Cronache di Roma

DALLA A ALLA Z

Tutta Mafia Capitale lettera per lettere. I protagonisti, i luoghi e i fatti dell’inchiesta “Mondo di Mezzo”. Il malaffare di Buzzi e Carminati e le infiltrazioni con la politica romana.

Roma- Trentasette arresti, trentanove indagati. Questo il bollettino della prima tranche dell’inchiesta “Mondo di mezzo” che ha scoperto le ragnatele di Mafia Capitale nelle istituzioni romane. Quarantaquattro arresti (diciannove in carcere e venticinque ai domiciliari) e altri ventuno indagati. Questo invece il bollettino della seconda tranche (4 giugno 2015) dell’inchiesta. Secondo i giudici, a capo del sistema ribattezzato “Mafia Capitale”, c’è Massimo Carminati, er Cecato, l’ex Nar (Nuclei Armati Rivoluzionari), l’ex banda della Magliana, “il capo e il riconosciuto punto di riferimento degli altri sodali”.  Il braccio destro di Carminati, secondo l’accusa, è Riccardo Brugia, “vero e proprio alter ego” del cecato. Poi c’è Fabrizio Testa che, secondo le carte, “è la testa di ponte dell’organizzazione nel settore politico e istituzionale,  che coordina le attività corruttive dell’associazione e si occupa della nomina di persone gradite alla organizzazione in posti chiave della pubblica amministrazione”. Alla sinistra di Carminati, a completare il quadro, c’è l’apostolo dei soldi: Salvatore Buzzi, il capo della cooperativa 29 giugno. La cooperativa opera e guadagna in ogni settore, dalla gestione dei migranti al verde, dai rifiuti all’emergenza freddo. È la teoria del “mondo di mezzo”, come racconta Carminati: “I vivi sopra, i morti sotto e noi nel mezzo. Un mondo di mezzo “in cui tutti si incontrano”. L’obiettivo dell’organizzazione guidata da Carminati è semplice: vincere più appalti possibili. Ogni emergenza, una miniera d’oro. “Tu c’hai idea quanto ce guadagno sugli immigrati? – domandava Salvatore Buzzi alla sua segretaria – il traffico di droga rende meno”.

A come Alemanno Gianni. “Oh l’avevamo comprati tutti oh.. se vinceva Alemanno ce l’avevamo tutti comprati, partivamo (fonetico FIUUUU, intendendo partiamo a razzo)”. Questa è una delle tante conversazioni – intercettate, trascritte e raccolte nell’ordinanza – tra Salvatore Buzzi e i suoi collaboratori. Conversazioni pittoresche che colorano di ridicolo e grottesco il “mondo di mezzo” dove Buzzi si muoveva con er cecato in cerca di appalti e amicizie. In questa conversazione Buzzi, sottolineano i pm, “appariva particolarmente rammaricato della sconfitta politica di Alemanno”. Alemanno Giovanni detto Gianni. È sotto la sua giunta (2008-2013) che Mafia Capitale, secondo l’accusa, allunga i tentacoli in Campidoglio. Il sodalizio che faceva capo a Massimo Carminati – scrivono i giudici del Tribunale del Riesame – e che”operava inizialmente in un ristretto ambito territoriale nel settore delle estorsioni, dell’usura, delle rapine e delle armi”, ad un certo punto “si apre a nuove prospettive” e “rivolge la sua attenzione al settore economico e della pubblica amministrazione”. Per il tribunale del riesame, “le ragioni di tale espansione devono essere ricondotte, in primo luogo, al fatto che, a seguito della nomina di Alemanno quale sindaco di Roma, molti soggetti collegati a Carminati da una comune militanza politica nella destra sociale ed eversiva e anche, in alcuni casi, da rapporti di amicizia, avevano assunto importanti responsabilità di governo e amministrative nella capitale”.

B come Buzzi Salvatore. È Salvatore Buzzi –  per gli amici Salvato’ –  uno dei due diarchi di Mafia Capitale. Con la sua cooperativa, la “29 giugno”, Buzzi vince gli appalti e intasca i piccioli. Come si legge nelle carte dell’inchiesta, Buzzi è “al servizio dell’organizzazione diretta da Massimo Carminati” e  le sue “cooperative erano strumentali ad ottenere reciproco arricchimento attraverso l’aggiudicazione di lavori pubblici”. Per vincere gli appalti Buzzi, secondo le carte, “effettuava in maniera sistematica dazioni di denaro a politici e pubblici funzionari del Comune di Roma e delle società municipalizzate di Roma Capitale, finalizzate all’ottenimento di lavori e/o gare di appalti”. Buzzi sintetizza così il suo lavoro: “Finanzio giornali, faccio pubblicità, finanzio eventi, pago segretaria, pago cena, pago manifesti, lunedì c’ho una cena da ventimila euro pensa. Se sbagli investimento, se punti sul cavallo sbagliato si finisce in un vicolo cieco”.

C come Carminati Massimo. Per gli amici, semplicemente: er cecato. È lui l’altro diarca di Mafia Capitale. Con Carminati si completa l’abc, la struttura portante dell’alfabeto romenesco di Mafia Capitale: Alemanno, Buzzi e, per l’appunto, Carminati. Er Cecato, il capo unico e indiscusso, secondo i pm “sovrintendeva e coordinava tutte le attività dell’associazione”, e manteneva “i rapporti con gli esponenti delle altre organizzazioni criminali operanti su Roma” nonché “con esponenti del mondo politico, istituzionale, finanziario” e anche “con appartenenti alle forze dell’ordine e ai servizi segreti”.

D come De Carlo. De Carlo Giovanni. Quello di De Carlo è un nome importante nell’inchiesta “Mondo di mezzo”. Chi è? “Il boss che gira in Ferrari e frequenta i locali dei Vip” sintetizza brutalmente il Messaggero. Il gip, con altrettanta brutalità e capacità di sintesi, scrive che “l’ingente disponibilità di risorse finanziarie in assenza di qualsiasi fonte di reddito lecita inducono a ritenere che De Carlo abbia fatto del crimine una scelta di vita”. Il magistrato parla anche del “suo inserimento nel circuito criminale di Massimo Carminati, la sua originaria vicinanza a questi e successiva crescita con acquisizione di uno spazio di autonomia, i suoi rapporti con altri esponenti della delinquenza romana e la sua dedizione al delitto”. De Carlo, dispone di “una rete di soggetti ai quali abitualmente si appoggia, che, ponendosi quali intermediari nei rapporti esterni – scrive ancora il Gip -, gli consentono di vivere come un’ombra e di impiegare nel circuito economico lecito le proprie risorse di denaro di provenienza illecita, senza che la sua figura appaia all’esterno”. De Carlo viene definito “il boss dei boss” anche dall’intramontabile Ernesto Diotallevi (sì, quello della Banda della Magliana). “Era un uomo che amava la bella vita, conosceva i migliori locali della movida romana ed era in frequente contatto con personaggi del mondo dello spettacolo e dello sport”, si legge nelle carte dell’inchiesta. A lui si rivolgevano in molti: Vip, calciatori e, perché no, modelle. I Ros intercettano anche delle telefonate tra De Carlo e il centrocampista della Roma Daniele De Rossi. Il calciatore chiama la notte del 30 settembre 2013 dopo una lite in un locale. “Avevo pensato che quello aveva chiamato qualche coattone… ho detto famme sentì Giovanni”, dice De Rossi. De Rossi riferisce di averlo contattato perché “assieme al compagno di squadra Mehdi Benatia, aveva avuto poco prima una discussione in un locale e temendo conseguenze aveva pensato a De Carlo”. L’informativa sottolinea che De Carlo, “dando prova di grande confidenza, gli confermava di poter contare sempre sul suo aiuto: “Chiamame sempre… bravo! Hai fatto bene Daniè, amico mio…”. De Carlo fa imbestialire anche il suo avvocato che, intercettato, lo sgrida: “Tu la Ferrari non la devi tocca’ (…) Te devi anche trova’ un lavoro, sennò ce stanno conseguenze giuridiche, pensano che tu sarai… non lo so… il referente de Totò Riina”.

E come Ernesto. Ernesto Diotallevi. Per gli inquirenti romani Ernesto Diotallevi, soprannominato Ernestino er negro ai tempi della banda della Magliana, è il referente romano di Cosa Nostra.Intervistato dal Fatto Quotidiano, Diotallevi definisce Massimo Carminati “un bravo ragazzo. Intelligente, molto colto”. E su Mafia Capitale Diotallevi non ha dubbi: “È lo Stato stesso che crea la malavita”. Nell’inchiesta “Mondo di mezzo” Diotallevi è indagato per associazione a delinquere di stampo mafioso.Il 28 aprile del 2015 la Procura gli confisca beni per 25 milioni di euro.

 F come Franco. Franco Panzironi, altrimenti noto come er tanca, l’ex amministratore delegato di Ama, l’azienda municipalizzata del comune di Roma che si occupa della pulizia delle strade della città e della gestione dei rifiuti. Franco Panzironi era stato già coinvolto nell’inchiesta Parentopoli. Inchiesta per la quale l’ex amministratore delegato dell’Ama è stato condannato a 5 anni e tre mesi. Franco Panzironi, scrivono i giudici del Tribunale del Riesame, “è un indagato spregiudicato che ha messo al servizio dell’associazione criminale non solo la propria funzione, ma anche le proprie capacità di influenza sulle dinamiche politico / amministrative e il proprio personale e stretto collegamento con il sindaco Alemanno”. Tra i benefit che il clan garantiva a Panzironi c’era anche “la rasatura del prato di zone di sua proprietà”.

G come Gramazio. Luca Gramazio, consigliere regionale di Forza Italia. Nel sodalizio, secondo il Gip, il ruolo di Gramazio è chiaro: “Prima consigliere comunale al comune di Roma poi consigliere alla Regione Lazio, Gramazio pone al servizio dell’organizzazione le sue qualità istituzionali, svolge una funzione di collegamento tra l’organizzazione la politica e le istituzioni, elabora, insieme a Testa, Buzzi e Carminati, le strategie di penetrazione della pubblica amministrazione, interviene, direttamente e indirettamente nei diversi settori della pubblica amministrazione di interesse dell’associazione”.Gramazio viene definito dai carabinieri del Ros – come riporta Fabio Roncone del Corriere della Sera – una persona di “straordinaria pericolosità”.

H come Hotel. Hotel Federico II de L’Aquila. Qui, scrive il sito news-town.it/, si incontrarono Massimo Carminati e tal  Filippo De Angelis che i boss, come scrive Fiorenza Sarzanini del Corriere della Sera, chiamavano “il banchiere” per la sua capacità di muoversi tra le fiduciarie di San Marino.Questa la storia: “L’hotel Federico II – scrive il sito news-town.it/ – è un albergo che, come dozzine di altre strutture ricettive sparse in tutto l’Abruzzo, subito dopo il terremoto era stato requisito dalla Protezione civile per essere adibito a centro di accoglienza degli sfollati. (…) De Angelis, pur non essendo né dipendente né proprietario del Federico II, ne era, di fatto, l’amministratore occulto (…)  Mentre tutti questi soldi venivano instradati verso conti correnti di società che erano nient’altro se non scatole vuote, decine di fornitori e lavoratori dell’albergo non venivano pagati, anche per mesi interi. A tutt’oggi, queste persone attendono ancora di ricevere stipendi, contributi e compensi arretrati”.

I come Immigrati. Per la cupola di Mafia Capitale l’emergenza immigrati era una miniera d’oro. Al telefono Salvatore Buzzi lo spiega senza mezzi termini: “Tu c’hai idea quanto ce guadagno sugli immigrati? Il traffico di droga rende meno”. Così Salvatore con un cinico e brutale sms spiegava i termini della faccenda: “Speriamo che il 2013 sia un anno pieno di monnezza, profughi, immigrati, sfollati, minori, piovoso così cresce l’erba da tagliare e magari con qualche bufera di neve: evviva la cooperazione sociale”.  “Je meno. Con quello che mi hanno combinato ma ai giornalisti je meno, ma che ce parlo? Ma anche quello che se so’ inventati”, diceva Massimo Carminati intercettato. In realtà la cupola di Mafia Capitale con i giornalisti ci parlava. Negli atti dell’inchiesta emergono i contatti tra Massimo Carminati e il direttore del Tempo.

K come Kevlar, una fibra sintetica con la quale si producono giubbotti antiproiettile. A citare questi giubbotti antiproiettile è lo stesso Carminati durante una conversazione col fido Riccardo Brugia.  “Dei giubbotti da noi… appizzati ce li dovemo avè…eh, anche perché c’ho sempre avuto la fissa del coso, del povero Danilo”, con ovvio riferimento – scrive il gip – a Danilo Abbruciati, esponente della Banda della Magliana morto in un conflitto a fuoco scaturito a seguito dell’agguato al vice presidente del Banco Ambrosiano, Roberto Rosone, il 27 aprile 1982″. La stessa banda della Magliana che Carminati liquida con disprezzo: “Erano solo quattro straccioni”. “La mucca deve magnà…” È il 14 marzo 2013 e così Salvatore Buzzi, intercettato, esplica con linguaggio aulico la filosofia di Mafia Capitale. Buzzi, intercettato, discute dell’assunzione di una donna con Franco Figurelli, che lavorava presso la segreteria di Mirko Coratti, ex presidente dell’Assemblea Capitolina. Il dialogo tra i due è al limite del grottesco. “Ahò ma, scusa ma la sai la metafora?” chiede Buzzi a Figurelli. “La mucca – scandisce Buzzi – deve mangiare”.

L come Lupa. L’immagine della Lupa, simbolo di Roma, accostata ai lampeggianti delle volanti di polizia e carabinieri. E’ la più utilizzata quando si parla di Mafia Capitale. Uno scatto che evoca suggestioni e rappresenta l’inchiesta “Mondo di Mezzo”. La lupa e la gazzella.

M come minigonna.  Conversando amorevolmente con Salvatore Buzzi, dopo l’elezione di Ignazio Marino, Massimo Carminati lo dice senza mezzi termini: “Allora mettiti la minigonna e vai a battere con questi, amico mio. Bisogna vendere il prodotto. C’è da pija le misure a Marino”.

N come ‘Ndrangheta. È uno dei particolari emersi nella seconda tranche dell’inchiesta. Secondo il Gip, Alemanno chiese un sostegno elettorale a Buzzi per le elezioni europee del 2014. E Buzzi, come ricostruisce e scrive L’Espresso citando atti dell’inchiesta, “assicura ad Alemanno il proprio intervento in suo favore, promettendo l’inoltro a un membro del suo staff, Claudio Milardi, di una lista di persone allusivamente chiamate amici del sud capaci di esprimere cospicui pacchetti di voti (“che ti possono dare una mano co’… parecchi voti”). Non solo. Secondo gli investigatori la scelta di Campennì e di altri amici del sud (tra i quali, Rocco Rotolo e Vito Marchetto) rientrava in una precisa valutazione delle potenzialità che a costoro venivano attribuite: la loro appartenenza a una consorteria ‘ndranghetista, capace di condizionare il voto nella terra d’origine (“i mafiosi che quelli controllano i voti”)”.

O come Odevaine. Luca Odevaine. Ex vicecapo segreteria di Walter Veltroni ai tempi del Campidoglio e poi membro del “Tavolo di coordinamento nazionale insediato presso il Ministero dell’Interno – Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione”, Luca Odevaine, secondo le carte dell’inchiesta, è l’uomo chiave nel settore “immigrati”. “Spicciafaccende” si definisce lo stesso Odevaine davanti al pm. La stessa Procura parla di sistema Odevaine: “Un panorama – si legge – costellato da conflitti di interesse, da connivenze istituzionali, dall’esistenza di cartelli ‘imprese, che gestiscono il settore dei lavori pubblici impedendo la crescita di altri soggetti economici”. E’ lo stesso Luca Odevaine, intercettato, a spiegare ai manager della cooperativa La Cascina, vicina al mondo cattolico che gestisce, tra l’altro, il Cara di Mineo, il centro di accoglienza per i richiedenti asilo in provincia di Catania, a fissare le tariffe: “Se me dai…me dai cento persone facciamo un euro a persona”.

P come Partito Democratico. È il patto di Mafia Capitale: quello che lega Salvatore Buzzi a Massimo Carminati, che lega alcuni dirigenti del Partito Democratico romano a vari esponenti della destra, estrema o cosiddetta moderata, che lega il crimine organizzato alle istituzioni, che lega i partiti e le cooperative, la burocrazia con le mazzette. “Mafia nera, macché rossa, facciamo rossobruna e non se ne parli più” ha scritto con sarcasmo Andrea Colombo sulle pagine del Manifesto. E nel fango rossobrunastro di Mafia Capitale, il Partito Democratico romano si è impantanato fino al collo. Nelle carte si leggono i nomi di Mirko Coratti (presidente dell’assemblea capitolina) e Daniele Ozzimo (assessore comunale alla casa). Nella carte dell’inchiesta ci sono anche i nomi di Eugenio Patanè (consigliere regionale), Maurizio Venafro (capo gabinetto della giunta Zingaretti alla regione Lazio) e, naturalmente, quello di Luca Odevaine. Il legame tra Buzzi e parte del partito romano era solido come racconta Andrea Colombo del Manifesto con chiarezza: “Buzzi vive ed è immerso fino al collo nel mondo del centrosinistra romano. Lo conoscono tutti, lo stimano tutti. A un certo punto però, parte nell’amministrazione Rutelli, parte in quella Vel­troni, la «29 Giugno” si allarga. Si fa consorzio, si trasforma in una potenza a Roma e non solo a Roma. Buzzi diventa uno dei principali punti di riferimento della cooperazione sociale e della Lega delle cooperative nella capitale. Difficile non pensare che la sua ascesa sia anche una conseguenza dell’ondata di clientelismo che sommerge tutte le amministrazioni e gli enti locali a partire da fine anni ’90. Quando arriva al potere capitolino, Alemanno parte in quarta, deciso a far fuori la cooperativa rossa, e delibera di conseguenza. Ci sono proteste, manifestazioni al Campidoglio per mesi. Ma probabilmente Buzzi cerca anche una via privata per riconciliarsi con i nuovi egemoni, e la trova in Massimo Carminati”. Marino stesso, in piena campagna elettorale, si lasciò prendere dall’entusiasmo: “Il mio primo stipendio da sindaco, quello di giugno 2013, lo investirò tutto in obbligazioni della cooperativa 29 giugno”.

Q come Quirinale. Tra gli amici di Salvatore Buzzi, secondo le carte dell’inchiesta, c’è anche un carabiniere in servizio al Quirinale: Giampaolo Cosimo De Pascali. Buzzi, secondo i pm ,si serviva di De Pascali “per acquisire informazioni di natura giudiziaria e per ottenere favori di vario genere”. Il 24 settembre 2013 De Pascali chiamava Buzzi per informarlo che a breve gli avrebbero dato “il seguito alla… diciamo all’appalto che avete vinto… te lo volevo dire… speravo di anticipare la chiamata perché l’ho saputo, ecco, questa mattina, e quindi ero qui a studio, ho detto ‘fammelo chiamare a Salvatore, speriamo non l’abbiano ancora chiamato, così ho detto se non altro gli anticipo la notizia”. Buzzi ringraziava e De Pascali concludeva esprimendo la massima disponibilità nei suoi confronti: “Noi ci siamo conosciuti da poco ma è inutile dirti che qualsiasi cosa di cui possa aver bisogno, ecco, basta… basta che me lo dici”. Quattro giorni dopo De Pascali contattava Buzzi per anticipargli l’esito della gara in parola: “La settimana prossima, champagne e ostriche”. Il 30 settembre Buzzi informava De Pascali, tramite sms, di aver ricevuto la ‘conferma ufficiale, abbiamo vinto’, e De Pascali rispondeva: non avevo dubbi, ormai la situazione era blindata’. Indicativa è poi una conversazione tra i due nell’estate del 2014 con l’appuntato che diceva “…da quando ci sono io ci sono mai stati problemi?” e Buzzi “oh, ma lo sai che la Guardia di Finanza ha concluso l’ispezione non ha trovato nulla, nulla, c’ha fatto i complimenti”. E De Pascali: “E secondo te, perché…?”. Già, perché?

R come Riccardo. Totti Riccardo, fratello di Totti Francesco. Cosa c’entra il fratello di Francesco Totti con “il mondo di mezzo” di Mafia Capitale? Lo spiegano Lirio Abbate e Marco Lillo nel loro libro “I Re di Roma. Destra e sinistra agli ordini di Mafia Capitale”. Questo uno stralcio del capitolo dedicato al rapporto tra Riccardo Totti e Luca Odevaine: “Luca Odevaine è socio del fratello del capitano della Roma, Riccardo Totti. L’ex braccio destro di Veltroni controllava il 90% della Reluca srl, mentre il fratello del campione giallorosso il 10%. La società ha acquistato dal dicembre 2010 al luglio 2011 tre negozi in zona Ostiense-Garbatella e uno a due passi dal Colosseo per un valore complessivo di un milione di euro”. “la Immobiliare Ten di Francesco Totti (amministrata dal settembre del 2009 dal fratello Riccardo) compra un palazzo a uso ufficio nella periferia romana a Tor Tre Teste nel novembre del 2007. Pochi mesi dopo, grazie anche alla commissione presieduta da Odevaine, arriva la stipula di un contratto che, tra affitto e servizi come la manutenzione e il portierato costa al Comune di Roma 850 mila euro, poi lievitati fino a 908 mila euro. Per 35 appartamenti in periferia il Comune paga alla Immobiliare Ten dei Totti più di 2 mila e 100 euro al mese per appartamenti di 75 metri quadrati (…). Grazie anche alla commissione presieduta da Odevaine i Totti incassano circa 5 milioni di euro in sei anni. Il contratto, scaduto nel dicembre del 2014, è stato prorogato fino a fine giugno ma probabilmente andrà ancora avanti anche perché il sindaco Ignazio Marino ha detto che “Totti è Totti e a Roma non si tocca”.

S come “Spegnete il registratore, altrimenti cade il Governo…”. “Su Mineo casca il Governo…io potrei, cioè, se possiamo spegnere il registratore glielo dico, se può spegnere un secondo”. Buzzi, lo scorso 31 marzo, in una lunghissima dichiarazione spontanea in cui racconta la nascita della Cooperativa “29 giugno”, dei rapporti con i sindaci di Roma Gianni Alemanno e Ignazio Marino, parla anche del Cara di Mineo. Il Cara di Mineo è uno dei punti nevralgici dell’accoglienza dei profughi. Giuseppe Castiglione, sottosegretario del Governo Renzi in quota NCD, è accusato di turbativa d’asta e abuso d’ufficio in una inchiesta collaterale a “Mafia Capitale” riguardante un mega appalto sul Cara di Mineo. Buzzi, incalzato su questo punto dal pm, all’improvviso si ferma, e chiede: “Adesso è meglio spegnere il registratore…” “È vietato dalla legge e- risponde il pm – noi le cose vietate dalla legge non le facciamo. Forse lei non ci crederà ma ancora in questo Paese c’ è qualcuno che segue le regole”. Buzzi si prende una pausa di 15 minuti e, come ha riportato e raccontato anche Giovanni Bianconi del Corriere della Sera, poi inizia raccontare quello che ha saputo da Luca Odevaine sul Cara di Mineo: “Io sono un povero disgraziato, non so le cose direttamente su Mineo”, spiega Buzzi agli inquirenti. “A me questa storia l’ ha raccontata Luca Odevaine. So che il Comune indice la gara, il Comune, il Consorzio, indice la gara e credo che il sottosegretario Castiglione sia fortemente interessato a questa cosa, e fa si che la gara venga aggiudicata, almeno così, venga, insomma, indicato chi è il soggetto che dovesse vincerla nel 2012”. Il pm chiede: “Solo per chiarezza, è sempre stato Odevaine a dirle queste cose su Castiglione?”. “Sì”, risponde Buzzi.

T come Tredicine. Giordano Tredicine, consigliere comunale e vice coordinatore di Forza Italia nel Lazio è stato coinvolto nella seconda tranche dell’inchiesta su Mafia Capitale. Ecco come lo descrive Buzzi, intercettato al telefono con Carminati: “Te dice na cosa… poi devi scende dal taxi perché sennò gira sempre il tassametro…”. E Carminati: “Ma no, no.. lui ricambia…è serio… poi è uno che è poco chiacchierato, nonostante faccia un milione di impicci.. è uno che è poco chiacchierato e questo è importante… lui chiacchiere poche.. vuol dire che è serio!”. Ancora Buzzi: “Glielo dico sempre ‘a Giordà se non te arrestano diventerai primo ministro. Me fa dice: ‘perché me possono arrestà?’… Li mortacci tua … Te possono arrestà (ride). Però come sta sul pezzo a Giordano non c’ho mai visto nessuno ehh.. Credimi, mai nessuno!”. La replica di Carminati: “Quello viene dalla strada!”. Chi è Tredicine? Questo un ritratto scritto da Susanna Turco dell’Espresso: “Nativo del quartiere Appio Latino, rampollo della famiglia di venditori ambulanti che – a partire dal caldarrostaro Donato che sbarcò dall’Abruzzo negli anni Sessanta – detiene pressoché il monopolio sulle licenze di Roma (circa 40 su 70 quelle mobili, almeno 150 su 300 di quelle fisse)”. Nel 2008 Tredicine fu eletto con oltre cinquemila preferenze in comune e diviene presidente della commissione politiche sociali”.

U come Umberto. Umberto Marroni, deputato del Partito Democratico.

 Marroni non è stato destinatario di alcun provvedimento giudiziario ma, scrive Lirio Abbate dell’Espresso nell’articolo “Mafia Capitale, la dinastia rossa dei Marroni”, “Umberto è considerato da Buzzi un punto di riferimento in più occasioni. Lo chiama per nome, a testimoniare gli stretti rapporti: una liason benedetta pure da Massimo Carminati, il socio-padrino con il quale condivideva idee e proposte”.“Le carte dell’inchiesta  – scrive Lirio Abbate dell’Espresso – parlano chiaro. Quando c’è timore che il Partito democratico si metta di traverso su alcune scelte, l’antica amicizia di famiglia si aziona. “Co’ Umberto ce posso parla’ io” sottolinea Buzzi a Giovanni Fiscon, finito in manette nelle ultime retate”.

V come Vigna Stelluti, questo il nome della piazza dove Carminati, al bar Euclide, si nascondeva e trattava gli affari arrivando con la sua Audi A1 dall’altra “sede di lavoro”, il distributore Eni di Corso Francia. Questa è la zona di Carminati, una zona da cui anche Ernesto Diotallevi si tiene lontano. Un vero e proprio “ufficio di rappresentanza” come lo hanno ribattezzato in molti. Poco lontano, a Ponte Milvio – si legge tra le carte – opera una batteria particolarmente agguerrita e pericolosa con a capo Fabrizio Piscitelli, alias Diabolik, e della quale facevano parte soggetti albanesi (…) Questa batteria era al servizio dei napoletani insediati a Roma nord, tra cui i fratelli Esposito facenti capo a Michele Senese”.

W come Warhol. Andy Warhol. Nella casa di Carminati, a Sacrofano, gli agenti, durante la perquisizione, hanno trovato anche quadri di Andy Warhol. In totale, in tutta Roma e nell’hinterland, solo nella prima ondata di arresti sono stati sequestrati dal nucleo della polizia tributaria della Finanza beni per 204 milioni.

X come X Municipio di Roma, ovvero Ostia e dintorni. “Tassone è nostro, eh… è solo nostro… non c’è maggioranza e opposizione, è mio”. Così Salvatore Buzzi – intercettato dagli inquirenti – parlava di Andrea Tassone, l’ex presidente del X municipio del Partito Democratico, finito agli arresti domiciliari nell’ambito dell’inchiesta Mafia Capitale. “L’obiettivo dell’organizzazione – scrive il Gip- era convogliare fondi regionali stanziati con l’intervento del consigliere Gramazio, partecipe dell’associazione, dunque considerati fondi di pertinenza esclusiva del gruppo attraverso i referenti politici (Quarzo e Coratti) e amministrativi (Altamura) del Comune di Roma, verso quei municipi i cui rappresentanti istituzionali piegavano la loro discrezionalità all’utilità dei soggetti economici riconducibili al gruppo di Buzzi, come nel caso del X municipio”. “Il primo di tali fatti – scrive ancora il Gip – riguarda l’erogazione di somme di denaro verso Tassone, presidente del X municipio, attraverso il suo uomo di fiducia, Solvi, per remunerare assegnazioni di lavori per la potatura delle piante e per la pulizia delle spiagge a Ostia”. Soldi che, conclude il Gip, “avevano la funzione di remunerare l’attività funzionale del primo Presidente del X municipio, secondo una metafora enucleata da Buzzi, anche con riferimento al caso di specie, per la quale “e la mucca non mangia non può essere munta”.

Y come quella del cognome Guarany. È il collaboratore di Salvatore Buzzi. È il braccio destro di Buzzi. Dall’ordinanza di custodia cautelare si legge: partecipe, stretto collaboratore di BUZZI contribuisce alle operazioni corruttive e di alterazione delle gare pubbliche

 Z come Zingaretti. Nicola Zingaretti, governatore Pd del Lazio. Buzzi, a sua detta, aveva a disposizione un pacchetto da migliaia di voti. Voto più, voto meno. E nel 2004, come scrive Fiorenza Sarazanini riportando alcuni stralci dell’ordinanza dell’inchiesta, “in occasione delle Europee, decise di puntare sul centrosinistra sponsorizzando Oriano Giovannelli e Nicola Zingaretti. La prova è in una lettera trovata durante le perquisizioni disposte dai magistrati della Procura di Roma ed eseguite dai carabinieri del Ros guidati dal generale Mario Parente (…) Una lettera – scrive Fiorenza Sarzanini – indirizzata ai soci e dipendenti delle “Cooperative 29 Giugno”, “L’apostrofo” e “Formula Ambiente”, datata 7 giugno 2004 avente ad oggetto l’invito di Buzzi Salvatore a sostenere la candidatura di Giovannelli e Zingaretti al Parlamento Europeo (in alto a sinistra è riportato a matita “per Zidda Giovanni (da distribuire”)». Zingaretti riuscì a vincere e attualmente è presidente della Regione Lazio. Giovannelli è deputato del Pd. Gli inquirenti sono convinti che fossero al’oscuro della sponsorizzazione di Buzzi, ma ritengono importante il metodo perché richiama il sistema utilizzato da altre organizzazioni mafiose che orientano il proprio pacchetto elettorale a favore di un partito e dei suoi candidati (…)”.

Gianluca Pace

Gianluca Pace

Laureato in Storia contemporanea, dal 2011 collaboro con Blitz quotidiano. Giornalista pubblicista, ho alternato nel tempo diverse collaborazioni con giornali online. Amo la letteratura americana contemporanea, il cinema, i viaggi e la musica. E la mia città

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