È passata, con i 7 astenuti di Emiliano, la linea di Martina: Pd all’opposizione. Cuperlo apre al governo di scopo. Orlando chiede garanzie sulle dimissioni della dirigenza. Renzi: «Non mollo».

 

Roma – Si è tenuta ieri, lunedì 12 marzo, a Roma, la Direzione del Partito Democratico, la prima senza il segretario dimissionario Matteo Renzi dopo le elezioni politiche del 4 marzo che hanno sancito una sonora sconfitta per i dem (sotto il 20%, quasi alla pari della Lega di Matteo Salvini) e il trionfo del M5s come primo partito assoluto (32%). Al centro dell’assemblea il confronto tra la minoranza del Pd, tra cui Michele Emiliano (più incline a un’alleanza con il M5s), e i fedeli renziani, convinti dell’opposizione al prossimo governo.
E opposizione sarà, giunta la resa dei conti senza un vero addio di Renzi. Dopo 5 ore esatte di discussione la direzione ha approvato il documento finale che di fatto recepisce la relazione del vicesegretario Maurizio Martina, che in sintesi parla di collegialità, nega la necessità di congresso o primarie subito rinviando tutto a non prima del 2019. Ci sarebbero stati 7 astenuti, che dovrebbero far capo all’area Emiliano; nessun contrario. Martina diviene reggente del partito in vista dell’Assemblea nazionale di metà aprile. Nonostante l’accordo sull’evitare subito il congresso per eleggere un nuovo segretario, si è registrata una divisione sull’organismo che dovrà gestire la fase di transizione, cioè la segreteria uscente o un nuovo coordinamento unitario.
Nella relazione Maurizio Martina ha parlato di «sconfitta netta» ma ha invitato a non cercare «scorciatoie o capri espiatori», vale a dire di gettar la croce sul solo Renzi, ed anzi lo ha ringraziato per «il lavoro e l’impegno enorme di questi anni». Una impostazione su cui tutti lo hanno seguito, anche chi in passato è stato assai critico con l’allora leader, come Gianni Cuperlo.
Per quanto riguarda il ruolo del Pd all’opposizione, Martina ha dichiarato: «Alle forze che hanno vinto diciamo una cosa sola: ora non avete più alibi. Lo dico in particolare a Lega e M5s: i cittadini vi hanno votato per governare, ora fatelo». Una posizione che tutti condividono, tranne Michele Emiliano che ha insistito sull’appoggio a un governo M5s. Andrea Orlando ha tuttavia messo in guardia da un Aventino istituzionale e Gianni Cuperlo ha invitato a non chiudere a priori a un eventuale richiesta di Mattarella per un governo di scopo, qualora M5s e centrodestra non riuscissero a far nascere un governo.
Martina ha motivato così la necessità di evitare subito un congresso per la scelta di un segretario: «Abbiamo bisogno di una lettura politica e culturale all’altezza del tempo che stiamo vivendo e di una profonda riorganizzazione» del partito; compito che l’Assemblea dovrà affidare a una «Commissione di progetto». L’Assemblea, dunque, secondo lo statuto, eleggerà un segretario (come fu per Epifani nel maggio 2013) e qui i nomi sono quelli di Nicola Zingaretti, dello stesso Martina e di Graziano Delrio, oggi intervenuto: «Siamo ancora il secondo partito italiano, staremo uniti». Si è tirato fuori Carlo Calenda, presente per la prima volta ad una Direzione Dem.
Matteo Renzi, che non ha partecipato alla Direzione, ha esplicitato di non voler fare come i predecessori, Veltroni e Bersani, che una volta dimessisi si sono fatti da parte: «Mi dimetto da segretario del Pd come è giusto fare dopo una sconfitta. Ma non molliamo, non lasceremo mai il futuro agli altri». E i renziani hanno marcato il territorio sedendosi tutti nelle prime file in Direzione, per far capire l’intenzione di dire la loro al momento di eleggere i capigruppo di Camera e Senato.
Compiaciuto per la direzione Pd, poi Renzi, secondo l’Ansa, ha ringraziato il presidente Orfini e il segretario reggente Martina per il buon lavoro svolto. Chi «oggi parla di attacchi» da parte di Renzi, affermano le stesse fonti, «non coglie nel segno: il Pd è unito e compatto sulla linea dell’opposizione e in attesa del congresso».

La relazione di Martina
«Non cerchiamo scorciatoie o capri espiatori a una sconfitta netta e inequivocabile che ci riguarda tutti, ciascuno per la propria responsabilità, e da cui tutti dobbiamo imparare molto. Non ho timore a dire che si sia realizzata una cesura storica tra le culture fondative della Repubblica e il paese», ha detto il vicesegretario, Maurizio Martina: «So che possiamo farcela. So che possiamo lavorare alla nostra riscossa. Il successo non è mai definitivo, la sconfitta non è mai fatale; è il coraggio di continuare che conta diceva Winston Churchill. Ecco, vi chiedo di continuare con coraggio, insieme. L’Italia ha ancora bisogno di noi». È questo l’appello che Maurizio Martina invia ai militanti.
«Intendiamo rispettare profondamente il voto di tutti gli italiani e saremo coerenti con gli esiti del 4 marzo. Noi continueremo a servire i cittadini, dall’opposizione, dal ruolo di minoranza parlamentare».
«Alle forze che hanno vinto diciamo una cosa sola: ora non avete più alibi. Ora il tempo della propaganda è finito. Lo dico in particolare a Lega e Cinque Stelle: i cittadini vi hanno votato per governare, ora fatelo. Cari Di Maio e Salvini prendetevi le vostre responsabilità».
«Ripartiamo con umiltà e unità. Solo noi possiamo essere l’alternativa popolare ai populisti. In ballo non ci sono i destini personali, ma la prospettiva e il futuro della sinistra italiana ed europea. Mettiamo in prima fila la nostra comunità e lasciamo in ultima fila le correnti. Proviamo tutti a fare qualche intervista in meno e qualche assemblea in più. Apriamo subito le nostre sezioni, ascoltiamo iscritti ed elettori, chiamiamoli a raccolta, riflettiamo con loro. Ripartiamo dal basso e dal nostro popolo. Abbiamo seimila circoli, realizziamo seimila assemblee aperte tra venerdì, sabato e domenica prossimi. Io inizierò dal circolo Pd di Fuorigrotta a Napoli».
«La prossima Assemblea Nazionale dovrebbe avere la forza di aprire una fase costituente del partito democratico in grado di potarci nei tempi giusti al congresso. Perché il nostro progetto ha bisogno ora più che mai di nuove idee e non solo di conte sulle persone. Ha bisogno di una partecipazione consapevole superiore a quella che possiamo offrire una sola domenica ai gazebo. Abbiamo bisogno di una lettura politica e culturale all’altezza del tempo che stiamo vivendo. Di una profonda riorganizzazione, in grado di investire davvero sui territori e sulla partecipazione diretta della nostra comunità alle principali scelte politiche da compiere. Questo lavoro potrebbe iniziare proprio con la prossima Assemblea dando vita a una Commissione di progetto incaricata di elaborare unitariamente ipotesi concrete per il percorso».

Gli altri interventi
Delrio: «Non un nuovo capo ma una nuova direzione. Grazie a Renzi per tutto quello che ha fatto e per le dimissioni. Dico ai militanti: il Pd c’è ancora, non siamo una sfumatura tra il giallo dei Grillini ed il blu dei leghisti». Così Graziano Delrio durante la direzione dem. «Noi dobbiamo dire ai militanti che c’è bisogno del Pd. Siamo di nuovo qua, siamo tornati. Abbiamo bisogno di un partito presente, presente nei territori, nella società. Abbiamo ricevuto una cartolina netta, chiara, dagli elettori. Noi staremo dove ci hanno messo gli elettori: opposizione seria, responsabile, costruttiva. Quando il Paese si renderà conto che le promesse saranno irrealizzabili, gli elettori chiederanno conto». Infine: «Non bisogna vergognarsi di aver detto la verità. Siamo ancora il secondo partito italiano, staremo uniti».

Cuperlo: «Diamo fiducia a Martina. Ho apprezzato la sua relazione, a partire dal giudizio sincero sul voto. Per la sinistra è stato il dato peggiore della storia dell’Italia repubblicana. Oggi deve essere il tempo della verità e della svolta. Perdiamo per un vuoto decennale di identità. Martina ha ragione sulle cause di questa sconfitta e bisogna ripartire dalle idee. Dovremo dare fiducia a Maurizio e costruire subito la collegialità necessaria per affrontare questa fase. Il Partito democratico c’è, ora dimostriamo che questa sconfitta non è un destino». Così Gianni Cuperlo alla direzione Pd. «La responsabilità intera non va scaricata sul segretario, coinvolge una classe dirigente e ha radici che vengono da lontano, ma se vogliamo affrontare ciò che ci dice il popolo italiano serve un cambio di linea e nell’intervista di questa mattina non l’ho riscontrato», dice. E pur rifiutando un accordo con i 5 stelle, apre a un governo di scopo: «Noi non dovremo fare la stampella di nessuno, ma non credo che si debba escludere la terza forza del Parlamento della Repubblica dal compito che deriva dalle urne e che è fare politica: usare il consenso per cercare lo sbocco possibile, anche con l’ipotesi di un governo di scopo che si rivolga al complesso degli schieramenti con un programma limitato e poi il ritorno alle urne». La proposta della sinistra dem? «Azzerare la segreteria e costituire subito una collegialità che coinvolga la ricchezza del nostro pluralismo. Colmando la ferita prodotta in quest’ultima notte sulla composizione delle liste».

Orlando, chiede le dimissioni della segreteria: «la collegialità è essenziale, non è una concessione ma un’assunzione di responsabilità. Non capisco però il residuo di classe dirigente precedente, non perché parte di quelli o tutti non possano far parte di un percorso collegiale ma forse per far costruire una fase nuova questa evoluzione sarebbe necessaria. Non guardateci male se chiediamo qualche garanzia. L’ultima direzione ha creato un vulnus nei rapporti», afferma. Poi Orlando aggiunge: «Sarebbe sciocco ricondurre il risultato a una questione di classi dirigenti, ma anche questo è. Non si può sottovalutare la portata del risultato: tutti abbiamo responsabilità ma tra noi le responsabilità sono diverse».
«Eliminiamo le fake news: c’è chi ha fatto poca campagna elettorale? Dobbiamo togliere gli alibi. Chiedo al reggente come primo atto di chiamare chi non è stato ingiustamente ricandidato. Noi vogliamo davvero dare un contributo, ma vogliamo chiarezza sul metodo che ci diamo per gestire questa fase», sottolinea, spiegando che i rapporti umani si sono deteriorati nella fase di formazione delle liste.
«Tutti abbiamo responsabilità, ma tra noi le responsabilità sono diverse». Per Orlando serve una discussione profonda «che credo sarebbe dovuta essere fatta all’indomani del referendum, che ci offriva esattamente lo scenario che in modo enfatizzato ci hanno consegnato le urne. Cioè due nazioni dentro lo stesso Paese. Il Nord e il Sud, la città e la periferia, gli adulti e i giovani. Oggi il voto ci consegna un doppio bipolarismo. Se avessimo provato a fare quella discussione dopo il referendum, forse potevamo attenuare gli effetti di un’onda che indubitabilmente c’è».
Quanto a Renzi, sottolinea Orlando, «evitiamo strategie maoiste: non credo che nel partito si possa fare a meno di ciò che ha rappresentato Renzi in questi anni, sarebbe una cretinata. Ma non penso neanche che si possa pensare che mentre una parte si carica il peso della transizione, qualcuno si defila e spara sul quartier generale, secondo una strategia inaugurata dal presidente Mao Tze Tung».

Emiliano, che resta l’unico a proporre un appoggio ai 5 stelle, in direzione dice: «La mia area darà un’astensione di incoraggiamento a Martina: collaboreremo con il segretario, e faremo in modo che questo Paese abbia un governo nel minore tempo possibile».

Paolo Gentiloni ha sintetizzato in un Tweet la giornata: «Le dimissioni di Renzi esempio di stile e coerenza politica. Dalla sconfitta il Pd saprà risollevarsi, con umiltà e coesione. Ora fiducia in Maurizio Martina».

Renzi: «Io non mollo. Mi dimetto da segretario del Pd come è giusto fare dopo una sconfitta. Ma non molliamo, non lasceremo mai il futuro agli altri». Scrive Matteo Renzi nella sua eNews: «abbiamo perso una battaglia, ma non abbiamo perso la voglia di lottare per un mondo più giusto. Grazie per questi bellissimi anni di lavoro insieme. Il futuro prima o poi torna».

 

Emanuele Forlivesi