Differenze e analogie storiche tra due fenomeni, separati da oltre un millennio e mezzo di distanza: quello dall’eremitismo dei monaci medievali e un allarmante fenomeno sociale proveniente dal Giappone, che purtroppo sta dilagando anche in Italia.            

Si fanno chiamare Hikikomori, termine che in giapponese vuol dire “coloro che si tengono in disparte”. Come intuibile dal nome, gli adepti di questo fenomeno, nato nella Terra del Sol Levante ma che si sta diffondendo a macchia d’olio in Europa e, di conseguenza, in Italia, scelgono di ritirarsi dalla vita sociale, spesso cercando livelli estremi di isolamento e confinamento. Tali scelte sono causate da fattori personali e sociali di varia natura. Il Giappone è infatti un paese culturalmente ambiguo, tecnologicamente e scientificamente all’avanguardia, ma ancora legato a una mentalità per certi versi molto arretrata, dove i concetti di onore, autorealizzazione e gloria personale esercitano una pressione non indifferente sull’individuo, costringendo le personalità più emotivamente deboli a scegliere la via dell’isolamento.         

In Europa tale fenomeno ha cominciato a prendere piede all’incirca negli ultimi cinque anni ma, a causa della diversa mentalità e dimensione etica, gli Hikikomori occidentali scelgono l’emarginazione sociale per motivi totalmente diversi, che vanno dalla misantropia alle incapacità relazionali, passando per il rifiuto del conformismo e disturbi da dipendenza da apparecchi tecnologici e internet.    
L’argomento è così delicato, sia nello studio dei comportamenti sociali che in quello psicologico, che è molto difficile parlare di questi argomenti in due parole. Da quel che si può vedere, chi sceglie di diventare un Hikikomori si rifugia nella propria stanza, isolato dal mondo esterno e dalla luce del sole. La stanza diventa  così una dimensione extrafisica, un’isola felice dalla quale l’isolato non vuole più uscire, nemmeno per espletare le sue funzioni primarie e fisiologiche, arrivando non solo a disinteressarsi della propria vita sociale, ma mostrando il più totale distacco persino dall’ambiente familiare.      


     
Il mondo scientifico e accademico è prontamente intervenuto sulla questione, mostrando opportuni collegamenti con disturbi e patologie quali l’autismo, depressione, letargia, incomunicabilità comportamenti ossessivo-compulsivi, automisofobia (paura di essere sporchi) e manie di persecuzione e isolamento totale. Nonostante alcuni percorsi terapeutici promossi da medici nipponici e dallo stesso governo giapponese, il numero degli Hikikomori rimane sbalorditivamente alto, arrivando a sfiorare addirittura il mezzo milione di asociali di età compresa tra 19 e 30 anni.      
In Italia, per fortuna, il numero di questi emarginati del terzo millennio è nettamente minore rispetto al Giappone; d’altro canto però, secondo alcune stime, si avvicina a 100.000 unità. A differenza del paese asiatico tuttavia, gli esperti che si sono ritrovati di fronte a casi di Hikikomori, hanno subito banalizzato il fenomeno collegandolo al semplice ozio casalingo e al sovrutilizzo della tecnologia e dei social. Invece alcune associazioni, una tra le tante Hikikomori Italia, intervenendo attivamente da vicino, hanno appurato che le motivazioni che spingono questi ragazzi molto giovani a optare per questa soluzione così drastica sono ben altre, di natura caratteriale, familiare, scolastica, sociale ed emotiva.               

Lo studio della storia, che come sappiamo si ripresenta sempre al nostro cospetto con volti diversi e sfumature infinite, ci dimostra che l’emarginazione dalla vita sociale comune non è un evento inedito e originale, ma che anzi ha alle sue spalle un altro fenomeno apparentemente molto simile, ma nato e sviluppatosi con intenti diversi: quello dell’eremitismo, sorto in Europa tra gli ultimi secoli dell’Impero Romano e gli albori del Medioevo.        

Il mondo mediterrano, ritrovandosi tra il III e il VI secolo in un periodo di forte crisi e trasformazione sociale ed economica, vide lo svilupparsi di nuove correnti spirituali. Molti religiosi, ritenendo troppo caotiche le sfere urbane vessate dalle continue pesti, guerre e invasioni, scelsero volontariamente l’isolamento dedicandosi all’ascesi, alla preghiera e alla contemplazione, per permettere permettere all’anima di purificarsi di tutto ciò che era corporeo e di ritornare così alla originaria perfezione ideale. Nonostante lo stesso Gesù proibisse l’estraniamento e predicava la diffusione della parola di Dio in mezzo alla gente, a partire dal Vicino Oriente cominciarono a diffondersi in Europa fenomi quali l’ascetismo e l’anacoretismo, pratiche di vita che richiedevano l’isolamento. Gli eremiti si rifugiavano in grotte, deserti, capanne costruite alla buona, e addirittura colonne (è questo il caso dei famosi “stiliti”) e alberi (come i “dendriti”). Oltre alla meditazione, questi eremiti infliggevano ogni sorta di mortificazione della carne, come l’astensione dal cibo e dal sonno o, ancor peggio, flagellazioni e torture.

Nel corso dei secoli, il fenomeno dell’eremitismo si sviluppò, prendendo la conformazione di “cenobitismo” (dal greco κοινός, “comune”, e βίος, “vita”) dove i monaci, pur abitando i contesti isolati in cui poter coltivare la propria spiritualità,  erano riuniti in monasteri sotto la guida di un’autorità spirituale che regolasse le attività ascetiche e lavorative della comunità. L’esempio più noto in Occidente è quello di San Benedetto da Norcia, e ancor più celebre è la sua massima “Ora et Labora” (prega e lavora), che costituiva la regola comunitaria dei benedettini. La giornata di questi monaci era infatti scandita dalle attività di contemplazione e da quelle lavorative, quali l’agricoltura e la scrittura. Ai benedettini dobbiamo infatti la trascrizione e trasmissione del corpus delle opere di Cicerone, Quintiliano e Virgilio (del quale si credeva nel Medioevo che nella Quarta Ecloga bucolica avesse predetto la nascita del Messia).

Il Medioevo ha tra i punti più salienti della sua storia proprio il Monachesimo (il cui etimo deriva dal greco μοναχός, persona solitaria) che si divide in movimenti cenobiti (quali il già citato ordine benedettino, i cistercensi e i trappisti) e ordini che invece praticano l’eremitismo (come i camaldolesi e i certosini). Il Monachesimo, con tutte le sue correnti interne, si proponeva infatti come una rivoluzione spirituale in un mondo in continuo cambiamento: di fronte a un Europa dilaniata dalle discese barbariche e dalle epidemie, i monaci crearono un nuovo tipo di società basata, anziché sul concetto romano della proprietà privata, su quello cristiano della solidarietà collettiva: una sorta di piccolo mondo economico auto-sufficiente. I fenomeni eremiti erano inoltre una risposta drastica contro il pericolo di una Chiesa che, con tutti i suoi risvolti politici (ad esempio le varie questioni di fede trattate nei Concili che coinvolsero addirittura gli Imperatori romani e bizantini), correva il rischio di una mondanizzazione dilaniante.         

Nati per motivi diversi, da una parte la ricerca di una spiritualità ascetica e dall’altra una serie di fattori psicologici e sociali, i monaci eremiti e gli Hikikomori ci mostrano, nonostante il divario temporale che li separa, due aspetti diversi di un fenomeno comune: quello dell’auto-emarginazione.         

Chissà cosa penserebbe il filosofo greco Aristotele, che nel suo trattato “La Politica” scrisse che “L’uomo è un animale sociale in quanto tende ad aggregarsi con altri individui e a costituirsi in società.

                                                                                                                                     Michele Porcaro