PARLA MARIA QUINTO DA DECENNI VOLONTARIA DELLA COMUNITÀ DI SANT’EGIDIO. L’OCCASIONE, UNA SERATA ORGANIZZATA DALLA SEDE LIDENSE PER CONOSCERE UNA REALTÀ NELLA SUA ESSENZA

 

Roma – “Sei, sette anni fa, quando sono iniziati gli sbarchi più corposi, abbiamo pensato che ci doveva essere un modo per poter dare una risposta anche piccola a questo fenomeno che stava e sta avendo un costo umano pesantissimo. Il 10 per cento delle persone che si sono messe in viaggio in questi anni, è morto non solo in mare ma anche lungo le frontiere di terra o, come accaduto negli Usa, all’interno di un camion dove furono trovati decine di cadaveri. Ero a Lampedusa quando nel 2013 accadde la strage che vide morire 356 tra uomini, donne e bambini. Solo 153 si salvarono dall’affondamento del barcone della speranza. Ho visto i pescatori del posto accorrere con le loro barche. Tirare su uno ad uno i naufraghi a poche centinaia di metri dalla riva. Tirare su i cadaveri. Non si poteva far finta di nulla”.

Già non si può far finta di nulla. Il racconto di Maria Quinto, da decenni volontaria della Comunità di Sant’Egidio, è uno scossone, apre gli occhi e rende l’idea del fenomeno a cui tutto il mondo sta assistendo. L’occasione è l’incontro con alcuni profughi siriani giunti in Italia, ad Ostia grazie al progetto “Corridoi umanitari”. Una serata, terminata con una cena siriana, che si è tenuta nella chiesa all’interno della ex Colonia Vittorio Emanuele di Ostia. Un racconto di sofferenza e di guerra che almeno per queste persone, come per tanti altri, si sta tramutando in integrazione e serenità.   

Corridoi umanitari” non è solo un progetto è qualcosa di più. È la forza delle idee che molto spesso non è sinonimo di politica. Grazie a questa iniziativa e a seguito di un protocollo firmato d’intesa tra il ministero degli Affari esteri e la cooperazione internazionale, il ministero dell’Interno, la stessa comunità di Sant’Egidio la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e la Tavola Valdese, tra il febbraio dello scorso anno e questo mese di luglio ha permesso di far arrivare circa 850 persone. È grazie all’esperienza diretta di tanti volontari della Comunità che si recano nei Paesi martoriati da conflitti e dittature, che è possibile permettere a chi è in condizioni particolarmente disastrate, di venire in Italia in modo sicuro e legale e con la condizione di profugo. Niente è impossibile. Come ha affermato Rinaldo Piazzoni, tra gli esponenti di spicco della Comunità. Lo dice il buon senso, lo indica la fede per quanti credono. Sulla vicenda migranti si spendono da anni tante, troppe parole, perdendo spesso il senso della realtà, abusando di una vicenda sì complicata ma che va vista nella sua interezza e con la giusta misura. Ne abbiamo avuto un esempio significativo proprio in questa occasione che è servita a scattare una nitida fotografia della situazione. Corridoi umanitari ha come principali obiettivi evitare i viaggi con i barconi nel Mediterraneo, che hanno già provocato un numero altissimo di morti, tra cui molti bambini; impedire lo sfruttamento dei trafficanti di uomini che fanno affari con chi fugge dalle guerre; concedere a persone in “condizioni di vulnerabilità” (ad esempio, oltre a vittime di persecuzioni, torture e violenze, famiglie con bambini, anziani, malati, persone con disabilità) un ingresso legale sul territorio italiano con visto umanitario e la possibilità di presentare successivamente domanda di asilo. Che siano essi cattolici o musulmani.   

Perché se qualcuno di tende una mano quando hai bisogno di aiuto, non gli chiedi di che religione o Paese è.

Abbiamo studiato normative europee – riprende Maria Quinto – poi abbiamo avanzato le nostre proposte ai ministri competenti per un’azione autofinanziata. Una rivolta contro l’impotenza alla quale adesso altri Paesi come Francia, Spagna, Belgio e Polonia guardano con interesse. Anche in Etiopia – altro Paese martoriato da decenni (ndr) – è stato possibile aprire un nuovo corridoio per 500 persone. È il contagio del bene – prosegue Maria Quinto – contro questo fenomeno che, dopo la seconda guerra mondiale, vede il più alto numero di rifugiati: 65 milioni in tutto il mondo”. Anche sul luogo comune che vuole l’Italia “invasa” da migranti, la volontaria della Comunità ha qualcosa da dire: “Non è così. La maggior parte delle persone che fuggono dalla guerra rimane nei Paesi vicini. L’Etiopia ad esempio ospita pakistani. In Libano, dove per lungo tempo c’è stata la guerra civile prima e più di recente, il conflitto, ospita rifugiati. Un territorio la cui popolazione è quanto Roma e provincia (5 milioni di abitanti) accoglie un milione e mezzo di persone. Un abitante su sei dunque è rifugiato. In Iran trovano accoglienza afghani”.

Con la passione e l’amore di tanti volontari laici o religiosi che siano, che vedono con i loro occhi e ascoltano dalla viva voce dei protagonisti situazioni inimmaginabili, sta nascendo un nuovo concetto di aiuto. Certo la strada è lunga. Si deve lottare contro chi sfrutta le guerre per far soldi, per creare ancora più scompiglio e favorire contesti politici disumani. Intanto in Italia è scattata la solidarietà e sono molte le famiglie che hanno deciso di accogliere rifugiati in Toscana o nel Trentino ad esempio.

Anche Ostia sta facendo la sua parte – racconta Maria Quinto – con la signora Maria che ha messo a disposizione di una famiglia siriana la sua abitazione. Loro come gli altri giunti con corridoi umanitari, sono stati individuati perché più fragili. Non è solo dalla guerra che si fugge ma anche da torture, violenze, rapimenti. E il 50 per cento sono bambini”. La prima tranche del progetto prevede l’arrivo di mille persone.

Stiamo lavorando – dice la Quinto – per accogliere ed integrare altre mille persone. Ma la soluzione la deve trovare la politica”.