Quando si parla di violenza sulle donne, ci si sofferma ad osservare solo una parte della grande quadro che sta dietro al fenomeno. Basare l’attenzione sulla vittima è utile perché permette di conoscere alcuni fattori determinanti per poter decidere se intervenire e come. Analizzare, però, anche l’autore di reato è un passo importante per le indagini

Roma- Il Femminicidio è oramai un termine che entrato, tristemente, nella nostra vita. Basti pensare ai molteplici casi di cronaca a cui, quasi quotidianamente, assistiamo. Quando si parla di violenza sulle donne, ci si sofferma ad osservare solo una parte della grande quadro che sta dietro al fenomeno. Basare l’attenzione sulla vittima è utile perché permette di conoscere alcuni fattori determinanti per poter decidere se intervenire e come. Analizzare, però, anche l’autore di reato è un passo importante ed utile non solo nello svolgimento delle indagini ma anche per comprendere meglio la situazione in cui i due soggetti si trovano.

Diverse sono state le analisi svolte in questo senso in ambito criminologico.

L’autore di un reato violento all’interno della famiglia costituisce  una  categoria  eterogenea  che  può essere  suddivisa  in  diverse  tipologie  in  base  alle  caratteristiche  e  alle motivazioni  che  spingono la persona  a  commettere  il  fatto delittuoso. In  particolare i disturbi maggiorrmente  ricorrenti  sembrano  essere:

 

  • il “Disturbo  Narcisistico  di Personalità”, connotato da un pervasivo senso di grandiosità,  necessità di  ammirazione e  mancanza di empatia;

 

  • il “Disturbo della  Personalità Antisociale”,  che  concerne  l’incapacità  del  soggetto  a  conformarsi  alle norme sociali,  impulsività,  aggressività  e mancanza di rimorso;

 

  • il “Disturbo Borderline  di  Personalità”, caratterizzato da instabilità pervasiva dell’umore,  delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé, dell’identità e del comportamento.

 

Due  meccanismi  che  sembrerebbero  essere  maggiormente utilizzati  dagli  stessi  soggetti  sono  la  negazione  e  la  minimizzazione del danno arrecato alla vittima.

La  negazione  consente  al  reo  di  appellarsi ad attenuanti circostanziali  che  possono  limitare  la  negatività  delle  conseguenze del reato commesso; la minimizzazione invece si basa sulla  differenza tra azioni considerate sbagliate in se stesse ed azioni che, pur essendo illegali, vengono riconosciute come moralmente  accettabili.

 

La domanda principale che la criminologia si pone è sempre la stessa: è possibile prevenire un reato?

I fatti di cronaca e l’attenzione dell’opinione pubblica, partono dal tragico punto di arrivo di tutta un serie di comportamenti, abusi, violenze che, se accuratamente osservate, studiate ed analizzate, possono o potrebbero permettere di intervenire per tempo e scongiurare la morte della vittima.

Per poter fare questo bisogna, innanzitutto, porre alla base dell’attività di indagine dei punti saldi, una sorta di cartina tornasole che deve essere sempre presa in considerazione.

In primis è doveroso domandarsi che tipo di violenza simbolica precede – sovente sostenuta dal contesto culturale e dalle microculture familiari –  la violenza omicida reale? Che tipo di relazione uomo/donna, che tipo di legame familiare e sociale precede un delitto tanto odioso?  Quale eclissi di senso permette un annientamento tanto radicale dell’altro e spesso anche di sé?

Quando un uomo anziché interrogarsi sul fallimento della sua vita amorosa sceglie di perseguitare, colpire, minacciare, ammazzare, rende palese che cosa? Che agisce a nome di una rivendicazione,  di un diritto di proprietà assoluto di vita o di morte, sul proprio partner?

Dai dati raccolti negli anni, si evince che questi uomini cambiano secondo uno schema che si ripete: inizialmente amorevoli, successivamente esigono attenzione esclusiva mettendo in atto strategie che isolino la donna da altre relazioni, la mortificano nella sua autostima, la insultano, la picchiano e la tengono sotto ricatto tra minacce e richieste di perdono. Proprio quest’ultimo, la richiesta di perdono, non deve essere visto come momento di distensione ma, invece, come un vero campanello d’allarme. Dopo una aggressione l’uomo tende a chiedere il perdono alla donna per quel gesto, le promette che non lo farà più e che ha capito l’errore. Per un po’ di tempo la vita scorre normalmente, alla donna pare di vivere i momenti del passato, di quando erano all’inizio della loro relazione ma, successivamente, tutto si fa nero ed il vortice delle violenze e delle oppressioni riprende. Questo perché, guardandolo dal punto di vista del carnefice, l’unico modo per avere un equilibrio stabile nella propria vita di relazione, è il controllo assoluto.

L’aggressore è spesso considerato “il mostro” ma anche lui andrebbe seguito perché dietro quella maschera di uomo omicida, potrebbe esserci una persona che necessita di essere aiutato.

Ad essere violenti nei confronti di una donna, nella maggioranza dei casi, risultano essere uomini, con un’alta scolarizzazione e con una posizione lavorativa importante: nel 65% dei  casi, infatti, gli autori della violenza possiedono un titolo di studi elevato; di questi il 19% ha conseguito una laurea. Spostando l’attenzione sui dati anagrafici, in continuità con quanto rilevato negli anni precedenti, è innanzitutto possibile notare la maggior concentrazione di atti devianti all’interno delle fasce anagrafiche comprese tra i 35 ed i 54 anni (64%). Per quanto riguarda, in particolare, le vittime straniere, parallelamente alla loro più giovane età, si rileva, inoltre, un altrettanto più elevato numero di carnefici giovani: oltre al 35% di quanti hanno un’età compresa tra i 35 ed i 44 anni, lungo questo sub campione emerge un significativo 18% di persecutori 25-34enni. Tali differenze sono con ogni probabilità attribuibili alla più giovane età in cui, in altre culture, gli individui contraggono i matrimoni e formano nuovi nuclei familiari.

La violenza contro le donne deve essere combattuta su vari fronti, sinergicamente coordinati: quello politico, culturale, giudiziario e, non ultimo, sul piano sanitario che fin’ora non è stato coinvolto in maniera efficace, diretta e autonoma. Nel 2002 è stato proprio l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha indicato come la violenza contro le donne  sia <<eziologicamente riconducibile a molte matrici patologie e che, pertanto, sia necessaria una trasformazione delle prassi sanitarie, diagnostiche e trattamentali, per cogliere tali collegamenti>>.

Avv. Roberto Loizzo