La dilagante sfiducia nei riguardi di una politica avida e corrotta è sempre più giustificata da esempi che scandiscono la nostra quotidianità. Ma la storia di Cincinnato ci insegna che la politica può basarsi su un’onestà fatta di azioni, e non solo di vane promesse.

Onestà. Una parola abusata, diventata specchio per allodole, manifesto di una politica che si appropria di questo principio per nascondere le turpitudini che i cittadini sono di continuo costretti a subire. Ogni politico, di fronte alle luci delle telecamere e alle masse riunite nelle piazze, si proclama paladino dell’onestà e della trasparenza, salvo poi dimostrare di nascondere enormi, giganteschi e ingombranti mucchi di scheletri accatastati nell’armadio. E per quanto ogni politico possa promettere di dimezzarsi lo stipendio e di tagliare i costi della politica o di farsi fotografare in semplici situazioni quotidiane come prendere i mezzi pubblici per andare al lavoro, l’idea che il comune cittadino ha della politica è quella di un degenerato magna-magna. Gli evidenti problemi che presenta la politica mettono in ombra l’operato di attivisti, deputati e politici che agendo con totale senso dell’equità e della giustizia, si ritrovano scavalcati da chi sceglie invece la via del denaro sporco, delle mazzette e degli accordi con la malavita.

La tentazione del potere, fin dalla notte dei tempi, ha da sempre corroso l’uomo, che sempre più avido di potere ha finito per rovinare sè stesso e gli altri. Ma per quanto possiamo lamentarci della situazione politica attuale, facciamocene una ragione: la corruzione nella politica è sempre esistita. Era corrotta l’Ecclesìa ateniese, erano corrotti i Comuni d’epoca medievale, era corrotto lo Stato Pontificio e lo era anche la Francia di Richelieu e del Re Sole.
Anche l’antica Roma, sebbene venga spesso idealizzata e innalzata a modello ideale di vita e civiltà, era corrotta. Le pagine della letteratura latina ci raccontano senza filtri e censure quanto il malgoverno e la corruzione fossero problemi che erano sotto gli occhi di tutti. E nonostante gli stessi Romani tentarono più volte di arginare questo fenomeno, promulgando leggi che punissero severamente la concussione e l’estorsione indebita quali la Lex Claudia (281 a.C.) o la Lex Cornelia de repetundis (promulgata nell’81 a C. , poi integrata dalla Lex Iulia de repetundis, nel 59 a.C.) entrare nel mondo della politica nella Roma antica significava affrontare realtà non sempre facili. Prendiamo un esempio più comprensibile per i più: è appena trascorsa la Pasqua, festività strettamente legata al martirio di Gesù Cristo. Nel corso delle vicende legate alla Passione, uno dei personaggi più rilevanti è Ponzio Pilato, il quale fu storicamente Prefetto della Giudea durante l’Impero di Tiberio. I Vangeli Canonici ci offrono di costui il ritratto di un uomo che riconosce la straordinarietà del Cristo, ma che vinto dalla paura e dalla vigliaccheria, ha preferito consegnare il profeta nazareno al popolo giudeo, onde evitare pericolose e seccanti questioni politiche. Tuttavia, altre fonti tratteggiano una descrizione di Pilato molto meno leggera: autori come Filone di Alessandria e Giuseppe Flavio ne parlano come di un uomo corrotto, avido, crudele e sovente trasgressore dell’autorità legislativa di cui era lui stesso rappresentante. Ma come confermano i più autorevoli studi di Storia del Diritto Romano, le più alte cariche, interne ed esterne alla città di Roma (compresi quindi anche i magistrati provinciali) erano facilmente soggette a loschi giri di denaro e a reati legati alla corruzione. Un celebre autore latino, Marco Porcio Catone il Censore, del quale la storiografia tramanda la personalità ligia e austera e il suo ardore come forte sostenitore delle virtù di Roma, venne ad esempio accusato 44 volte di corruzione. Difficilmente saranno state tutte fondate, in quanto l’accusa di corruzione era un’arma frequentemente usata dai politici dell’epoca, ma quanti di voi scommetterebbero che Catone fosse estraneo a tutte e 44 le accuse? 
Anche personaggi più autorevoli della storia romana, come Cicerone e Giulio Cesare, sono da presentare al banco degli imputati per alcune loro vicende poco leali da cui hanno sempre saputo difendersi grazie alla loro astuzia e, possiamo dirlo, doppiezza morale.

Eppure, in mezzo a questa Babele di immoralità, soldi sporchi, disonestà e marciume, spicca un personaggio lodevole per essersi distinto (almeno stando a quelle poche fonti che ne riportano la vita!) come valente esempio di onestà e correttezza, dedito alla Repubblica Romana e valoroso difensore delle tradizioni capitoline: il suo nome era Lucio Quinzio Cincinnato
Se il buon politico, come si suol dire, è colui che rinuncia a più cose di quante ne ottiene, Cincinnato è l’esempio perfetto di una politica volta a migliorare il bene comune, a differenza di un Cicerone che suggeriva di coniugare il bene comune all’utilità personale. Cincinnato visse nel V secolo a.C., in un’epoca nella quale Roma faceva a gomitate con le altre popolazioni italiche per crearsi un dominio nel Lazio e nell’Italia centrale. All’epoca di Cincinnato, in particolare, la minaccia che incombeva sulla città dai sette colli era costituita dagli Equi e dai Volsci. Ma l’età in cui visse Cincinnato fu anche una delle più delicate della storia romana: la monarchia era caduta da non molti anni, e il divario tra patrizi e plebei si era fatto sempre più ampio. Lucio Quinzio è, come molti romani, un uomo dedito alla vita agreste: un uomo del suo calibro sarà definito secoli dopo “vir bonus colendi peritus” (uomo onesto, abile a coltivare) dal già citato Catone il Censore. Ma oltre ai campi arati c’è un altro posto che Cincinnato, il cui cognomen è da collegare alla sua folta capigliatura riccia, frequenta con assiduità: il Foro. Da buon contadino con la predilezione per la politica, Lucius raggiunge persino la carica di console. Nel corso di tutta la sua carriera politica, Cincinnato si oppone ai tribuni, ai senatori e a tutti quei magistrati che, con i loro modi prepotenti e autoritari, tendono quasi a fare i sovrani. 

Ma nel frattempo, gli Equi tornano a saccheggiare il territorio latino fino all’Agro Romano ponendo anche sotto assedio l’accampamento del console Lucio Minucio. La situazione è grave, al punto tale che il Senato decide di conferire a Lucio Quinzio Cincinnato lo straordinario titolo di Dictator, una carica a cui i consoli e il Senato facevano ricorso solo in caso di seria emergenza. Cincinnato non è presente al comizio quando gli altri patres decidono di affidargli questo importante incarico, dunque il Senato invia degli emissari a casa del neoeletto dittatore. Quando gli ambasciatori arrivano ai Prata Quinctia, questi trovano Cincinnato intento a lavorare la terra. Non ci si aspetterebbe mai di trovarsi davanti agli occhi un uomo, che in tale occasione si ritrovava nelle sue mani i maggiori poteri legislativi e decisionali dell’intera repubblica romana, con la vanga in mano. Eppure quel giorno, quando i delegati del Senato arrivarono a casa sua, Cincinnato era lì, non rivestito della classica toga dei Quirites, ma con addosso una tunichetta sporca, intento ad arare, seminare e a coltivare la terra. Una volta riferito il messaggio, Cincinnato non se lo fa ripetere due volte, e prontamente accetta la dittatura. Lucio poteva tranquillamente rifiutare: dopo l’esilio del figlio Cesone, fuggito da Roma a seguito di un ingiusto processo, Cincinnato era rimasto con un solo discreto appezzamento di terreno arabile e con una ridicola somma di denaro in casa, ragion per cui accettare una responsabilità simile significava allontanarsi dalla sua unica fonte di sostentamento. 

Ma nulla è troppo per il bene di tutti i cittadini, e per questo Cincinnato non oppone obiezioni, riporta la vanga nel fienile, fa qualche raccomandazione alla moglie su come seguire le coltivazioni e, prese le armi dal ripostiglio, si presenta al Campo Marzio per raccogliere l’esercito. La battaglia contro i nemici Equi viene vinta con facilità (il buon romano deve saper prima di tutto combattere!) e a Roma viene celebrato il trionfo.

Ma un titolo come quello di Dictator non è esente certo da tentazione: come abbiamo detto, si trattava di ritrovare, seppur per pochi mesi, i maggiori poteri che tutte le sfere amministrative e legislative romane si dividevano concentrati nelle mani di un solo uomo. Cincinnato potrebbe benissimo godere di tutti quei privilegi riservati a consoli e senatori, e magari ristabilire anche di poco le sue finanze danneggiate dal severo processo giudiziario contro il figlio. Insomma, la straordinarietà della carica di Dictator poteva conferire a Cincinnato una serie di vantaggi che altrimenti avrebbe potuto solo immaginare. Potrebbe addirittura fare come molti fecero prima di lui (e come molti faranno nei secoli successivi) e con una scusa protrarre  la carica di dittatore per tutti i mesi che avrebbe desiderato. Se proprio volessimo esagerare, potremmo addirittura dire che Cincinnato potrebbe tranquillamente tentare di diventare re: del resto, il suo potere è superiore a quello dei due consoli (ha infatti al suo fianco il doppio di littori che portano i fasci con le verghe e le scuri) e non deve rendere conto al popolo del proprio operato. Ma non solo Cincinnato non approfitta della sua alta carica, ma addirittura anziché far passare i sei mesi previsti dalla legge delle XII Tavole, restituisce i suoi poteri circa due settimane dopo la fine della guerra contro gli Equi, per poi tornare al suo terreno.

A tramandarci la storia di Cincinnato è Tito Livio, lo storico paduano che raccontò nell’Ab Urbe Condita la storia di Roma fin dai suoi albori. La vicenda di Cincinnato, come quella di molti altri eroi dei primi secoli di Roma, è condita da una leggera aura di sensazionalismo e aneddotica, che sembra non mancare mai nelle pagine di Tito Livio. Tuttavia, il fascino dell’audacia di Cincinnato ha raccolto una discreta fortuna dei secoli, tanto da fare dell’eroe romano il simbolo per antonomasia dell’uomo umile che serve la propria patria con tutto sè stesso, senza lasciarsi contaminare dall’immensità del potere che si ritrova a gestire.

Il nostro paese, anzi la nostra società, è piena di tanti Cincinnati sparsi nel sottobosco dell’onestà (quella vera!) che sono realmente intenzionati di rendere questo mondo un posto migliore, senza chiedere nulla in cambio e senza lasciarsi trasportare dall’avidità di potere e dalla cupidigia. E se una volta si diceva che “addà venì baffone”, dopo questa emozionante pillola di storia possiamo dire:

Adda turnà Cincinnato!

 

                                                                                                                                                                        Michele Porcaro