Un confronto tra i recenti incendi nella regione dell’Attica e la peste di Atene del 429 a.C.: una pagina della storia antica ci ricorda che la città di Atene non è nuova a cataclismi e disastri, che tuttavia i Greci hanno sempre superato grazie alla loro energica risolutezza.

Atene: la città delle arti, della filosofia, della democrazia… e in questo momento, delle fiamme. In questi giorni, una delle metropoli più belle d’Europa è vessata da uno dei disastri peggiori della storia greca: infatti una serie di roghi e incendi sta lentamente consumando la regione dell’Attica e i territori circostanti. Ettari ed ettari di boschi e pianure sono in questo momento vittime delle lingue di fuoco che stanno divorando tutto ciò che è alla loro portata. Ad oggi, 26 luglio 2018, le vittime accertate sono 81 (con oltre 500 feriti e 200 dispersi), sebbene le autorità greche stimino che il numero di morti possa ammontare a più di un centinaio. A questi, vanno aggiunti anche i danni materiali, dal momento che il fuoco ha carbonizzato macchine, strade, negozi, fattorie e foreste. I roghi sono divampati nei boschi attorno alla capitale, in particolare nelle zone di Penteli e Mati. Le autorità hanno contato in 24 ore ben 47 roghi. La polizia sembra non avere dubbi: le fiamme sono d’origine dolosa, probabilmente scoppiate da un innesco. Noi italiani, fortunatamente, possiamo tirare un sospiro di sollievo: la Farnesina, messasi subito in moto non appena ricevuta la notizia degli incendi (essendo la capitale greca meta di soggiorno di molti italiani), ha annunciato che nessuno dei nostri connazionali è al momento in condizioni di pericolo. Ma la soddisfazione è purtroppo minima, dal momento che tra le vittime risultano più di una dozzina di bambini e diverse decine di donne e anziani. Le immagini trasmesse dalle telecamere elleniche sono angoscianti: centinaia le macchine distrutte, migliaia le case colpite dal fuoco e tantissime le persone che si sono riversate sui lidi ateniesi per cercare la salvezza, che per molti è fortunatamente arrivata per mano del Polèmiko Nàutiko (la Marina Militare Greca) e del Limenikò Sòma (la Guardia Costiera, le quali hanno prontamente dislocato diverse navi lungo le coste delle zone colpite da incendi, per evacuare via mare la gente intrappolata dai roghi. Cinque persone che si erano gettate in mare per sfuggire agli incendi che li avevano circondati nei pressi di Rafina, a nord di Atene, sono state salvate invece da una nave traghetto. Alcuni invece, non ce l’hanno fatta: è questo il caso di sei persone rinvenute esanimi nell’Egeo, morte affogate nel tentativo di scampare alle fiamme. La solidarietà di tutta la Grecia e di buona parte dell’Europa non ha tardato a farsi sentire, sebbene dovremo attendere diversi giorni prima che tutto ritorni alla normalità. Il presidente Alexis Tsipras nel frattempo invita i Greci a non scoraggiarsi e a mostrarsi forti, annunciando tre giorni di lutto nazionale per onorare le vittime degli incendi. Quello di questi caldi giorni di fine luglio è uno dei più tremendi disastri che abbiano mai colpito la Grecia, ancor più terribile dell’incendio del 2007 in Peloponneso, che all’epoca registrò 60 morti e 200 feriti. Alcune scene, come il ritrovamento di alcuni cadaveri carbonizzati di donne abbracciati ai loro figli, hanno portato molti a etichettare questo disastro come una sorta di “Pompei moderna” (chiaramente con le dovute differenze con il tristemente celebre disastro del 79 d.C.).

In realtà, la storia antica ci mostra che già 2400 anni fa Atene fu soggetta un terribile cataclisma: quello della peste bubbonica.    
Correva l’anno 429 a.C.: la guerra tra Atene e Sparta era cominciata da soli due anni, eppure aveva già mietuto migliaia di vittime. Atene, a differenza della stragrande maggioranza delle altre pòleis greche, aveva creato una fitta rete di scambi commerciali marittimi, che implicava un’assidua frequentazione di molteplici porti da parte delle triremi e dei marinai ateniesi. Un morbo di tipo tifoideo, proveniente forse dall’Africa o dal bestiame attico o forse da alcuni animaletti (insetti, topi o pidocchi), cominciò a diffondersi per tutta la città sacra alla dea della saggezza, partendo dal porto commerciale e militare del Pireo fino ad arrivare all’agorà e all’acropoli, passando per le cosiddette “Lunghe Mura”. I terribili danni della peste sono irreversibili. Alcuni secoli dopo il filosofo romano Tito Lucrezio Caro, grande conoscitore della filosofia e della medicina greca (in tutta probabilità aveva letto la cronaca storica di Tucidide e i trattati epidemiologici di Galeno, Ippocrate, Empedocle e Acrone) descriverà così la contaminazione e l’incubazione della malattia: 
Questo tipo di morbo e questo flusso mortifero, un tempo, nel territorio di Cecrope rese i campi impuri a causa dei cadaveri, devastò le strade e svuotò la città di abitanti. Infatti venendo dalle parti più interne dell’Egitto (dove era) sorto, dopo aver attraversato vaste regioni di cielo e le fluttuanti distese marine, si abbatté alla fine su tutto il popolo di Pandione. E allora a mucchi erano consegnati al morbo e alla morte. All’inizio avevano la testa infiammata dalla febbre ed entrambi gli occhi arrossati per la luce rossa (fuoco). Sudavano di sangue anche le fauci, annerite all’interno, e la via della voce cosparsa di piaghe si chiudeva e la lingua interprete della mente si imperlava di sangue, fiaccata dal male, impacciata nel movimento, ruvida nel tatto. Cosi non appena la forza del male attraverso le fauci avevano riempito il petto e non appena si era estesa allo stesso cuore afflitto dai malati, allora veramente tutte le barriere della vita vacillavano. Il respiro faceva uscire dalla bocca verso l’esterno un disgustoso odore, nello stesso modo in cui i cadaveri putrefatti lasciati insepolti puzzano. E ormai proprio sulla soglia della morte le forze dell’animo intero e tutto il corpo languiva. Era assiduamente compagna un’ansiosa angoscia e un pianto mischiato a lamenti. E un singhiozzo frequente che spesso li costringeva notte e giorno a contrarre assiduamente i nervi e le membra disfaceva quelli già prima spossati, sfibrandoli. Né avresti potuto vedere ad alcuno bruciare per eccessivo calore la parte esterna alla superficie del corpo, ma piuttosto che offriva alle mani una sensazione di normale calore e insieme che il corpo era tutto rosso quasi per ulcere ardenti, come avviene mentre il fuoco sacro si diffonde nel corpo.

(Tito Lucrezio Caro, De rerum natura, Libro VI, vv.1138-1286)

Andando oltre la descrizione poetica e patetica di Lucrezio, lo stesso Tucidide, il primo storico antico ad analizzare gli eventi in maniera scientifica, riporta che il clima che si respirò ad Atene nei mesi della peste fu tra i più tristi della storia della città. In primo luogo, una delle prime vittime del morbo fu Pericle, quello statista e stratego che aveva provveduto, all’indomani delle Guerre Persiane, a fare di Atene il maggior polo di riferimento di tutta l’Ellade. La morte di Pericle segnò infatti l’inizio del declino della pòlis, dal momento che, come attesta Tucidide, i successivi strateghi si rivelarono indegni di tale nome, preferendo perseguire una politica dispendiosa e populista. In città, il marasma causato dalla diffusione della peste fu totalmente ingestibile: i medici, che si ritrovavano di fronte a una malattia di cui faticavano a intuirne l’eziologia e la cura, erano i primi a essere contagiati a causa del continuo contatto con i malati; la crisi sociale interessò sia il ceto medio, il quale cominciò a spendere le proprie finanze indiscriminatamente (volendo sperperare i propri averi prima di morire), sia quello basso della popolazione, dal momento che diversi cittadini considerati poveri si ritrovarono eredi di cospicue eredità di parenti morti a causa della peste. La superstizione religiosa greca, unita a una buona dose di disperazione, fece dedurre a molti ateniesi che la peste era un malanno divino inviato dagli dei, che in quel momento abbandondavano Atene e patteggiavano per la rivale Sparta. Tucidide, lontano da queste credenze popolari, confuta la causa sovrannaturale della peste, osservando infatti che anche gli uccelli che si cibavano delle carogne dei morti furono contagiati dal virus. Inoltre, come è facilmente deducibile, ciò che rese ancor più doloroso il diffondersi della piaga fu la sua comparsa nel momento più inopportuno, ovvero mentre già la città si ritrovava a piangere le migliaia di vittime della guerra del Peloponneso. Solo un anno prima infatti, lo stratego Pericle aveva pronunciato il meraviglioso epitaffio per i caduti della guerra, nel quale aveva elogiato gli opliti morti in battaglia lodando allo stesso tempo la costituzione, la democrazia, il lustro e la gloria della città di Atene.

Due disastri, entrambi abbattutisi sulla città di Atene, anche se in due periodi storici differenti e con cause diverse. Riguardo all’incendio di questi giorni, sul web spuntano già le prime teorie, le prime ipotesi di complotto e le prime supposizioni di interessi economici celati dietro al calore delle fiamme. Nei prossimi giorni (almeno questo è quel che speriamo) scopriremo qual è la verità, purtroppo solo dopo che le fiamme saranno estinte, i morti contati e i dispersi messi in salvo. Il paragone con la peste del 429 a.C. non è casuale: l’infezione, all’epoca, decimò senza alcuna pietà la popolazione ateniese, causando danni irreversibili all’economia e all’assetto sociale attico, ma essa non riuscì a minare lo splendore dei templi, l’integrità della democrazia e la diffusione di un pensiero che ha costituito la colonna portante dell’intera filosofia occidentale. Gli ateniesi di allora seppero come reagire, e non appena la calamità scomparve dalla regione, ripresero l’ostilità contro l’odiata Lacedemone. Perchè gli anni successivi alla peste furono gli stessi dell’apogeo della Lega Delio-Attica, della prima messa in scena dell’Edipo Re di Sofocle, della divulgazione del pensiero socratico e della scuola statuaria di Policleto.
Oggi, un Atene già piagata dalla crisi e dalle difficoltà socioeconomiche degli ultimi anni piange i numerosi morti caduti in preda al calore delle fiamme. L’intera Grecia prega che questo supplizio volga al termine, in attesa di una normalità che forse non tornerà mai. Ma l’augurio è quello che questa tragedia non fiacchi la grinta e la tenacia che, da sempre, contraddistinguono il popolo ellenico. 

                                                                                                                                                                                                               Michele Porcaro