Dal ’42 al ’44 transitarono nel campo d’internamento di Le Fraschette migliaia tra deportati e dissidenti politici. Le loro vite saranno segnate, per sempre, dalla brutalità di un conflitto che ha lasciato segni indelebili. Le carenze strutturali, le privazioni, gli stenti e i soprusi che dovettero subire sono un onta difficile da cancellare. di cui, però, è necessario tenere viva la memoria 

– “Il campo di Le fraschette era collocato in una conca disabitata, circondata dai monti. Eravamo quasi solo donne. Il vitto era impossibile: un mestolo di brodaglia e un etto di pane al giorno e non vi era solo il problema della scarsità, ma anche quello della sporcizia rivoltante nei luoghi dove il cibo veniva preparato […] Spaventose erano le condizioni delle greche e delle croate, tanto da essere costrette ad aggirarsi attorno ai bidoni della spazzatura della cucina, onde recuperare bucce di patate e qualche altro scarto”. Milena Giziak, slovena di Vertoiba.

All’ingresso c’era il posto di polizia e tutto attorno era stata scavata una specie di trincea con ai bordi il filo spinato, però, senza corrente elettrica. All’arrivo ci immatricolarono: cognome, nome, nazionalità e religione; ci dichiarammo Jugoslave ed atee, suscitando le proteste dei poliziotti. Ma la Dalmazia è in Italia ci dicevano, non sapendo distinguere tra nazionalità e cittadinanza. Il villaggio era costituito da baracche in compensato che dovevano essere freddissime in inverno […] Luisa Deskovic, dalmata, internata politica.

Facciamo presente che l’alimentazione è da fame. Tutte le tessere sono state ritirate e per questo non si riceve neppure metà della roba che ci spetta secondo la legge d’alimentazione in tempo di guerra […] Facciamo presente che tra di noi ci sono delle ammalate di TBC, di stomaco, di reni, di cuore e quelle che hanno subito operazioni molto gravi e che devono continuamente curarsi […]” Lettera collettiva delle internate politiche.

Marilinda Figliozzi è iscritta nelle file dell’ANPC, i partigiani cristiani che a partire dal settembre ‘43 si unirono alla Resistenza contro il nazifascismo. È lei ad accompagnarmi dentro al campo d’internamento Le Fraschette, ad Alatri. La raggiungo all’ingresso della struttura, nei pressi di quello che un tempo era il posto di guardia. La sbarra di ferro, che sigilla l’entrata, è il simbolo più emblematico di questo non luogo dove la libertà e la dignità sono state soppresse. Ci tiene, però, a dirmi che il termine concentramento va inteso letteralmente. Qui, infatti, non c’erano forni crematori o camere a gas. Ciò non toglie, però, che la vita di chi vi fu rinchiuso sia stata comunque un’agonia.

La mattinata è tipica di quelle di fine estate. Il sole, caldo, alto in un cielo sgombro da nuvole viene smorzato da un venticello gelido. Tutt’intorno campagna, chilometri e chilometri di niente intervallati da qualche piccolo abitato di recente costruzione. La neve, mi ricorda Marilinda, qui cade copiosa ogni inverno e la temperatura scende molto spesso sotto lo zero. La mia mente vola, come un riflesso incondizionato, alle baracche innevate che al tempo erano affollate di gente. Donne con bambini e, di rado, intere famiglie. Una sconfinata e umida vallata, ai piedi del Fumone, dove i rigidi inverni la fanno da padroni. Poi un brivido di freddo mi riporta, all’istante, con i piedi per terra.

Mentre passeggiamo tra le baracche, la mia guida mi racconta che questo campo d’internamento iniziò la sua attività nel ottobre 1942. Distribuite su due ettari di terreno cinto da oltre 2 km di recinsione, 174 baracche tirate su in fretta e furia avrebbe dovuto “ospitare” fino a 7.000 prigionieri di guerra. Andrà a finire, invece, che là dentro ci verranno reclusi migliaia di civili innocenti. Condannati, senza nemmeno un processo, per essersi dichiarati pubblicamente antifascisti o più semplicemente per essere cittadini di un Paese ostile al regime di Mussolini.

I primi ad arrivare a Le Fraschette, mi spiega Marilinda, furono circa un migliaio di anglo-maltesi sfollati dalla Libia. Colpevoli, secondo il Seg. Gen. del Fascio di combattimento dell’isola, di manifestare sentimenti irriducibilmente anglofoni. Dopo l’invasione della Libia, aggiunge, tutti coloro che si mostravano apertamente anti-italiani venivano deportati qui. Nel bel mezzo di un paesaggio dai tratti vagamente siberiani. Soprattutto, per chi arriva da Tripoli ed ha in mente solo il fascio mozzafiato delle dune del deserto libico-nubiano. Infatti, sorride per un attimo Marilinda, fu proprio ad Alatri che quegli uomini videro per la prima volta la neve.

Poi i rastrellamenti, gli arresti individuali o di interi nuclei famigliari si fecero routine in tutti i territori occupati. A migliaia verranno trasferiti, contro la loro volontà, in campi d’internamento simili a questo. Sperduti chissà dove, ma volutamente lontani da occhi indiscreti. La violenza del regime, cominciò a palesarsi in tutta la sua brutalità. Soprattutto, ai confini nord orientali della penisola. Dove la repressione si trasformò addirittura in bonifica etnica. La confisca dei beni e la distruzione dei villaggi erano solo il preludio al tentativo, imminente, di sostituirne le popolazioni.

Sloveni, croati e friulani con i parenti nella resistenza vennero accusati di fornire assistenza ai partigiani di Tito e trasferiti al Le Fraschette. Ostaggi, a tutti gli effetti. Indispensabili per piegare la resistenza di parenti ed amici. A decine moriranno, bambini soprattutto, sotto i colpi della fame e del freddo polare di questa remota parte della Ciociaria. Di loro, mi fa notare Marilinda, non resta che qualche scritta sui muri. Croazia libera, si legge su una parte segnata dal tempo e dall’incuria. Dovranno attendere ancora molto i croati, però, prima di vederla liberata davvero la loro patria.

Questa è una storia dimentica, come tale per essere riportata in vita necessita di un grande sforzo d’immaginazione. È necessario mettersi nei panni di chi, dentro stanze piccole e buie, ha trascorso mesi, se non addirittura anni, prima di poter fare ritorno a casa. Gli spazi angusti sono la prima cosa che ti colpisce appena sei dentro. Marilena stessa, infatti, non può fare a meno di farmi riflettere sul fatto che se moglie e marito stavano molto stretti, figuriamoci 7 o 8 persone dice lei.

Sul pavimento, vecchi giornali d’epoca offrono una panoramica completa sul momento storico in cui tutto avveniva. I bagni, invece, lontani ed inservibili di notte e ancora di più in inverno. Il campo di Alatri è la fotografia desolante di uno dei periodi più buoi della storia dell’Europa. Fame e miseria piombarono su di un intero continente. Una condizione miserevole, con cui dovettero fare i conti anche gli internati a Le Fraschette. Marilena, a tal proposito, mi dice che entrare ed uscire dal campo non era proibito. Certo, aggiunge, c’erano ovviamente delle restrizioni ma era comunque possibile farlo. Lo facevano in molti, in effetti, con l’oscurità solitamente. Uscivano per andare a chiedere cibo ai contadini della zona o per rovistare nella spazzatura in cerca degli scarti.

Il regime ormai aveva i giorni contati. Gli alleati, battaglia dopo battaglia, erano quasi alle porte di Roma. A Cassino, si stava consumando uno degli scontri cruciali. Bombardieri americani sorvolavano i cieli sopra ad Alatri in cerca di postazioni tedesche. Finiranno per colpire, accidentalmente, anche quelle baracche facendo morti e feriti. Forti della confusione che regnava al momento, molti internati, cominciarono a scappare dal campo ormai praticamente sguarnito. Tra loro, mi confessa Marilinda, c’erano anche alcuni criminali di guerra tedeschi e austriaci. Fuggiti in Argentina, dal porto di Genova, grazie all’aiuto di un sacerdote ustascia di nome Draganovic.

Man mano che la guerra “saliva” verso il nord a Le Fraschette cominciarono ad arrivare i dissidenti politici che, fino a quel momento, erano detenuti nelle carceri di Ustica e Ventotene. L’obiettivo, ribadisce Marilinda, era quello di evitare che si unissero alle formazioni partigiane che, ormai, era presenti in forze in tutto il centro-nord Italia. Persino la composizione del campo, osserva ancora Marilinda, cominciò ad assumere connotati particolarmente bizzarri. Oltre agli anarchici spagnoli in fuga da Franco, infatti, c’erano anche esuli russi minacciati di morte dalle purghe staliniane. Un “melting pot politico ed ideologico”, capace di alzare al massimo il livello della tensione nel campo.

Si dice che ogni popolo, prima o poi, debba fare i conti con il proprio passato. Lo si può ignorare, certo. Presto o tardi, però, tornerà a bussare con forza alle porte della coscienza. Riporterà a galla vecchi rancori e ferite mai del tutto rimarginate. I demoni di quel passato nefasto, allora, diventeranno mostri spaventosi, invincibili, e sarà già troppo tardi. L’unica arma ha disposizione, quindi, non può che essere la memoria. Poco importa, se dai muri spariranno le targhe commemorative o la natura finirà col celare tutto sotto rami e foglie. Il dolore di quei giorni tragici, rimarrà a monito di un tempo in cui uomini che si credevano migliori di altri hanno distrutto l’ultimo barlume di umanità.

I figli e i nipoti di quegli stessi uomini, oggi, inscenano manifestazioni dai tratti nazionalistici in tutta Europa. Minacciano di marciare sulle capitali del Vecchio continente. Si ergono a paladini della purezza di una razza alla quale, con molta probabilità, neanche loro appartengono. Tendono il braccio con fare nostalgico, come a voler riesumare un passato fatto di guerra e distruzione. Si dicono stanchi di sopportare lo “stupro” delle loro patrie per mano di “bande di clandestini”. Non sanno, o forse fingono non di sapere, dove ha portato tutto quell’odio. Per questo, è necessario ricordare come su un continente culturalmente vivace d’improvviso scesero le tenebre.

 

MATTIA BAGNATO