Dossier

IL GRANDE FRATELLO CONQUISTA L’ASIA CENTRALE

La Cina sta esportando gratuitamente il suo modello di sorveglianza in Asia centrale. Il boom dei servizi di riconoscimento facciale, sembra proliferare senza che l’opinione pubblica ne sia a conoscenza.  Le telecamere catturano filmati esaminati dalla polizia e dai servizi segreti nazionali. In Kirghizistan è stata introdotta una tecnologia avanzata di riconoscimento facciale  da un fornitore di attrezzature per la difesa di Pechino, la cui tecnica è stata utilizzata per  sottomettere la regione cinese dello Xinjiang popolata da musulmani.  Sotto il presidente Xi Jinping, il governo cinese ha notevolmente ampliato la sorveglianza interna, alimentando una nuova generazione di aziende che producono tecnologie sofisticate a prezzi molto bassi.  La compagnia cinese National Electronics Import & Export Corporation (CEIEC), sta distribuendo i suoi prodotti in Kirghizistan, Tagikistan e l’Uzbekistan. In Cina, questi sistemi sono andati ben oltre il semplice monitoraggio delle violazioni del traffico stradale.Milioni di telecamere a circuito chiuso controllano le attività quotidiane delle persone  e inseriscono tali informazioni in un sistema di credito sociale per classificare la reputazione dei propri cittadini, un algoritmo esplicitamente ideologico utilizzato per negare ai cittadini i privilegi di base, come il diritto di acquistare biglietti aerei o ferroviari. «Stanno vendendo questo come il futuro della governance; il futuro riguarderà il controllo delle masse attraverso la tecnologia», ha dichiarato Adrian Shahbaz, direttore della ricerca di Freedom House, riguardo le nuove esportazioni tecnologiche cinesi. Nelle regioni dell’Asia centrale coinvolte, non è chiaro dove vengano archiviati tutti i dati necessari per far funzionare i sistemi di sorveglianza. I fruitori del servizio del Kirghizistan, Tagikistan e l’Uzbekistan, non hanno sembrano interessati se le informazioni sensibili dei cittadini cadano nelle mani di un governo straniero. In Kirghizistan, l’accesso alle informazioni in tempo reale sui movimenti della popolazione è in effetti affidato ciecamente a una società con stretti legami con l’establishment militare cinese.

Pierluigi Bussi

Pierluigi Bussi è giornalista dal 2003 e inviato in zone di guerra e all'estero. E’ stato, tre gli altri paesi in Afghanistan e Tunisia. Si è laureato in Relazioni Internazionali presso L’Università La Sapienza di Roma con approfondimenti sui conflitti nel Corno d’Africa e Medio Oriente. Da anni segue le sorti politiche e sociali afgane. Tra i vari ruoli ricoperti è stato capo redattore del mensile Europe Today, ha collaborato con i quotidiani Pubblico, Roma News, Il Mezzogiorno d’Italia, con approfondimenti in materia di politica estera. Ha scritto, inoltre, per Storia in Network. Attualmente collabora con La Stampa.

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