelle motivazioni del premio Nobèl per la pace. Quegli stessi diritti che, ieri a Calais, oggi a Idomeni sono stati calpestati senza colpo ferire. Lasciando di questa Europa un immagine cupa, quasi spettrale.

A testimoniare quanto accaduto sull’isola ellenica non c’era nessuno, fatta eccezione che per la polizia greca. Non un giornalista, non un medico o un volontario ad immortalare i volti affranti di chi, alla fine, ha dovuto accettare la sconfitta. Prendere atto, suo malgrado, che quel nord tanto desiderato domani sarà solo un lontano ricordo. Tutto ciò che rimarrà, di questa triste giornata, sarà il via vai dei pullman con cui il Governo Tsipras ha deciso di “traferire” gli abitanti del campo.

Mohammed, Jamal e Hussain sono solo alcuni dei molti ragazzi che ho avuto la fortuna di incontrare lungo la mia strada. Un cammino che mi ha portato qua e là per i Balcani, permettendomi di incrociare i destini di chi, con il cuore gonfio di illusione, ha scelto di partire rischiando di non arrivare. Porto come il ricordo profondo delle lunghe chiacchierate sorteggiando tè. Custodirò, come fosse il regalo più prezioso, quegli occhi colmi di speranza che nonostante gli stenti e la fame patita non hanno mai smesso di brillare.

Con questo breve reportage vorrei augurare a loro, i miei compagni di viaggio, di riuscire un giorno a dar forma ai loro sogni. Gli stessi che, oggi, in un’isola qualsiasi del Mare nostrum l’Europa ha deciso d’infrangere senza pietà.

Mattia Bagnato

>>>> IL VIDEO<<<<

(A cura di Mattia Bagnato)