Per Bruxelles, L’Italia non ha rispettato il criterio del debito, con una violazione delle regole «particolarmente grave». Per lʼOcse «Roma è un rischio per lʼEuropa», ma Palazzo Chigi avverte: «Non cambierà, spiegheremo le nostre ragioni».  Salvini: «Ci lascino lavorare», M5S: «Non arretriamo»

 

L’attesa bocciatura alla legge di Bilancio italiana, da parte dell’Europa, è arrivata: la Commissione europea ha definitivamente rigettato il documento programmatico di Bilancio del governo italiano per il 2019 e ritiene a questo punto che «l’apertura di una procedura per debito eccessivo sia giustificata».
La Manovra, rileva la valutazione adottata oggi, prevede «un non rispetto particolarmente grave delle regole di bilancio, in particolare delle raccomandazioni dell’Ecofin (Consiglio Economia e Finanza dell’Unione) dello scorso 13 luglio». Il principale rilievo era già stato avanzato a fine ottobre, nella prima provvisoria bocciatura: l’Italia ha in programma un peggioramento del saldo strutturale (quello al netto dell’andamento economico di quel periodo e delle voci straordinarie) per il 2019 dello 0,8% del Pil, mentre il Consiglio raccomandava di migliorarlo dello 0,6 per cento. L’esecutivo comunitario ha anche adottato un nuovo rapporto sul debito, quello che fa riferimento all’ormai famigerato articolo 126 del Trattato sulla Ue, aprendo così la strada a una procedura che verrà aperta per il deficit eccessivo. Nel mirino andrà il debito del 2017, l’ultimo valutabile a consuntivo, per il quale in passato si era chiuso un occhio, a seguito degli impegni alla disciplina di bilancio presi dal governo Gentiloni e che ora sono venuti meno. Formalmente, l’Europa punta il dito contro il disavanzo, che impedisce proprio al debito di scendere. Nelle prossime settimane dovrebbe partire la macchina della procedura.
Nell’annunciare questo nuovo rapporto, la Commissione ricorda che «i piani di bilancio dell’Italia per il 2019 modificano in maniera sostanziale i fattori significativi analizzati dalla Commissione lo scorso maggio». Tre “fattori rilevanti” vengono presi in considerazione per la situazione italiana, ma tutti ritenuti insufficienti a giustificare lo sforamento, come invece chiedeva il Tesoro: le “condizioni macroeconomiche”, ovvero il rallentamento economico generalizzato, non «possono essere invocate per spiegare gli ampi divari dell’Italia rispetto al parametro di riduzione del debito, data una crescita del Pil nominale superiore al 2% dal 2016». In secondo luogo, si registra «il fatto che i piani del governo implicano un notevole passo indietro sulle passate riforme strutturali volte a stimolare la crescita, in particolare sulle riforme delle pensioni adottate in passato»; infine, si sottolinea il «rischio di deviazione significativa dal percorso» di aggiustamento dei conti suggerito nel recente passato, vista la composizione della Manovra.
Nella conferenza stampa di presentazione dei rapporti, il vice presidente della Commissione, Valdis Dombrovskis, ha criticato la Manovra sostenendo che non fa nulla per la crescita e avrà anzi «probabilmente impatto negativo». Secondo il titolare della materie economiche, al cui fianco c’era il commissario Pierre Moscovici, la Manovra non persegue il bene dei cittadini italiani, rischiando di aumentare il fardello del debito sulle loro spalle: «Non vedo come perpetrare questa vulnerabilità potrebbe aumentare la sovranità economica. Invece, credo che porterà nuova austerity». Le stime della Commissione indicano che il debito italiano non scenderà dal 131% del Pil nei prossimi due anni, rimarcando che «la situazione dell’Italia è una preoccupazione comune». Moscovici ha poi sottolineato di aver incontrato il ministro Tria «più volte di quanto io possa ricordare, ma non abbiamo ricevuto alcuna risposta alle nostre domande su debito, deficit e crescita: da dove viene la crescita aggiuntiva? Chi pagherà il costo delle maggiori spese? Continuiamo a credere che questo bilancio abbia rischi per i cittadini, le imprese e i contribuenti italiani: stiamo prendendo decisioni nel loro interesse».
Nel resto d’Europa, dieci Stati sono conformi al Patto di stabilità e crescita, tre sostanzialmente in linea, quattro a rischio: Belgio, Francia, Portogallo e Slovenia.
La notizia non arriva certo come un fulmine a ciel sereno, visto che è stata anticipata da una lunga corrispondenza tra Roma e Bruxelles con la richiesta di quest’ultima di modificare i numeri della Manovra, caduta nel vuoto. Ora l’orizzonte si sposta al 22 gennaio quando la procedura diventerebbe effettiva e comporterebbe la richiesta di pesanti correzioni ai conti pubblici, quantificate nell’ordine di una ventina di miliardi già solo per il 2019.

Le reazioni italiane
Per il momento, dalla sponda M5s di Palazzo Chigi filtra la volontà di non modificare la manovra, ma offrire una dettagliata spiegazione degli obiettivi e dei parametri contenuti nella legge di Bilancio. Il premier Giuseppe Conte esporrà questi dettagli al presidente dell’esecutivo Ue, Jean-Claude Juncker, nell’incontro previsto per sabato. La spiegazione sarà contenuta in un dossier di “tante pagine e molto tecnico”. Lo stesso presidente del Consiglio ha ribadito di essere sempre «convinto della Manovra e della solidità del nostro impianto economico. Mi confronterò con Juncker ma convinti del nostro impianto». Ma Conte ammette, sullo spread che torna a impennarsi: «Un presidente del Consiglio che non si preoccupa dello spread sarebbe irresponsabile, ma la risposta è continuare a lavorare alle riforme che fanno bene all’Italia e all’Europa. Confido di poter convincere tutti sulla validità di queste riforme». Poi se la prende con il governo precedente: «L’Ue parla del debito del 2017, quindi quello del precedente governo».
Matteo Salvini, a margine dell’audizione al Copasir, ha dichiarato: «Ho sempre detto che, fatti salvi i principi guida su pensioni, reddito, lavoro, partite Iva, se si vuole mettere in manovra di più sugli investimenti io sono disponibile a ragionare con tutti». Un ragionamento che parte comunque da una posizione netta, ha ricordato Salvini: «Il debito è aumentato di 300 miliardi di euro in 5 anni in base a manovre a cui qualcuno batteva le mani. Se il Paese non cresce il debito sale, se il Paese cresce il debito scende. Sono assolutamente disponibile a confrontarmi con Juncker, Moscovici o chiunque». Chiudendo con una battuta amara sulla Commissione: «E’ arrivata la lettera Ue? Aspettavo anche quella di Babbo Natale. Ci lascino lavorare. Mi sembrerebbe irrispettoso che arrivino sanzioni per una manovra di crescita. Tra un anno ne parliamo, ma no a pregiudizi. Noi nella manovra ci crediamo, non vado a sindacare nelle manovre degli altri Paesi».
La risposta dei 5Stelle viene affidata al capogruppo alla Camera, Francesco D’Uva: «Ci chiediamo perché la commissione Ue apra la procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia che ha sempre rispettato le regole, a differenza di altri Paesi. E le stiamo rispettando anche con questa manovra! Ai cittadini diciamo di non temere perché non arretriamo: non siamo stati votati per realizzare le stesse politiche distruttive dei vecchi governi», ha scritto su Facebook.

Il futuro: Procedura d’infrazione?
Cosa accadrà ora? La decisione di oggi è il primo passo verso l’apertura di una procedura per debito eccessivo nei confronti del governo italiano. L’Ue ha ribadito quanto scritto il 23 ottobre: «la manovra contiene una deviazione dagli impegni particolarmente grave, si basa su ipotesi ottimistiche di crescita, mette a rischio una riduzione adeguata del debito, che resta una grande vulnerabilità». Motivazioni che hanno portato Bruxelles a preparare anche l’ormai noto Rapporto sul debito, chiamato 126.3 dall’articolo del Trattato che lo descrive.
Salvo sorprese dell’ultim’ora, o decisioni last minute di Juncker, che vedrà il premier Conte solo sabato sera, il collegio dei commissari è pronto a pubblicare domani anche il rapporto 126.3. È il documento in cui la Commissione chiarisce perché non è convinta dalle ragioni («fattori rilevanti») che l’Italia ha indicato per spiegare l’andamento dei conti. Certifica anche che l’Italia viola la regola del debito e avverte che la procedura non è più rinviabile. Per questo è quindi considerato il primo passo formale che potrebbe condurre all’apertura della procedura.
Ma, appunto, il condizionale è d’obbligo. Non solo perché ogni tappa deve essere validata anche dall’Ecofin, ma anche perché non è un percorso lineare quello che porta alle sanzioni. Anzi, multe e quant’altro (ad esempio il blocco dei fondi strutturali) sono l’ultimo passo in assoluto e potrebbero non verificarsi mai, come accaduto con Spagna e Portogallo: quando non rispettarono il rientro dal deficit, la Commissione impiegò mesi per raccomandare la multa, ma nel frattempo i due Governi trovarono un accordo con la Ue e la procedura decadde. Anche l’Italia potrebbe quindi negoziare per mesi e non arrivare mai alle sanzioni.
In ogni caso, l’eventuale lancio vero e proprio della procedura Ue è improbabile che avvenga prima di gennaio, ovvero prima che la manovra venga approvata dal Parlamento. Ma dopo le feste, se la Commissione aprisse l’iter e l’Ecofin del 22 gennaio lo confermasse, il rischio più immediato previsto dalle regole sarebbe un altro: la richiesta di una manovra correttiva da fare in 3-6 mesi. E solo dopo scatterebbero le sanzioni pecuniarie che possono andare dallo 0,2% allo 0,5% del Pil. Sempre che nel frattempo lo spread non raggiunga livelli tali da rendere necessari interventi pesanti e immediati.

 

Emanuele Forlivesi