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Didì: quell’impulso irrefrenabile di muovermi e danzare

Diletta Brancatelli non è solo una danzatrice, ma un'artista a tutto tondo e oggi racconta il suo modo di fare arte, tra esperienze passate e altre ancora da vivere.

Roma – Didì si presenta così all’appuntamento: sciarpa colorata al collo, cappello nero, un borsone in spalla e un’aria un po’ stanca ma indubbiamente soddisfatta. “Oggi ho preso parte a un progetto a Cinecittà, un lavoro in costume. Non posso svelarti di più, quando lo vedrai ti piacerà moltissimo“. Il suo entusiasmo per quello che quotidianamente fa, ovvero non solo danzare bensì vivere d’arte a 360° gradi, è contagioso. Una gioia, fresca, che recentemente anche gli spettatori di Rai1 hanno potuto ammirare nel corso della trasmissione UnoMattina in famiglia.

Classe 1988, romana, Diletta Brancatelli è una danzatrice, una coreografa e una performer di danza contemporanea e di teatro danza. Ha studiato Cinema, Musica e Spettacolo al DAMS di Roma Tre e dopo aver danzato per altre compagnie, come l’ALEPH Dance Company e il Teatro delle Condizioni Avverse, nel 2016 ne ha fondata una tutta sua, l’Atlantide Dance Company, con cui ha creato diverse produzioni. Nel suo curriculum anche l’esperienza di insegnante, in varie scuole della Capitale, tra cui lo IALS. Da due anni vive però a Milano, città che ha scelto per approfondire il lavoro da solista.

Coney Island (USA) – Ph. Andrea Pizzari

In genere amo partire dagli inizi. Sono curiosa di capire le ragioni che stanno alla base delle cose che facciamo. Hai cominciato da piccola? 

La passione per la danza è nata molto presto. Ho iniziato danza all’età di cinque anni ma già a due o tre mi “muovevo”. Ogni volta che sentivo la musica era difficilissimo rimanere ferma. Così mi lanciavo, ballavo ovunque, a casa di amici, nella mia cameretta, nel salotto di casa, negli spazi aperti. Insomma, dappertutto. Era ed è tuttora qualcosa di innato. Non saprei dire a parole da dove proviene tutto questo, è un qualcosa di profondo, ha a che fare con la libertà. Ero una bambina quando ho iniziato, oggi di anni ne ho trentuno e continuo, in maniera irrefrenabile.

Danza classica, contemporanea e l’avvicinamento all’hip hop.  Pure quello è avvenuto presto? 

Si è trattato di una casualità, a dire il vero. La mia insegnante di danza moderna insegnava anche questa disciplina e ho scoperto che mi piaceva tanto. È piena di ritmicità differenti, di divertimento. È coinvolgente e ho capito da subito che poteva permettermi di tradurre il ritmo in una serie infinita di emozioni. L’hip hop è poi una danza urbana, che lega le persone, i gruppi, una caratteristica che mi entusiasma. Ad oggi mi ritrovo ancora addosso quelle movenze fatte di blocchi, definite, incisive, con un certo tipo di carattere e ne sono felice, poiché sono una parte integrante ed essenziale del mio percorso.

Modelli di riferimento ne avrai.

In realtà non credo di avere modelli specifici, anzi sono convinta che il vero modello sia la vita stessa. Il corpo traduce ciò che siamo e ciò che viviamo. “The body never lies“, mi ripeto costantemente. Quindi i miei modelli di riferimento non possono che essere la vita vera, la società, la natura, tutto quello che è fuori di noi e possiamo portare in scena. Sicuramente poi, essendomi specializzata nel teatro danza, e avendo lavorato con la compagnia romana ALEPH di Paola Scoppettuolo, uno dei miei riferimenti resta Pina Bausch, quella gestualità, quella filosofia del movimento.

Il rapporto con le insegnanti, grazie alle quali ti sei formata?

Costruttivo, sempre. Nei primi anni la maestra Emanuela: mi ha trasmesso tutte le cose più belle della danza classica. Sabrina Ranaldo, nell’adolescenza, una persona di cui mi sono praticamente innamorata. Adoravo le sue coreografie di danza contemporanea, così particolari e piene di emotività. Lei ha avuto un ruolo fondamentale nelle mie scelte future. Dentro di me si faceva sempre più forte il desiderio di essere una danzatrice. Poi Mariella Castelli, étoile, ballerina e insegnante di danza classica. Dopo averla incontrata il mio corpo è cambiato. Ho seguito per tantissimi anni le sue lezioni e ancora oggi quando posso la seguo. Un esempio di eleganza e bellezza, mi ha dato la spinta a credere sempre di più nei miei sogni. Paola Scoppettuolo, coreografa, regista e insegnante di danza contemporanea e teatro danza è stata infine l’altra artista che mi ha stravolto e messo sotto sopra, tirando fuori il meglio di me, con un lavoro stupendo sull’interpretazione e sull’improvvisazione. Con lei ho avuto modo di maturare e di far evolvere dentro di me un nuovo modo di danzare. Finalmente mi sentivo nel posto giusto al momento giusto. Marta Ciappina e Rosita Mariani sono invece i più recenti modelli che ho, due insegnanti con approcci diversi e con una sensibilità e una chiarezza del gesto che mi ha totalmente cambiata. Una danza prima di tutto cosciente, autentica, funzionale e fisiologica. Da lì si parte per poi poter giocare con un lavoro più coreografico e di immaginazione.

Fabbrica del Vapore (Milano) – Ph. Nicola Iopomo

L’Atlantide Dance Company? 

L’esigenza di creare qualcosa di mio nella danza e di fondare una mia compagnia indipendente è arrivata nel 2016. Stavo ancora lavorando con la compagnia ALEPH, quando ho scelto consapevolmente di staccarmi. È stata davvero una follia decidere di mettere in piedi una compagnia composta da sette, otto danzatrici in un periodo storico in cui è quasi impossibile trovare dei finanziamenti che possano sostenerti nel lavoro. Eppure sono riuscita a realizzare uno dei miei più grandi sogni, l’Atlantide Dance Company, una compagnia che è stata per me un continente di esperienze. Tre anni meravigliosi, durante i quali ho potuto sperimentare il teatro danza in tutte le sue sfaccettature. Le danzatrici con cui ho collaborato sono state delle indimenticabili compagne di viaggio, che con dedizione e amore si sono prese cura dei miei spettacoli e li hanno resi reali. Io danzavo insieme a loro e questo è stato l’aspetto più difficile: coreografare e dirigere da fuori gli spettacoli e allo stesso tempo danzarli e interpretarli da dentro. Non riuscivo a rinunciare a nessuno dei due ruoli.

La musica nel tuo modo di creare e mettere in scena la danza? 

Ha un ruolo davvero fondamentale. Parto quasi sempre da lì per creare. La musica mi fa smuovere quello che ho dentro e mi viene facile costruirci sopra. Per questo motivo sono continuamente a caccia di artisti e album nuovi, e spazio in tutti i generi: dal jazz alla musica elettronica, da quella strumentale al cantautorato. Senza dubbio tra gli artisti musicali che più mi hanno ispirato c’è Tom Waits. Ho creato moltissime coreografie con i suoi pezzi e un assolo, la sua musica mi trasforma e mi fa nascere ogni volta nuove movenze e gestualità, il più delle volte ironiche e bizzarre. È il mio mito. Poi ci sono una miriade di altri artisti, da Thom Yorke a Regina Spektor, da Nick Cave a Nils Frahm, da Gaber a De André.

Insegnare: cosa si prova a stare dall’altro lato della cattedra? 

L’insegnamento è meraviglioso, ti riempie ovviamente dal punto di vista umano. Ho iniziato a poco più di vent’anni continuando fino ad oggi, per scelta. Ho lavorato con tantissime fasce di età, bambini di quattro o cinque anni e ragazzi diciottenni, insegnando anche a danzatori non professionisti. Il rapporto con gli allievi è unico, è fatto di reciprocità e di scambio, un valore che reputo basilare nella danza. In quel momento fai qualcosa per gli altri e per te, è un dare e ricevere reciproco appunto. Stare dall’altra parte per me è una sorta di lusso e uno stimolo che mi ha dato la possibilità di capire cosa è realmente danzare.

Fiumara d’Arte, 38° Parallelo (Tusa, Messina) – Ph. Andrea Pizzari

Da qui nascono anche i workshop che porti in giro in Italia e all’estero?

Sì. Mi permettono di acquisire nuove competenze, fare nuove scoperte, non potrei farne a meno. Negli ultimi due anni mi sono certamente dedicata più al mio percorso di artista solista, ma ho voluto fortemente continuare a insegnare con i workshop che propongo in diverse città italiane e nel mondo. Sono workshop tematici, legati a cose che sto indagando in questo momento della mia vita, personale e artistica.

Un tuo lavoro a cui sei legata?

Difficile sceglierne uno in particolare, perché ognuno ha una storia diversa, un approccio diverso e io li amo tutti allo stesso modo. Tuttavia il mio primo spettacolo, Queenquiet, mi ha certamente cambiata. È stato uno spettacolo potente, incentrato su questa figura femminile, una regina con un’enorme gonna da cui escono fuori, durante lo spettacolo, tante altre piccole regine che in realtà sono tutte le sue personalità. Un lavoro al femminile di teatro danza, a tratti ironico e a tratti drammatico.

Eri tu quella regina? 

In qualche modo, sì, ero io. Avevo bisogno di fare uno spettacolo eccentrico, ma che parlasse di tutte le donne, che comunicasse con loro. Mi piaceva l’idea di indagare il dialogo altalenante, tra quelle zone interne che stanno in tutte noi. Alla fine dello spettacolo c’è però una sorta di rappacificazione e, in un certo senso, una rivoluzione che porta a trovare nello squilibrio l’equilibrio. Quindi c’è una trasformazione, un passaggio sia emotivo che mentale.

Cretto di Burri (Gibellina, Trapani) – Ph. Andrea Pizzari

La collaborazione con l’artista visivo Andrea Pizzarri-PIZ? 

È stata ed è tuttora di fondamentale importanza nel mio percorso artistico. Mossi dal desiderio di scoprire il mondo abbiamo raggiunto i luoghi più disparati e abbiamo girato delle video performance sempre diverse. Quando vado nei luoghi letteralmente mi innamoro, mettendomi in relazione con l’energia del posti e cercando di connettermi con essi in maniera profonda. Inizio a muovermi e a danzare trasportata dai venti e dalle correnti d’aria, dall’energia del sole e dalla natura travolgente. Adoro immergermi negli spazi aperti e provare ad instaurare un dialogo con quegli spazi. La mia danza si trasforma ogni volta che cambio ambiente.

Quel viaggio al Cretto di Burri, che esperienza è stata?

Quella di cui parli è stata un’esperienza indelebile: ho fatto richiesta al Comune per girare a Gibellina, al Cretto di Burri, un’opera di land art realizzata dall’artista Alberto Burri dopo il terribile terremoto del 1968. Volevo girare un video che fosse un omaggio alla città, e quando sono arrivata lì, ritrovandomi davanti a quest’opera, il mio stupore è stato immenso. Letteralmente, una città bianca. C’è voluto un po’ di tempo per relazionarmi con questo luogo, ma quando ho trovato lo spazio interiore per accogliere quel posto ho cominciato a muovermi cercando di esprimere con il corpo quello che sentivo, quello che secondo me aveva da dire quel posto. Andrea Pizzari, dal canto suo, ha saputo riprendere con enorme sensibilità tutti i cambi emotivi e di direzione e ogni dettaglio più piccolo. Il risultato è un video poetico e vibrante che con delicatezza omaggia un luogo che ti entra dentro. E questo è solo uno degli esempi di viaggi artistici che ho fatto in questi anni di ricerca, con il progetto Didì in Move.

Siamo arrivate alla fine. Cosa farai adesso?

La domanda su quello che accadrà domani e sui prossimi obiettivi è la più complicata. Ho molti sogni, tra i quali certamente unire tutte le arti che sto studiando, come ad esempio il teatro. Infatti, quello che sto cercando di fare adesso è portare avanti dei progetti video in cui è la danza per prima ad uscire fuori, come mezzo emozionale, strumento per parlare di alcune tematiche smuovendo le coscienze. Sto poi portando avanti progetti nei musei, dove l’improvvisazione mi consente di mostrare al pubblico, dal vivo, il mio modo di fare arte. In più mi piace l’idea di continuare a insegnare, workshop aperti a professionisti e non, con lavori legati alla filosofia o ad altre direzioni. Voglio muovermi, viaggiare, mostrando quella che è la mia visione e interpretazione del mondo.

…E il cinema?

Amo il cinema, ha avuto una grande influenza nella mia visione artistica e nella costruzione dei miei spettacoli. Non lo escludo, non mi chiudo porte. Sono aperta a tutte le nuove possibilità artistiche e di scambio tra le arti.

Teatro della Visitazione (Roma) – Ph. Matteo Nardone

Guarda il trailer di Didì.

Simona Cappuccio

Copertina: ph. Matteo Nardone

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Simona Cappuccio

Laureata in Italianistica, le sue grandi passioni sono la letteratura, il cinema, il teatro, la scrittura creativa. Ha collaborato per anni con magazine online di letteratura e critica cinematografica. Lavora inoltre come ufficio stampa nell'ambito formazione.

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