Dopo mesi di urla e colpi bassi, finalmente, il giorno della verità è arrivato. Quattro giorni, e poi, il più veemente confronto elettorale del storia del paese sarà solo un ricordo. Abbiamo provata a capire, con l’aiuto di Ferdinando Cotugno, l’aria che tira tra gli americani

 

Washington – “Il vantaggio della democrazia, tra le altre cose, è che ti permette di votare il candidato che ti dispiace di meno”, diceva Robert Byrne. Mai aforisma fu più azzeccato, direi io. Soprattutto, per descrivere l’attuale scenario politico americano. Per rendersene conto basta poco, dice Ferdinando Cotugno. È sufficiente fare come lui, prendere un Greyhound ed attraversare l’America da una costa all’altra. Dal Queens fino a Los Angeles. Questi autobus, nati cent’anni fa, a detta dell’autore sono il meglio che c’è, journalistically parlando, per ottenere una visione realistica del clima che si respira tra l’elettorato americano. Lontano dagli “occhi indiscreti” di politologi ed agenzie di sondaggi. Immagine non sempre sobria, ma certamente autentica, di ciò che gli passa nella testa. Catturata magistralmente nelle foto di Daria Addabbo che l’ha accompagnato in questo viaggio.

Il clima, già. Quello che, chiacchierando con Ferdinando, sembra sia diventato davvero “avvelenato”. Segnato, come nemmeno l’11 settembre ha saputo fare, da una “cultura della paura” che sembra riportare la mente indietro nel tempo. A quegli anni 50, dove segregazione e violenza erano il pane quotidiano in un’America attraversata da forti tensioni sociali. Un razzismo latente, mai del tutto superato nemmeno con Obama. Anzi, pericolosamente accantonato, messo sotto al tappeto e pronto a esplodere da un momento all’altro. Riemerso puntualmente, infatti, proprio all’indomani della candidatura di Donald Trump alla casa bianca.

Trump: uomo della provvidenza per qualcuno, nefasto presagio per qualcun altro. Colui che vorrebbe, condizionale quanto mai d’obbligo, impersonare l’American dream. Figlio di una dinastia, invece, già ricca e potente nulla sembra aver a che fare con quel sogno. Non si è fatto da solo McDonald, ma poco importa. Perché per molti americani, rappresenta quel ritorno al passato così tanto nostalgicamente atteso. “Make America great again”, da questo punto di vista, suona più come una minaccia che come un impegno politico. Per farlo, il Tycoon, ha pensato di sdoganare un political speech così sprezzante da diventare, profondamente, razzista e sessista in un colpo solo.

La responsabilità dell’avvento della più becera pagina della storia politica a stelle e strisce, Bush junior compreso, sta in buona parte nella scelta dialettica. Ovviamente, ma non solo però. Secondo Ferdinando, ad aver generato questo “mostro” è stato il capitale umano profondamente razzista di cui dispongono i Repubblicani. Alimentato fin dall’inizio, e oltre ogni ragionevole accettazione, dall’opposizione al mandato di Obama. Un antagonismo che, finito l’effetto Barack, sta mostrando un’America fratturata. Dove bianchi e neri non riescono più a convivere pacificamente. Le proteste contro la polizia, scoppiate un po’ in tutto il paese, ne sono la prova provata.

Stanno male gli americani. Magari non economicamente, visto che la ripresa si vede e come. Di certo, però, stanno male tra loro. Sembrano insofferenti. Pervasi da un senso d’ansia che, eccezion fatta per alcune zone del paese, sembra il risultato di una rivoluzione del mondo del lavoro al quale non tutti hanno saputo adeguarsi. All’orizzonte si intravede quella che comunemente si chiama guerra tra poveri. Da un lato, la modernità e chi se n’è fatto una ragione. Fatta di lavori altamente tecnologici e specializzati. Dall’altro, il conservatorismo nella sua più ampia accezione, di coloro che Springsteen chiamava colletti blu. Dove i lavori sono sotto pagati e di scarsa qualità.

Proprio quest’ultimi, infatti, sarebbero il bacino elettorale dal quale Trump e i Repubblicani sembrano poter attingere. Da quelle zone, come il Midwest operaio o il South conservatore per esempio, a metà tra depressione economicaabbandono. Con un altissimo tasso di disoccupazione e un marcato disincanto per la politica, tanto per intenderci. È proprio da queste parti che, assicurano molti, Trump farà man bassa di voti. Lo capisci dagli applausi scroscianti che accompagnano ogni comizio elettorale del Tycoon. “Dovrete rialzare il culo, perché tra poco tornerete al lavoro”, assicura Trump. Come e dove non è dato sapere, ma non importa poi così tanto.

L’amore per la politica, sempre che l’abbiano mai avuto, adesso gli americani l’hanno perso. La scelta di candidare Hilary Clinton, poi, non ha certo favorito il ritorno di fiamma. Lei, politica di professione, rappresenta per molti tutto quello di cui la gente è stufa. Molti, sì, ma non tutti. Gli afroamericani, per esempio, così come le donne o sono con lei o contro Trump. Non fa differenza, in fondo. Al netto di considerazioni socio-economiche, infatti, gli States sono ancora il paese di tutti, delle minoranze soprattutto. Il sottobosco razzista e sessista, citando Ferdinando Cotugno, ha dato voce alle più discutibili opinioni, non lasciando intravedere niente di buono nel futuro della destra.

Poi c’è lui. O meglio, ci sarebbe stato lui se i Dem non l’avessero messo in un angolo. Bernard Sanders, Bernie per gli amici. L’uomo che, a sinistra, tutti attendevano. La sua stella, però, si è spenta in volo lasciando un enorme vuoto nell’ambiente Democratico. Troppo socialista per essere vero, avranno pensato a Washington. Rimane il fatto che, in un America generalmente inquieta, questo vecchio “comunista” lo avrebbero votato in molti. Giovani, specialmente. Gli stessi che, ora, si vedono obbligati a votare Hilary, ma che ne farebbero volentieri a meno. I più informati, dicono che ha penalizzarlo sia stata la mancata Riforma sanitaria voluta da Obama. Una riforma sovietica, a quanto pare, per un paese che può accentare un Presidente nero, ma non ancora un socialista.

Riforma per riforma, eccola la versione rivisitata della “legge del taglione” a stelle e strisce. Dalla Riforma sanitaria, fallita perché gli americani non vogliono sentirsi dire da quale medico devono curarsi, a quella dell’immigrazione. L’ha detto a più riprese, fosse per lui, Trump li rispedirebbe tutti a casa. Dovrà rendersi conto, suo malgrado, che molti di loro pagano tasse e contribuiscono al benessere del paese con lavori socialmente utili. Milioni di persone imprigionate in un limbo. In attesa che la politica si accorga di loro. Di quella famigerata Green card, che permetterebbe a queste famiglie disperse in giro per il mondo di ricongiungersi, dando così forma al vero sogno americano.

Trump di politica non ci capisce nulla. Sceglie slogan di dubbio gusto, ma dal forte impatto emotivo. Una strategia, spiega Ferdinando Cotugno, utilissima per primarie fortemente polarizzate. Molto meno quando la “battaglia” elettorale entra nel vivo. Hilary è più esperta, ma potrebbe non bastarle. In questo momento: “l’America è ceca e ha bisogno di una guida”. I problemi sociali e, in alcuni casi, anche economici, le discriminazioni e la tensione alle stelle necessitano di personalità competenti. Quello visto fino ora è sembrato più uno sketch comico che un confronto politico, palesando l’inconsistenza dei candidati. Il rischio è che si finisca per aggravare ancora di più una già preoccupante situazione interna. Gli americani hanno particolare fascinazione per uomini risoluti. Un dettaglio che, ahimè, potrebbe essere la chiave di lettura il prossimo 8 dicembre.