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COLLEVERDE, LEONESSA: LA STORIA DEL NOCE CENTENARIO

L’emozionante storia del Noce centenario di Leonessa 
 
Colleverde è una frazione di Leonessa, sapete, un comune , Bandiera Arancione, situato nel versante nord del Terminillo, quello più selvaggio, oggi in provincia di Rieti, ma solo perché lo decise Mussolini nel 1927. Perché in realtà Leonessa era abruzzese.
Mio nonno era fiero di esserlo. Dalla strada che dalla Salaria all’altezza col bivio per Borbona, sale verso Leonessa, c’è un punto panoramico che si apre sulla vista strepitosa del Gran Sasso, che in certi giorni sembra vicinissimo! Mio nonno me lo fece scoprire, ed è appunto con mio nonno che inizia questa storia.
 
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Mio nonno nacque nel 1896 e quando fu deciso di piantare l’albero del noce era più o meno il 1902 o il 1903.

E così, sfidando una delle più antiche dicerie : ” chi pianta il noce pianta la sua croce” l’alberello, poco più che una piantina fu posto di fronte alla casa. E mentre l’albero cresceva molte cose cambiavano. Arrivò la prima guerra mondiale che si portò via il fratello di nonno, che oggi riposa col resto della III armata a Redipuglia.

Poi il fascismo, poi la seconda guerra mondiale. Nonno nel frattempo era venuto a Roma. Era divenuto un abile fornaio e la sua attività era molto florida. Ma la guerra fu una esperienza devastante per tutti. E anche per Leonessa e le frazioni intorno. Mi sono sempre chiesta come i tedeschi, ormai in ritirata, possano avere trovato il coraggio, passando per le nostre montagne , di fucilare 44 persone senza nessuna pietà oltre che dopo aver depredato a tutti gli altri il poco rimasto. Ma questo è accaduto. A Leonessa esiste un mausoleo in memoria di quelle vittime e la nostra bella piazza porta come nome quella tragica data: 7 Aprile 1944.

 Il tempo passava e il noce del nostro giardino cresceva, finché , verso la metà degli anni 60, d’estate, fece ombra ai miei primi passi e alla mia prima volta in bicicletta. Da bambini sentivamo piccole scosse di terremoto, “lo senti? È la terra che fa un sospiro!” Ci dicevamo tra bambini.

Non pensavamo che potesse succedere qualcosa di più grande. Poi alla fine degli anni ’70 il terremoto in Valnerina ci scosse il cuore per la prima volta e ci confermò il contrario. La casa resse. Invece mio nonno se lo portò via una complicazione in seguito a una caduta banale e la rottura del femore, morí in ospedale e credo che questo gli sia dispiaciuto perché io so che avrebbe voluto morire dolcemente nel sonno, come quello di quei pomeriggi estivi, quando si appisolava sotto l’ombra fresca del noce, cullato dal rumore delle fronde, col giornale, come addormentato anche lui, sulle ginocchia.

Superato il dispiacere per la morte del nonno non mi preoccupai più dei terremoti perché in qualche modo mi ero fatta l’idea ( ingenua lo so ) che il noce con le sue radici ormai gigantesche potesse proteggerla. Ma poi arrivò quello dell’Aquila del 2009.

 Una tragedia enorme. Uno schianto doloroso nei nostri cuori. La vicenda la conosciamo bene tutti.
La casa subì qualche danno al tetto. Il noce ora non mi appariva più forte e protettivo come un tempo ma con quella sua posizione obliqua ora sembrava come proteggersi da eventuali crolli, volutamente lontano dalla casa. E poi di nuovo. Il terremoto in centro Italia. Quello di Amatrice Accumuli Arquata del Tronto Cadtelluccio Visso e tante altre località ferite. Stavolta la casa ha ceduto e non c’è stato nulla da fare.
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Le macerie della nostra casa restano lì, tra le fronde… e da lontano il grande albero che copre tutto e che nasconde sembra gridare : “andate via ! qui non c’è nulla da vedere.”
Riconosco a tratti le mattonelle e dentro me si riaffacciano piccoli frammenti di ricordi, mi sembra di sentire la voce del nonno che mi chiama, e là sotto c’è ancora forse qualche bottiglia della sua cantina. Chissà. Non c’era nessuno in casa, nessun ferito. Questo è certamente un bene.
Ma cosa si prova quando quella terra che ha cresciuto 4 o 5 generazioni della tua famiglia all’improvviso ti fa questo e tu perdi la tua casa, la tua storia, un pezzo della tua vita? È come cadere in un baratro dove niente è più sicuro.

 La Protezione Civile con gli organi competenti hanno fatto un sopralluogo. Hanno preso visione. Fatto accertamenti. Censito.

Gente molto gentile, attenta, premurosa. hanno avuto cura e attenzione nel trattare bene queste case anche se crollate.

E io le ringrazio per questo. Molta stampa snobba queste seconde case ritenendole inutili in luoghi disabitati e in quota ma sbagliano. Le seconde case in questi luoghi sono state le case dei nostri avi, la storia di queste montagne. La memoria del luogo. E meritano rispetto. Allo steso modo meritano rispetto, del resto questi alberi centenari, degli highlander dell’Appennino !!!
Il mio noce ha ricevuto molti complimenti lasciando a bocca aperta questi professionisti. Se ci fosse stato il nonno avrebbe gongolato!
Caro noce centenario, chissà se tornerai a farci in qualche modo ombra in quel giardino.
Ma certamente continueremo a proteggerti e amarti come sempre.
Quello che so e che mi sento di aggiungere è che è bello avere un albero che sia testimone di molte vite e di immenso amore.
Perciò, piantate alberi e fatene un parente stretto per sempre nella vostra vita!
EMANUELE VALERI 
 

Emanuele Valeri

Sono appassionato di meteorologia e dirigo il sito "Neve Appennino" che raccoglie oltre 5000 utenti giornalieri. Sono fotoreporter e divulgatore scientifico

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