Stasera andrà in onda alle 19.30 su Sky Arte HD e Sky TG24 Active “Io sto con la sposa”, il docufilm firmato con Antonio Augugliaro e Khaled Soliman Al Nassiry da Gabriele Del Grande, il giornalista e documentarista fermato al confine fra Turchia e Siria il 10 aprile scorso mentre si trovava in una zona vietata,  da allora trattenuto nel centro di detenzione di Mugla, sulla costa egea della Turchia.

Il documentarista Gabriele Del Grande, detenuto illegalmente in Turchia assieme ad altri 150 giornalisti turchi, il 19 aprile ha chiamato la moglie ed ha annunciato uno sciopero della fame. È la prima telefonata concessa al blogger e giornalista italiano da quando è stato fermato dalle autorità turche. «Sto parlando con quattro poliziotti che mi guardano e ascoltano – ha detto Gabriele Del Grande nella telefonata alla moglie, il cui testo è stato riportato dalla sua pagina Facebook ‘Io sto con la sposa’, titolo del suo docufilm – mi hanno fermato al confine, e dopo avermi tenuto nel centro di identificazione e di espulsione di Hatay, sono stato trasferito a Mugla, sempre in un centro di identificazione ed espulsione, in isolamento». «I miei documenti sono in regola – ha detto Del Grande – sto bene, non mi è stato torto un capello ma non posso telefonare, hanno sequestrato il mio telefono e le mie cose, sebbene non mi venga contestato nessun reato». «La ragione del fermo è legata al contenuto del mio lavoro. Ho subito ripetuti interrogatori al riguardo. Ho potuto telefonare solo dopo giorni di protesta. Non mi è stato detto che le autorità italiane volevano mettersi in contatto con me, invito tutti a mobilitarsi per chiedere che vengano rispettati i miei diritti», ha concluso Del Grande. Gabriele è stato arrestato in relazione al proprio lavoro, mentre raccoglieva interviste di profughi siriani per un suo libro su questo tragico esodo che ha coinvolto milioni di persone. Il che rende l’atto delle autorità turche contrario a tutte le norme internazionali a tutela dei diritti umani e in particolare della libertà di stampa.

Alcuni giorni prima l’arresto, sul suo profilo facebook descrive la drammatica situazione vissuta dai profughi al confine turco-siriano. Era il 5 aprile «Non so se ieri a Idlib sia morta l’umanità. Di certo è morta la verità. La strage è confermata da tutti. Ma nessuno si prende la responsabilità. Il gas era nelle testate dei missili sganciati dall’aviazione di Assad, dicono le milizie. No, era nel deposito di armi delle milizie colpito dai missili, risponde il regime. Da giornalista, abituato a ragionare sulle prove e non sulle probabilità, non credo a nessuna delle due propagande. E mi chiedo: possibile che la Turchia di Erdogan e le milizie salafite e qaediste di Tahrir Al-Sham si ostinino a non far entrare giornalisti nemmeno dopo la strage? Lasciate che qualcuno – siriano o internazionale – verifichi in modo indipendente cosa è accaduto a Khan Sheykhoun. A Idlib la stampa non viene lasciata entrare da due anni, salvo eccezioni. Mostrateci il sito bombardato». Il 7 aprile commenta l’attacco missilistico americano in Siria «Doveva essere una ritorsione contro “il tiranno”. Una pioggia di 59 missili Tomahawk con tanto di effetti speciali e discorso alla nazione. Peccato che la base colpita stanotte fosse sostanzialmente vuota, almeno a giudicare dal primo bilancio. Secondo fonti russe sul campo, gli unici aerei siriani colpiti sarebbero 6 vecchi MiG-23 fermi in riparazione. Le vittime militari sarebbero “solo” 6 e la pista sarebbe ancora intatta. Chissà quante chiamate hanno fatto ieri dal Pentagono a Mosca perché sgomberassero in tempo. Forse al netto delle dichiarazioni, né russi né americani cercano l’escalation irreversibile in Siria. Forse l’importante era soltanto recapitare il messaggio. L’America c’è. Non sono più gli anni di Obama. Putin e Asad non esagerino. Senza Trump non si va da nessuna parte. Adesso però tornate pure a dormire sonni tranquilli. Verosimilmente la seconda puntata non andrà in onda. E da domani, i bambini siriani potranno ricominciare a morire. Sotto le bombe a grappolo dei russi a Idlib o quelle (poco) intelligenti degli americani a Raqqa, sotto i barili bomba del regime a Deir Ezzor, le autobombe dei qaedisti a Damasco, la spada dell’Isis a Tabqa, i proiettili delle polizia turca al confine oppure sui barconi tra le onde del Mediterraneo».

Due giorni prima dell’arresto altra testimonianza delle stragi siriane «Nuovo massacro di civili in Siria questa mattina! Almeno 20 morti, compresi 4 bambini, e decine di feriti sotto un bombardamento americano a Raqqa. Tranquilli, stavolta il gas non c’entra. È una bomba convenzionale. Quindi niente condivisioni compulsive né stati di indignazione. Credo si tratti dell’attacco americano numero 8mila e qualcosa. Lo dico per chi ha perso le puntate precedenti e si è connesso solo ieri. USA, Francia, UK e la coalizione internazionale anti-ISIS bombardano la Siria e l’Iraq dal settembre 2014. E non sempre ci prendono. Fonti siriane sul luogo stimano almeno 200 vittime civili nella roccaforte siriana dello Stato Islamico nell’ultimo mese, da quando le Forze Democratiche Siriane armate e appoggiate dal Pentagono, hanno iniziato l’operazione per riconquistare Raqqa. L’ultimo massacro era accaduto un paio di settimane fa quando era stata colpita per errore una scuola che ospitava decine di famiglie di sfollati. Le vittime erano state oltre trenta e i feriti decine. Qui trovate più info. Io intanto sono di nuovo in viaggio. Istanbul. Sulle tracce di una nuova storia per il libro».