Al termine di un lungo calvario sono arrivati a Roma, il cuore pieno di speranza e nelle tasche molti sogni da realizzare. Tra sgomberi e rimpatri, il loro futuro sembra appeso ad un filo. Sono i ragazzi del Baobab, le loro storie sono il simbolo più vero della voglia di rivalsa

Quando arrivo a San Lorenzo fuori le mura ad accogliermi c’è Roberto, il responsabile dell’ex Centro d’accoglienza Baobab. Il suo sguardo sembra ancora scosso dall’ultimo sgombero. Stenta a credere che sia successo di nuovo. Per l’ennesima volta, martedì 30 settembre, la polizia è arrivata di buon mattino smantellando le tende e caricando sui blindati i 98 migranti ancora presenti a Via Cupa. Con lui ci sono anche i volontari di Boabab experience. Da mesi cercano di alleviare le sofferenze di questi ragazzi in fuga da guerre e persecuzioni. Sono eritrei, etiopi, somali e ghanesi. Il più grande avrà al massimo 25 anni, il più piccolo 16. Sono partiti da soli, da terre lontane, per una “viaggio della speranza” che nessuno di noi sarebbe in grado di sostenere.

A guardare i loro volti sorridenti e pieni di speranza, uno strano senso di disorientamento si impossessa di te. Una sensazione che, però, lascia subito il posso all’incredulità. Mai e poi avrei pensato che si potesse guardare la morte negli occhi e ridergli in faccia. Neanche il tempo di presentarmi, che un ragazzo si avvicina e inizia a parlarmi di lui. Per un attimo ho pensato che fosse lì per me. Ognuno di loro ha una storia personalissima, fatta di fame, distruzione e paura ma, soprattutto, di sogni da inseguire. Il terrore è quello di chi ha vissuto, da sempre, risucchiato in una guerra civile tra le più cruenti che la storia dell’umanità possa annoverare. Una scontro fratricida che non accenna ad arrestarsi, aggravatosi dagli attacchi terroristi di Al-Shabab e dalla carestia.

Parlando con una volontaria francese scopro che molti di loro sono già passati da Ventimiglia, rispediti a Taranto con l’obbligo di lasciare il paese. Peccato, dice con un filo di sarcasmo, che nessuno avesse i soldi per fare il biglietto. Così, come su una giostra impazzita eccoli di nuovo qui. Myriam, con un’espressione a metà tra preoccupazione e rabbia, mi fa notare che dopo l’ultimo sgombero 50 ragazzi mancano all’appello. Andati chissà dove, finiti forse nella mani di trafficanti senza scrupoli. Come se già non fosse abbastanza. Nella mia mente passano rapide le immagini dei telegiornali. Quelle che in questi giorni parlano di un possibile giro di prostituzione minorile. Cerco di non assecondare questi tristi pensieri, preferisco pensare che stiano realizzando le loro chimere.

La pioggia si è fatta sempre più insistente, mentre il camper di MEDU arriva per prestare loro un minimo di cure mediche. In fila indiana, uno dietro l’altro, salgono a bordo. In un improvviso impeto di sdegno, chiedo perché non siano stati allestiti dei gazebo per la cena. La risposta arriva secca come una coltellata, la polizia ha l’ordine di sbaraccare qualsiasi tipo di accampamento. La solita vecchia tolleranza tutta all’italiana. Mentre la pioggia continua a cadere sempre più copiosa, ritorno a raccogliere racconti di disperazione e di solidarietà. Mi chiedo che ne sarebbe stato di questi ragazzi, se non fosse stato per Roberto e gli altri volontari. Chi li avrebbe sfamati, curati o accompagnati, ogni giorno che Dio manda in terra, in questo o in quello stabile per la notte. La risposta la lascio a voi.

Delle molte storie che mi sono state raccontate, ce n’è una che mi ha emozionato più di ogni altra. Una di quelle che potrebbe, tranquillamente, diventare la sceneggiatura di un bellissimo film. A raccontarmela è Kadav Mohamed Ahmed, un ragazzo snello, dal fisico atletico e dai folti capelli ricci. Il proverbiale sorriso, che come ho ormai appreso contraddistingue questi ragazzi, sarà una costante durante tutta la narrazione. Un sorriso grande come la voglia di rivincita che c’è dietro alla sua storia. Non posso fare altro che ascoltare il suo racconto in rispettoso silenzio. Interrompendo il minimo indispensabile, solo per fare qualche domanda al ragazzo che prontamente mi fa da traduttore.

Kadav è originario della Somalia, di Dosomave per la precisione, un piccolo villaggio sperduto negli altopiani somali. Ha solo 18 anni e ad ha attraversato, da solo, mezzo mondo prima di sbarcare a Lampedusa 6 mesi fa. Tanto è durato il viaggio che lo ha portato a Roma. Lui, a differenza di altri suoi compagni di viaggio, qui ci vuole rimanere. Il suo sogno lo conserva ben stretto nel cuore. Con un po’ di timore, forse perché dentro di me sento di sapere già la risposta, gli chiedo della sua famiglia. Il sorriso svanisce per pochi secondi, giusto il tempo di dirmi che suo padre è morto in guerra e che la madre, tra mille stenti, è rimasta in Somalia.

La prima volta che lo hanno visto, mi racconta l’interprete, non potevano credere ai loro occhi. Kadev sembrava una gazzella, correva a perdi fiato di qua e di là. Non stava mai fermo. Amo correre, mi dice sorridendo. In Somalia c’è la guerra e non è possibile farlo. Il suo sogno è quello, un giorno, di riuscire ad iscriversi ad un club di atletica e diventare un maratoneta professionista. Mi piacerebbe vincere anche la medaglia olimpica, mi confessa. Vorrei dirgli che per, quanto mi riguarda, l’ha già vinta la sua medaglia, ma ne faccio a meno e rimango ad ascoltare.

Le sue doti atletiche, così come le sue prestazioni non sono rimaste nascoste a lungo. Qualche settimana fa, mi racconta Kadav con il viso ebro di gioia, ho partecipato ad una maratona. È arrivato secondo nonostante il dolore ad un piede. Non è niente, tiene a rassicurarmi. I medici di MEDU gli hanno confermato che non è nulla di grave e che presto potrà tornare a correre. Quando parla della corsa il suo viso sembra illuminarsi. Correre mi libera la mente e alleggerisce la mia anima, aggiunge. La volta scorsa non ho potuto allenarmi. La prossima volta sarà diverso, vincerò la gara e un club mi ingaggerà. Lo so, l’ho visto in un sogno qualche mese fa.

In questi ultimi mesi, ho avuto la fortuna di incontrare molti ragazzi come Kadav. Decine, centinaia di disperati che inseguono una speranza che gli è negata. Tra loro e i loro sogni, questa volta, c’è davvero il mare. Un mare “assassino”, che di ragazzi come lui ne ha inghiottiti molti. Tra Kadav e il suo di sogno, invece, c’è solo uno “stupido” permesso di soggiorno. Quello che tarda ad arrivare ma che potrebbe cambiare per sempre la sua vita. Si è fatto tardi, il mio treno sta per partire. Così raccatto le mie cose e saluto tutti. Non dimenticherò mai quei volti stanchi ed infreddoliti, ma piedi di speranza.

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