Una sola premessa: l’articolo non è volto a esaltare il Fascismo, nè il Nazismo, nè alcuno dei totalitarismi che hanno incentivato o promosso l’odio contro razze ed etnie. Il suddetto articolo si pone invece come scopo quello di difendere la storia nella sua integrità, fatta tanto di eventi positivi quanto spiacevoli.

La storia va amata in quanto percorso evolutivo dei trascorsi dell’uomo. Amarla significa apprezzarla, studiarla, analizzarla e vedere cosa si può fare per migliorare la vita del genere umano; significa guardarsi alle proprie spalle per evitare di fare gli stessi errori che hanno fatto coloro che sono venuti prima di noi. Ma per poter comprendere quali sono stati i misfatti che non devono più ripetersi, occorre conoscerli e fare un attento esame di coscienza: non bisogna occultarli, come se fossero un osso da seppellire sotto la terra; non bisogna nasconderli e vergognarsi, nè fare finta che essi non siano mai esistiti, perché purtroppo quegli eventi sono avvenuti. È inutile nascondersi dietro a un dito: il Fascismo è esistito, e non possiamo farci niente.

Non sarà il DDL Fiano a nasconderlo, né le intenzioni della Boldrini di abbattere ogni monumento fascista sul suolo italiano o di depennare ogni via, monumento o effigie che porti il nome di Benito Mussolini. Farlo significherebbe applicare quella pena che i Romani chiamavano “Damnatio Memoriae”, la quale era considerata una sanzione ancora peggiore della pena capitale. Gli antichi già allora infatti avevano capito che quello che sopravvive alla morte dell’individuo è la memoria, la consapevolezza e la conoscenza di quanto aveva fatto in vita.

La Damnatio Memoriae consisteva per l’appunto nella distruzione e cancellazione di ogni prova dell’esistenza del condannato: in un’epoca in cui Google ancora doveva essere inventato ed era la cultura materiale, scritta e orale, l’unica sorgente di informazione e trasmissione dello scibile umano, una pena del genere era senza dubbio asperrima; ne consegue che ovviamente la Damnatio Memoriae, per la sua durezza, venisse applicata solo in circostanze eccezionali. Ma se in età repubblicana si ricorreva ad essa contro coloro che attentavano alla concordia e alla salute dello Stato, in Età Imperiale divenne un potente mezzo usato dagli Imperatori per spazzare via possibili usurpatori o pretendenti alla porpora imperiale. L’esempio più palese è quello di Caracalla, figlio dell’Imperatore Settimio Severo, nei riguardi del fratello Geta, del quale furono abrasi tutti i ritratti e steccate tutte le iscrizioni che riportavano il suo nome.

Ma la Damnatio Memoriae non fu una pratica reclusa solo nella realtà della Roma Antica: in tempi più recenti, la Germania ha vietato per circa ottant’anni la distribuzione del Mein Kampf, manifesto politico ed espressione del pensiero razzista del leader del Terzo Reich Adolf Hitler. Il libro, disponibile solo per motivi di studio nelle biblioteche accademiche, ha cominciato a ricomparire sugli scaffali delle librerie tedesche solo dal gennaio del 2016. A conti fatti, il tedesco medio per più di mezzo secolo non ha potuto leggere, direttamente dalla fonte stessa, gli abomini che lo stesso Hitler ha meditato per salire al potere.

Ma oggi, mentre in Parlamento si discute del DDL Fiano e si medita l’abbattimento dei monumenti fascisti, dilaga tra i benpensanti la paura dei simboli; simboli che, è vero, hanno fatto parte di quella propaganda e di quel culto della personalità di cui Mussolini si avvalse per raccogliere il consenso. Ed è anche vero che Mussolini, per creare una cultura nazionalista identitaria, si avvalse del Mito di Roma, ma non dobbiamo temere in toto quella simbologia; perché quei simboli resero grande Roma e l’Impero, non Mussolini; rappresentano la magnificenza di una cultura che dominò l’Europa per secoli, non “il ventennio”. Quando vediamo un’aquila ad ali spiegate, non dobbiamo rievocare alla memoria filmati in bianco e nero dell’Istituto Luce di camicie nere in marcia, ma la potenza delle Legioni di Scipione, di Cesare e di Traiano, che donarono la cultura e la civiltà alle regioni conquistate. I Fasci Littori, è dura pensarla diversamente, è vero, ma non sono i simboli “del Duce”, ma furono gli emblemi della magistratura dei Romani, padri di quel diritto civico e legislativo a cui si ispirarono tutte le costituzioni emanate nel corso dei secoli. E la svastica non ci deve far pensare subito ai terribili massacri di Auschwitz e Birkenau: nella cultura Indoeuropea (essa infatti compare nelle pitture greche, nei templi induisti e giainisti, nei monili etruschi, nelle pareti nuragiche e addirittura nelle tombe paleocristiane) essa era anzi il simbolo del Sole e della fecondità, del benessere e della purezza dell’anima. L’uso che ne ha fatto il Nazismo, come confermato dagli stessi saggi indù, è stato indubbiamente improprio.

Vietare, censurare e abolire questa simbologia non sarà che un ennesimo passo falso perbenista: ciò che vogliamo dalle generazioni future non è che non leggano più il nome di Mussolini sull’Obelisco del Foro Italico, ma che saggiamente capiscano quali conseguenze abbia avuto quel regime sulla nostra storia, e comprendere quali difficoltà abbiano dovuto attraversare i nostri nonni e bisnonni sicché noi godessimo di tutte le libertà che la Democrazia ci offre. Chi non conosce la storia, è destinato a ripeterla.

                                                                                                                                                        Michele Porcaro