Roma – “Sperona l’auto dell’ex moglie, lei è costretta a fermarsi, intuisce il pericolo e cerca di fuggire a piedi ma viene raggiunta e colpita da 21 coltellate”.  

Lei 21, lui 20. Uccisa per gelosia”. L’attacco di un pezzo e il titolo di un altro per per raccontare gli ennesimi episodi di cronaca nera ai danni di una donna. Il primo caso sembra risolto in maniera positiva in quanto la protagonista della vicenda è salva. Il secondo purtroppo ha visto soccombere la giovane colpita con 17 coltellate delle quali una alla gola.

Il mese di marzo è appena trascorso così come il giorno 8 ormai sinonimo di ricorrenza e di giornata internazionale della donna.

Non più “festa”, una denominazione che sa di allegria e goliardia. Piuttosto di riflessione su una condizione che dovrebbe essere scontata e non lo è: parità di diritti e doveri tra un sesso e l’altro in quanto persone.

Ufficialmente, l’episodio al quale fare riferimento è quello della morte di centinaia di operaie avvenuta l’8 marzo del 1908 in una fabbrica di camicie di New York. Tutte arse vive in un incendio. Probabilmente invece l’episodio è quello del 1911 dove persero la vita 123 donne e 23 uomini e tra di loro molti immigrati.

Poco importa l’episodio dal quale è scaturita la ricorrenza, l’importante sono le motivazioni, quei diritti appunto che non contemplano discriminazioni e violenze.

Ed invece, nel corso degli anni, le conquiste sociali (o l’illusione delle stesse?), la tanto sospirata parità, non è stata raggiunta se si considera che le donne lavoratrici sono ancora sottopagate e soprattutto che, in Italia, non usufruiscono di un welfare che consenta loro di essere persone, intese anche come donne e madri.

Negli anni ’70, la rivoluzione femminile, lo scendere in piazza, il gridare che la sessualità è anche tra i diritti delle donne. La consapevolezza di voler scegliere se essere madri (la pillola anticoncezionale e l’aborto) e poi il diritto di sciogliere un legame così forte come il matrimonio e quindi l’istituzione del divorzio. Basta guardare la serie di splendidi film degli anni ’50 e ’60 (Divorzio all’italiana, Sedotta e abbandonata etc…) per capire che non stiamo parlando del Medioevo. Ed ancora quanti anni sono trascorsi affinché il “delitto d’onore” fosse abolito (un uomo non era punibile se uccideva la moglie perché lo aveva tradito) il parlamento lo abolì soltanto nel settembre del 1981 assieme al “matrimonio riparatore”. Qui, la donna era costretta a sposare l’uomo che l’aveva violentata. Solo 35 anni fa e dopo l’istituzione del divorzio! Simbolo di questa assurdità fu Franca Viola.

Tanto correre ha portato alla giusta parità nei ruoli pubblici e quindi donne in politica, donne in carriera. Un po’ di autocritica ci sta, se spesso ci si trova a perdere la femminilità o alla distorsione di ritenere che uguali diritti portano la donna, come afferma Roberto Vecchioni ad essere “stronza come un uomo, sola come un uomo”.

Un così lungo preambolo era doveroso per arrivare a quello che oggi si chiama “fenomeno”: il femminicidio.

Cercare in questo ambito le radici, a nostro parere, molto profonde, che hanno portato all’escalation di una serie di tragedie purtroppo in Italia in costante crescita, aprirebbe non il capitolo di un libro ma una enciclopedia che riguarda la sfera psicologica se non addirittura psichiatrica degli assassini. E non è questa la sede.

Ma una analisi questa sì, è possibile. Più esattamente si dovrebbe definire fenomenologia tutto quanto riguarda l’omicidio, la violenza, la prevaricazione sulla donna. Per dire basta si è arrivati ad istituire, nel ’99, la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne (25 novembre).

Ed ecco i numeri del “fenomeno”: 120 vittime nel 2016 e purtroppo il nuovo anno ha già visto una lunga lista di donne uccise o maltrattate o sfregiate con l’acido. Dall’inizio dell’anno sono già 15 e e una di queste è stata assassinata proprio l’8 marzo.

E qui subentrano i mass media, carta stampata e TV che “devono” spendere parole su parole per raccontare, per sminuzzare la vita dei protagonisti della tragedia. Lo devono fare (lo dobbiamo fare?) per superare la concorrenza, per lo scoop a tutti i costi. E “schiaffare” un microfono davanti alla bocca di amici, parenti, conoscenti o della stessa vittima di violenza, qualora sia ancora viva, diventa un’altra distorsione del diritto/dovere di cronaca. “Cosa prova?”. La domanda più assurda.

Come ha affermato di recente la presidente della Camera Laura Boldrini, si fa passare l’omicidio di una donna per delitto passionale. Insomma, come ha affermato in diretta Tv una nota conduttrice Mediaset, “si uccide per troppo amore, per gelosia…” (?).

Ma un uomo può uccidere la propria compagna e madre dei suoi figli “per amore?”. O perché lei ha deciso di lasciarlo? O per gelosia?

E quante volte, si viene a sapere che quello stesso uomo era stato violento, aveva già picchiato e oltraggiato la sua donna? Si parla di denunciare ed è giusto. Ma quante donne lo hanno fatto e sono state ugualmente uccise?

E quanta ignoranza, nel senso di ignorare, davanti a termini che riguardano la sfera giuridica; perché per arrivare primi a pubblicare la notizia non si ha nemmeno il tempo di conoscere e approfondire le leggi.

In giurisprudenza ad esempio, non esiste il delitto passionale. Eppure è la frase più usata dai giornalisti. Raptus è l’altro termine più in voga ed anche in questo caso si è visto che nella maggior parte dei casi si tratta di assassinio premeditato che contempla persino la costruzione di un alibi.

Quanto è importante la comunicazione sempre ma soprattutto in questi casi. Con le parole e oggi con i social, fonte primaria per carpire immagini delle vittime, spesso si uccide una seconda volta. E se nel profilo della vittima si trova una foto in bikini, è quella che si sceglie a corredo del pezzo.

È tempo di rivoluzione culturale, di leggi sul welfare (e adesso in parlamento di donne ce ne sono) che rispettino il ruolo di donna, madre e lavoratrice così da poter usufruire di propri spazi. È tempo di educazione sentimentale e di deontologia professionale a tutti i livelli.

Emanuela Sirchia