Dossier

CUCCHI, UN CARABINIERE IMPUTATO AMMETTE IL PESTAGGIO: «PICCHIATO DA DUE COLLEGHI»

Svolta nel processo, dopo 9 anni Francesco Tedesco chiama in causa due colleghi: «uno colpiva Cucchi con uno schiaffo violento in volto e l’altro gli dava un forte calcio con la punta del piede». Ma è sparita la relazione dell’Arma sulle botte ricevute dal giovane. La sorella Ilaria: «Il muro è abbattuto»

   

Roma – Colpo di scena a inizio udienza del processo del caso Cucchi: il carabiniere Francesco Tedesco, uno dei cinque imputati nell’omicidio di Stefano Cucchi, ha confessato il pestaggio del 31enne morto sei giorni dopo l’arresto all’ospedale Sandro Pertini di Roma e ha denunciato in questa storia anche i suoi colleghi dell’Arma Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, accusati con Tedesco di omicidio preterintenzionale e di abuso di autorità.
Il pm Giovanni Musarò ha reso nota un’attività integrativa di indagine dopo che Tedesco, in una denuncia, ha ricostruito i fatti di quella notte accusando due dei militari imputati per il pestaggio. Il pm ha spiegato: «Il 20 giugno 2018 Tedesco ha presentato una denuncia contro ignoti in cui dice che quando ha saputo della morte di Cucchi ha redatto una notazione di servizio». Sulla base di questo atto, lo stesso Tedesco ha reso tre dichiarazioni. Continua il pm: «Tedesco ha chiamato in causa gli altri imputati: il maresciallo Roberto Mandolini sapeva fin dall’inizio quanto accaduto; D’Alessandro e Di Bernardo furono gli autori del pestaggio; Vincenzo Nicolardi, quando testimoniò nel primo processo in Corte d’Assise mentì perché sapeva tutto e ne aveva parlato in precedenza con lui». I successivi riscontri della procura hanno portato a verificare l’esistenza della notazione di servizio poi sottratta, con il comandante di stazione dell’epoca che non ha saputo spiegare la mancanza. Sotto processo ci sono proprio Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco, tutti imputati di omicidio preterintenzionale e abuso di autorità, Roberto Mandolini di calunnia e falso, e Vincenzo Nicolardi di calunnia.
L’avvocato Eugenio Pini, difensore di Francesco Tedesco ha dichiarato: «Oggi c’è stato uno snodo significativo per il processo, ma anche un riscatto per il mio assistito e per l’intera Arma dei Carabinieri. Gli atti dibattimentali e le ulteriori indagini individuano nel mio assistito il carabiniere che si è lanciato contro i colleghi per allontanarli da Stefano Cucchi, che lo ha soccorso e che lo ha poi difeso. Ma soprattutto è il carabiniere che ha denunciato la condotta al suo superiore ed anche alla Procura della Repubblica, scrivendo una annotazione di servizio che però non è mai giunta in Procura, e poi costretto al silenzio contro la sua volontà. Come detto, è anche un riscatto per l’Arma dei Carabinieri perché è stato un suo appartenente a intervenire in soccorso di Stefano Cucchi, a denunciare il fatto nell’immediatezza e a aver fatto definitivamente luce nel processo».
Tedesco, quindi, tra luglio e ottobre è stato sentito tre volte dai magistrati. Ci sarebbe anche questa nota di servizio da lui scritta su quanto accaduto a Stefano Cucchi e poi inviata alla stazione Appia dei carabinieri, ma che successivamente sarebbe sparita.

Il racconto del pestaggio
Ecco il verbale dell’ interrogatorio di Tedesco del 9 luglio 2018: «Fu un’azione combinata: Cucchi prima iniziò a perdere l’equilibrio per il calcio di D’Alessandro poi ci fu la violenta spinta di Di Bernardo che gli fece perdere l’equilibrio provocandone una violenta caduta sul bacino. Anche la successiva botta alla testa fu violenta, ricordo di avere sentito il rumore. Spinsi Di Bernardo ma D’Alessandro colpì con un calcio in faccia Cucchi mentre questi era sdraiato a terra. Gli dissi: basta, che cazzo fate, non vi permettete».
Queste le parole che Tedesco disse ai suoi colleghi carabinieri Di Bernardo e D’Alessandro mentre «uno colpiva Cucchi con uno schiaffo violento in volto e l’altro gli dava un forte calcio con la punta del piede».

La svolta
È la prima ammissione di responsabilità al processo bis per la morte di Cucchi. In aula i genitori di Stefano hanno ascoltato la rivelazione con una espressione composta. Quello che vede alla sbarra i cinque carabinieri è il processo bis per la morte di Stefano Cucchi. Il primo, “sbagliato”, vedeva imputati tre agenti della polizia penitenziaria accusati di aver pestato Cucchi nelle celle di sicurezza del tribunale all’indomani del suo arresto e poi assolti definitivamente dalla Cassazione. Vincenzo Nicolardi e Roberto Mandolini, testimoniarono il falso durante il primo processo calunniando gli agenti della polizia penitenziaria benché innocenti e mentirono sulle circostanze del fotosegnalamento. Mandolini, in particolare, per il pm, aveva tentato di accreditare l’idea che il ragazzo non fosse stato sottoposto a fotosegnalamento su sua richiesta mentre la procedura fu elusa perché ritenuta rischiosa: le foto avrebbero testimoniato i segni delle percosse.
La verità giudiziaria che a suon di intercettazioni e testimonianze sta emergendo appare meno lontana dopo le ammissioni di Tedesco. Nel nuovo processo per Stefano Cucchi i tre carabinieri Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco quella notte, mentre erano in corso gli accertamenti che accompagnano sempre il fermo di un indiziato, lo sottoposero, secondo l’accusa, a un violento pestaggio. Il motivo? Cucchi si sarebbe rifiutato di collaborare sia alle perquisizioni che al fotosegnalamento. E per questo, secondo quanto scrive il pm Giovanni Musarò, il giovane fu colpito «con schiaffi, pugni e calci, fra l’altro provocandone una rovinosa caduta con impatto al suolo in regione sacrale».

Le reazioni
In un post su Facebook scrive Ilaria Cucchi, sorella di Stefano: «Processo Cucchi. Udienza odierna ore 11.21. Il muro è stato abbattuto». Da sempre in prima linea per chiedere la verità sulla morte fratello aggiunge: «Ora sappiamo e saranno in tanti a dover chiedere scusa a Stefano a alla famiglia Cucchi».
Ha parlato anche Riccardo Casamassima, il carabiniere che ha fatto riaprire il processo raccontando di aver saputo quanto era accaduto: «immensa soddisfazione a cui la famiglia Cucchi aveva diritto. Mi è venuta la pelle d’oca nell’apprendere la notizia. Tutti i dubbi sono stati tolti». Sempre su facebook conclude così: «Signora Ministro (Elisabetta Trenta ministro della Difesa) io sono un vero carabiniere. L’Italia intera ora aspetta i provvedimenti che prenderà sulla base di quello che è stato detto durante l’incontro. Sempre a testa alta. Bravo Francesco, da quest’oggi ti sei ripreso la tua dignità».
In un post apparso in una storia Instagram, l’attore Alessandro Borghi ha postato uno screenshot di un articolo del Corriere della sera che dava la notizia, aggiungendo un commento sull’immagine: «La giustizia è lenta, ma arriva per tutti». Borghi è il protagonista del film “Sulla mia pelle”, il film di Alessio Cremonini che racconta gli ultimi sette giorni della vita di Cucchi.

La morte di Stefano Cucchi
Il 31enne romano venne arrestato il 15 ottobre del 2009 in via Lemonia, nella Capitale, a ridosso del parco degli Acquedotti, perché sorpreso con 28 grammi di hashish e qualche grammo di cocaina. Quella notte, i carabinieri lo accompagnarono a casa per perquisire la sua stanza. Non trovando altra droga lo riportarono in caserma con loro e lo rinchiusero in una cella di sicurezza della caserma Appio-Claudio. La mattina successiva, nell’udienza del processo per direttissima, Stefano aveva difficoltà a camminare e parlare e mostrava evidenti ematomi agli occhi e al volto che non erano presenti la sera prima. Il giudice, nonostante le condizioni di salute del giovane, convalidò l’arresto, fissando una nuova udienza. Ricoverato al Pertini, Cucchi morì una settimana dopo per le gravi lesioni riportate. Immediatamente, fu aperta un’inchiesta.

 

Emanuele Forlivesi

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Emanuele Forlivesi

Scrivo, racconto, comunico e creo storie ed emozioni. E insegno a farlo. Su carta, a parole o in digitale. Giornalista da febbraio 2019, sono laureato in Lettere e in Informazione e Comunicazione. LA MIA STORIA è quella di un ragazzo nato sul mare di Roma che ha sempre respirato gli odori, osservato i colori, percepito la materia, ascoltato le voci degli ambienti naturali e sociali che ha vissuto fin qui. Visionario, ho sempre trasmesso le storie che questi celavano o esaltavano, in un biglietto di auguri o in una cartolina, su articoli o su pagine social.

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