LA CITTADINANZA COME DIRITTO. IL PARLAMENTO ITALIANO SI PONE LO STESSO DILEMMA CHE SI DOMANDAVA IL SENATO DELLA REPUBBLICA DI ROMA 2000 ANNI FA: COSA VUOL DIRE ESSERE CITTADINI? UN CONFRONTO TRA LA LEX IULIA DE CIVITATE (90 a.C.) E IL DISEGNO DI LEGGE SULLO IUS SOLI.

Nelle ultime settimane in Parlamento si sta affrontando (o meglio, riaffrontando) la questione sull’allargamento e sull’estensione della cittadinanza italiana, attraverso il cosiddetto “Ius Soli” (letteralmente: “legge del suolo”). Il nostro paese infatti, come stabilito e confermato dalla Legge n.91 del 1992, vanta il cosiddetto “Ius Sanguinis”: viene garantita la cittadinanza italiana solo ai figli di cittadini italiani. La discussione dibattuta a Montecitorio è particolarmente delicata: si tratterebbe di includere tra i cittadini italiani ben 800mila stranieri, nati sul territorio italiano o comunque arrivati nel nostro paese in tenera età. Le linee per l’estensione della cittadinanza proposte sono ben tre: c’è chi ha richiesto lo Ius Soli Automatico (cittadinanza italiana estesa a chiunque nasca sul suolo nazionale, come avviene negli USA) chi invece ha meditato uno Ius Soli “temperato” (concessione della cittadinanza solo attraverso soddisfacimento di determinati requisiti) e chi, infine, ha proposto lo “Ius Culturae” (estensione della cittadinanza per tutti i cittadini stranieri che hanno completato nel nostro paese l’intero ciclo di studi previsto dal Ministero della Pubblica Istruzione Italiana). Il dibattito ha visto e sta vedendo un intenso scontro tra partiti: da una parte, la destra conservatrice e il centro-destra temono che ad un’estensione della cittadinanza italiana possano corrispondere un imbastardimento e una contaminazione della popolazione; dall’altra la sinistra rivendica invece il diritto di centinaia di migliaia di minori di essere considerati cittadini italiani, dal momento che sono nati e cresciuti nel nostro paese, hanno compiuto i loro studi nelle scuole italiane, parlano la nostra lingua, e soprattutto perché sono vittime di una burocrazia lenta e inefficiente, che richiede lo svolgimento di pratiche particolarmente complicate anche per le situazioni più banali.       

  
Questa situazione, figlia della società della globalizzazione e dei grandi spostamenti delle masse, trova nella storia antica una situazione analoga. Il nostro viaggio nel tempo ci riporta a 2100 anni fa circa: siamo nel I secolo a.C., e Roma ha gettato le basi per il suo imperialismo, dominando i tre quarti della Penisola Italiana e la quasi totalità del bacino mediterraneo. Eppure coloro che possono fregiarsi del vanto di poter esclamare “Civis Romanus sum!” (“Sono un cittadino romano”) sono ben pochi, e tutti presenti nel Lazio e in alcune piccole aree dell’Italia centrale. Tutti gli altri sono “peregrini” (stranieri) o godenti di una semiautonomia prevista dal Diritto Latino. A partire dalla fine del II secolo a.C. i Sanniti, i Marsi, i Peligni, i Lucani, i Frentani e tutti gli altri popoli comunemente chiamati “Italici” esprimono il loro malcontento nei confronti di Roma: la loro condizione prevede un’enorme serie di doveri da rispettare (il pagamento delle tasse e dei tributi, l’arruolamento di truppe da fornire alle Legioni di Roma, la perdita della sovranità dei propri territori ecc…) ma ben pochi privilegi e diritti di cui godere. In un certo senso, anche loro sono protagonisti del successo di Roma: le legioni di Scipione l’Africano, di Scipione l’Emiliano, di Lucio Emilio Paolo, di Tito Quinzio Flaminio e di altri valorosi condottieri contano infatti una considerevole presenza di contingenti italici. Eppure, nello scenario politico romano, questi non vengono minimamente presi in considerazione, in quanto “non romani”. Il desiderio di questi popoli è quello di partecipare e di essere inclusi nella macchina politica ed economica di Roma, di essere enumerati nelle tribù romane e di poter essere ammessi nella spartizione delle terre. Alcuni politici romani notano il malcontento italico, e cercano di porvi rimedio, ma senza successo: ogni tentativo di includere queste popolazioni nella diretta gestione politica di Roma trova l’opposizione e il veto dell’aristocrazia senatoria.

L’unico romano che si propone come esponente e protettore dei diritti degli Italici è il tribuno Marco Livio Druso, che propone una serie di leggi volte a integrare sempre di più le popolazioni dell’Italia centrale nel sistema di cittadinanza romano. La proposta di legge pare trovare il consenso di alcuni membri del Senato e del ceto equestre, e gli Italici cominciano a riporre le proprie speranze in Livio Druso. Ma d’altro canto, la casta dei patrizi e dei ricchi proprietari terrieri mostra il proprio dissenso nei confronti del tribuno, fino ad ordirne una congiura. Poco prima che la legge venga approvata dai comizi e dal concilio della plebe, Marco Livio Druso viene infatti trovato morto, assassinato da dei sicari inviati da alcuni senatori. I sogni degli Italici sembrano essere morti assieme al tribuno della plebe, proprio ad un soffio dalla realizzazione di quel grande progetto politico, che questi popoli desiderano da tempo. Ma la nobiltà italica non si da per vinta e passa alla rivolta armata, e sotto il sannita Gaio Papio Mutilio e il marsio Quinto Poppedio Silone scoppia la cosiddetta “Guerra Sociale”, dove per “sociale” non si intende, come penseremmo oggi, qualcosa che riguarda la comunità e, appunto, la società, ma il termine è da ricondurre al latino “socius”, alleato. Perché infatti gli Italici, una volta alleati e fedeli confederati di Roma, si dichiarano adesso nemici di quest’ultima. Nonostante le iniziali vittorie riportate dall’esercito romano contro gli Italici, Roma capisce di non poter competere contro circa venti popoli riuniti, e anche se potesse, questo significherebbe sacrificare tutte le risorse accumulate dopo la ripresa economica avuta dopo la crisi d’età graccana. D’altronde, lo stesso console Lucio Giulio Cesare comprende che i tempi sono maturi per un’integrazione degli Italici: questi popoli oramai parlano il latino, hanno costumi di tipo romano, venerano gli dei capitolini e si dicono pronti a rinunciare alla loro autonomia per abbracciare a pieno il costume romano in toto. Ed è così che nel 90 a.C. il console promulgò la Lex Iulia de civitate latinis danda, seguita dalla Lex Plautia Papiria di due anni dopo, che stabilivano l’estensione della cittadinanza romana e gli stessi diritti dei cives et patres anche agli Italici.

         
Col senno di poi (possiamo dirlo)  questa legge fece la fortuna di Roma: tra le conseguenze della Lex Iulia de civitate troviamo infatti una forte urbanizzazione e un’enorme crescita del fisco economico romano. L’estensione della cittadinanza romana sarà poi un argomento caldo in tutto il corso della storia romana, almeno fino al 212 d.C., anno in cui l’imperatore Caracalla estenderà la cittadinanza romana a tutti i cittadini dell’Impero, attraverso la Constitutio Antoniniana

Ognuno, in base al proprio sistema di valori e al proprio credo politico, può stabilire se essere favorevole allo Ius Soli o allo Ius Sanguinis, ma quello su cui in pochi si soffermano a riflettere è che la cittadinanza non è un capriccio, ma un’enorme responsabilità e allo stesso tempo un enorme orgoglio, a cui corrispondono una serie di diritti e di doveri, quali votare i propri rappresentanti (compito a cui il popolo viene sempre di più meno) e pagare le tasse, fondamentali per il procedimento della vita pubblica. Roma ci insegna, attraverso le pagine della meravigliosa letteratura latina, che non importa quale sia il colore della tua pelle o il dio a cui ti rivolgi: l’importante è che tu svolga con diligenza i tuoi doveri da cittadino e che sia orgoglioso di servire il tuo paese.

                                                                                                                                                                             Michele Porcaro