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Eltjon Bida, dal patto con gli scafisti a scrittore pluripremiato

Eltjon Bida è l’autore di C’era una volta un clandestino, della Casa Editrice Policromia (PubMe). Un romanzo autobiografico scritto da chi ha vissuto sulla sua pelle la condizione straziante di clandestino, in mano agli scafisti. Ancora minorenne, incastrato per due anni in un limbo sociale privo di diritti e doveri, l’autore racconta il suo percorso dai barconi al riscatto sociale.

Dall’Albania all’Italia, in un resoconto dettagliato, la storia di Eltjon Bida sta per diventare un film. C’era una volta un clandestino intende, infatti, testimoniare che l’onestà e il desiderio di integrarsi possono regalare la felicità e l’accoglienza. L’autore ha trovato, in Italia, una famiglia e un lavoro.

L’Italia me la immaginavo come l’avevo vista in TV, ma non era esattamente così…

La traversata, il patto con gli scafisti e la vita sui barconi. Eltjon ci racconta queste emozioni?

L’Italia la conoscevo tramite la TV. Per me, come per tanti albanesi, sembrava l’America. Pensavo che in Italia mi sarei potuto curare se ne avessi avuto bisogno, immaginavo il buon cibo e le belle ragazze. Perciò raggiungere il vostro Paese, negli anni Novanta, per gli albanesi era un sogno.

Avevo la pelle d’oca all’idea di calpestare quella terra sognata. All’inizio, con documenti falsi, ho cercato di partire con la nave poiché avevo sentito che molti morivano con il gommone. Così mi sono procurato, da due contrabbandieri, un permesso di soggiorno falso e un passaporto, come se fossi stato già in Italia. Per quelle carte avevo pagato un milione e duecentomila lire.

il patto con gli scafisti

Pensavo di fregare la polizia, ma così non è stato. Sono stato scoperto, forse, per colpa di una spia. A quel punto mi hanno rimpatriato a Valona, da dove ero partito. Appena sbarcato ho detto a mio padre che sarei ripartito con il gommone. Non potevo più stare nella mia terra. Là, in quegli anni, non avevo un futuro e non immaginavo un modo di risolvere il mio problema renale.

Fin da piccolo, infatti, ho sofferto di questa patologia e così non ho avuto altra scelta se non quella di partire con il gommone. Mi piaceva tanto studiare, ma in quel periodo non si andava più a scuola sia per la paura dei disordini continui che hanno caratterizzato gli anni Novanta sia perché i pochi laureati facevano i pastori. Le scuole superiori continuavano a chiudere.

Non vedendo un futuro ho ritentato la fuga, ma stavolta ho provato con gli scafisti. La traversata costava un milione di vecchie lire. Finché paghi e fai quello che dicono loro non sono malvagi, ma se uno sgarra è finita! Quando sono salito sul gommone credevo ci avrebbe portato a un altro più grande. Non avrei mai pensato di dover attraversare tutto il mare con quel piccolo mezzo, altrimenti non sarei partito.

Eravamo in ventisei e non c’era spazio nemmeno per una moneta. Durante il viaggio continuavo a osservare il mare. A un certo punto un compagno al mio fianco mi ha detto: “Cos’hai? L’Italia è lontana, è inutile che guardi intorno. Tanto attraversiamo tutto con questo gommone.” In quel preciso momento il terrore mi ha sopraffatto e, in quel silenzio spettrale, ho iniziato a pregare. La paura di affogare ha schiacciato l’adrenalina iniziale di raggiungere l’altra parte del mare.

Quanto è durata la sua traversata e qual è il ricordo più vivido di quei momenti con gli scafisti?

La traversata è durata circa cinque ore. Ricordo le onde che ci venivano addosso, le facce terrorizzate dei compagni di viaggio, il freddo tagliente, le mani ghiacciate. Ricordo quando gli scafisti, a circa cento metri dalla riva, ci hanno chiesto di buttarci in mare con tutti i vestiti e le borse, perché non potevano avvicinarsi di più. Forse, però, il momento più forte è stato quando lo scafista timoniere ha spento il motore per evitare che una nave si accorgesse di noi, del gommone.

Una bimba di due anni che stava dormendo si è svegliata, nel silenzio del motore spento, e ha cominciato a piangere. Lo scafista ha intimato di farla smettere o l’avrebbe buttata in mare. Forse era solo una minaccia, ma aveva fatto comunque scattare i nervi del papà della bambina. I due per poco non erano andati alle mani. Lo scafista aveva impugnato una pistola col rischio di sparare non solo al padre della piccola, ma anche a noi in quanto testimoni. È stato senza dubbio uno dei momenti più terrificanti della mia vita!

dagli scafisti ai premi letterari

Qual è il messaggio che vuole trasmettere con il suo libro?

Con l’onestà e il desiderio d’integrarsi, un immigrato può essere una grande ricchezza. Ovviamente bisogna dare al nuovo arrivato del tempo, così potrà imparare e prendersi cura del Paese che lo accoglie, tanto da farne parte.

Qual è il primo ricordo di quando è arrivato in Italia?

Appena sbarcati tra Otranto e Lecce, inzuppati d’acqua, ci siamo nascosti nel bosco. Lì, due italiani che collaboravano con i “nostri” scafisti ci hanno chiesto altre duecentomila lire per portarci, con un furgone, in un magazzino abbandonato a meno di cinque chilometri di distanza. L’Italia me la immaginavo come l’avevo vista in TV, ma non era esattamente così…

letteratura

Le persone che mi hanno accolto facevano i contadini ed erano molto semplici. Lavoravano senza sosta dalla mattina alla sera. Nonostante questo, l’Italia mi era piaciuta da subito, così mi adattai alle regole e ai ritmi di quella famiglia e di tutto il Paese.

Quali premi ha ricevuto il libro?

Ho partecipato a due concorsi letterari e sono stato premiato in entrambi i casi! Scusami, mi sembra di vantarmi (ride). A settembre dell’anno scorso mi è stato conferito il Premio “Books for Peace 2019” Special Award for Culture, invece a novembre il “Premio della Critica” Premio Letterario Internazionale Milano International 2019.

books

Il suo libro diventerà un film. Quali emozioni pensa che vivranno i suoi figli vedendo rappresentata la storia del padre?

Sì, ora si sta lavorando per la produzione del film. Un altro sogno che potrebbe diventare realtà. Ma quella non è solo la mia storia ma di tanti miei compaesani che, come me, ce l’hanno fatta. Spero che i miei figli avranno un po’ di farfalline nella pancia e spero che anche loro, come me, non smetteranno mai di sognare e di seguire i loro desideri.storie di immigrazione

E speriamo di aver regalato una storia meravigliosa anche ai lettori de Il Kim International Magazine.
Fateci sapere cosa ne pensate dell’intervista nei commenti.

Elisabetta Valeri

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Elisabetta Valeri

Sono laureata in Lettere moderne, vecchio ordinamento, con una votazione di 110/110. Iscritta all'albo dei giornalisti pubblicisti, ho approfondito, dopo la laurea, anche le tecniche di comunicazione e strategia dei media online con un Corso di alta formazione in "Web & social media marketing". Ho da poco terminato un corso di base in "Grafica pubblicitaria". In passato ho lavorato in una redazione televisiva, ho collaborato con una testata giornalistica e con vari editor online. Le mie competenze sono nella comunicazione offline e online: copywriter, web editor, social media planner, content marketing. Scrivo recensioni di libri sul portale "Sololibri".

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