Confermata la sentenza di primo grado. Disposto anche il sequestro conservativo del patrimonio del vigile del fuoco di Costigliole d’Asti accusato di aver assassinato la moglie il 24 gennaio del 2014

Costigliole d’Asti- È stato condannato a trent’anni dalla corte d’Appello di Torino Michele Buoninconti, il vigile del fuoco di Alba accusato di avere ucciso – con premeditazione – la moglie Elena Ceste, scomparsa da Costigliole d’Asti il 24 gennaio 2014 e trovata morta il 18 ottobre dello stesso anno presso il rio Mersa, un canale di scolo a poche centinaia di metri dalla villetta in cui la vittima viveva con l’uomo e i loro quatto figli. I giudici di secondo grado hanno confermato la sentenza di primo grado del tribunale di Asti – il processo si era svolto con rito abbreviato – accogliendo la tesi dell’accusa. «Sapevamo che questa vicenda sarebbe finita in Cassazione – ha commentato a caldo Giuseppe Marazzita, legale di Buoninconti insieme a Enrico Scoalri – la partita è ancora aperta non siamo demoralizzati».

Michele impassibile in aula

L’imputato era presente in aula, seduto a fianco dei suoi legali, gli avvocati Enrico Scolari e Giuseppe Marazzita. È rimasto impassibile durante la lettura del dispositivo. «Siamo soddisfatti – commenta l’avvocato Deborah Abate Zaro, che assiste con Carlo Tabbia i genitori di Elena Ceste, costituiti parte civile – L’impianto accusatorio ha retto e abbiamo ottenuto il sequestro dei beni di Michele e questo significa che la quota di un terzo dell’immobile in cui vivevano verrà sequestrata e data ai ragazzi, che al momento vengono mantenuti con le pensioni dei nonni». «I nostri assistiti – ha poi aggiunto riguardo agli anziani genitori della vittima – sono sconvolti e molto provati. Più passano i gradi di giudizio e più hanno la conferma del pensiero che avevano un omicida in casa».

Il movente: la gelosia

La corte ha accolto la tesi della pm Laura Deodato, che ha coordinato l’indagine dei carabinieri e da sempre sostenuto la colpevolezza dell’uomo. Buoninconti avrebbe ammazzato per gelosia. La Ceste, che dal 2013 stava vivendo un periodo difficile del suo matrimonio, aveva coltivato delle amicizie che il marito avrebbe scoperto leggendo i messaggi del suo telefonino. L’ennesima “prova” di un presunto tradimento avrebbe gettato l’imputato in uno stato di rabbia e depressione e lo avrebbe spinto a eliminare la donna. E a scegliere di ucciderla una mattina in cui non era di turno come vigile del fuoco, dopo che i figli erano già andati a scuola.

La ricostruzione

Nessuno sa con certezza come morì Elena. Secondo l’accusa la donna sarebbe stata sorpresa dal coniuge in camera da letto, quando era appena uscita dalla doccia e lì sarebbe stata strangolata. Secondo gli avvocati Scolari e Marazzita, legali di Buoninconti, Elena, che sarebbe stata depressa, si sarebbe allontanata volontariamente e poi sarebbe caduta e morta di freddo. Una tesi respinta dagli avvocati di parte civile, che, a nome degli anziani genitori della vittima, hanno sempre ribadito: «Elena non avrebbe mai abbandonato i suoi figli». I difensori di Buoninconti all’inizio del procedimento avevano chiesto una nuova autopsia sul cadavere, dopo che era emerso che mancava un pezzo di coccige dai resti, segno forse di una caduta. Il medico legale chiamato dalle parti civili, Robert Testi, aveva ipotizzato che si trattasse del segno di un morso da roditore. L’istanza che era stata respinta dalla corte, così come quella relativa a un nuovo esame sul terriccio del canale di scolo e una seconda perizia psichiatrica sulla Ceste.

Redazione